Zola: Nella Prima Repubblica i politici venivano dal popolo

Di Carlo Candiani
22 Luglio 2012
Intervista a Giuseppe Zola, assessore e prosindaco ai tempi della "Milano da bere". Alcune delle intuizioni di quegli anni sono valide ancora oggi

Sulle polemiche riguardanti il Registro delle coppie di fatto, Tempi.it ha già sentito l’avvocato Giuseppe Zola, ricordando il suo passato di amministratore e pro sindaco della metropoli milanese. Un ruolo che abbiamo raccontato un po’ “di lato”. Ci è sembrato interessante richiamarlo per approfondire il suo tragitto politico, che coincide con un periodo piuttosto turbolento e magmatico dell’amministrazione meneghina e nazionale. Uno spaccato storico, al di là di molte ricostruzioni parziali.
«Sono stato eletto al Consiglio Comunale, nelle fila della Democrazia Cristiana, nel 1980. Nell’83 divento capogruppo. Rieletto nel 1985, in una maggioranza di centrosinistra, da quell’anno fino al 1987 sono stato assessore all’Assistenza, che poi io stesso denominai “ai Sevizi Sociali”. Ma non fu un cambiamento solo di facciata».

Mille giorni raccontati in un libro edito nel 1990 da Jaca Book, (“Per un metropoli da vivere”), in cui cercò di “rivoluzionare”, la concezione con la quale l’amministrazione affrontava il problema dell’assistenza sociale.
L’innovazione fu aiutare economicamente quelle famiglie che avrebbero avuto la possibilità di mantenere nel domicilio domestico l’anziano non autosufficiente. Un intervento che voleva risolvere un’emergenza che venne prepotentemente a galla dopo un caso di “malasanità” e di maltrattamenti, che, in quegli anni, coinvolse il Pio Albergo Trivulzio, la Baggina, l’ospizio “storico” di Milano.

Quali erano i vantaggi di quella scelta?
Prima di tutto permettere agli anziani di vivere in un ambiente più affettuoso e, in secondo luogo, dare modo alle casse comunali di risparmiare: almeno due terzi della spesa che si produceva con i ricoveri. Una tendenza, l’assistenza domiciliare, mix di pubblico e sociale, che si è affermata negli anni, ma che a quei tempi non era prevista. Il nostro è stato il primo progetto in Italia.

L’assistenza sociale era un po’ vista come la beneficienza?
Non è una battuta. È vero che l’assessorato era passato dalla beneficienza all’assistenza. Io lo trasformai in Assessorato ai Servizi Sociali, proprio per sottolineare l’organicità degli interventi che, in questo campo, volevamo proporre.

Erano gli anni delle “maggioranze variabili”, dei ribaltoni che tradivano il voto elettorale, delle coalizioni  instabili.
Il quadro politico non era certo stabile e tranquillo, ma su questa voce del governo cittadino riuscii ad imporre importanti fondi e un implemento del bilancio. Eravamo tutta gente che non era scesa in politica dalle aule universitarie o dai salotti “radical chic”, ma avevamo fatto tutti la gavetta e riconoscevamo i bisogni del popolo: venivamo tutti da lì.

Che Milano era? Molti la ricordano come quella “da bere”.
Con un po’ di malafede. Cominciavamo ad affrontare il problema dell’immigrazione extracomunitaria (fummo i primi in Italia ad organizzare un convegno su questo tema, con l’istituzione di una Consulta cittadina) e intuivamo che il problema degli anziani si sarebbe sempre più accentuato. Ci si ponevano davanti altre importanti questioni come l’accoglienza ai minori (per cui riorganizzammo l’area materno/infantile) e le problematiche legate ai diversamente abili, i senzatetto, i tossicodipendenti. Tutte queste categorie furono interessate e coinvolte in questo nuovo modo di fare assistenza, secondo una visone che voleva valorizzare la famiglia.

Cosa è rimasto, oggi, di quella esperienza amministrativa?
Proprio nei minuti precedenti dello scioglimento del Consiglio Comunale della Giunta Borghini, marzo 1993, l’ultima della “Prima Repubblica”, riuscii a far approvare un piano innovativo per la costruzione di case di riposo, la cui realizzazione dopo quasi vent’anni, sta giungendo al termine proprio in queste settimane. Se ci sono più case di riposo a Milano, lo si deve  a quel voto di Giunta. Negli anni, confesso con mia soddisfazione personale, questi e altri progetti sono stati la base per le iniziative delle Giunte che si sono succedute, la dimostrazione che a Milano la sensibilità sociale prevale sull’ideologia.

C’è invece qualcosa che si è perso per strada?
Il decentramento ai consigli di zona, che avevo previsto per i sussidi. Invece, si è sempre più accentrati nella gestione, a favore dell’assessorato. In generale sono rimasti i servizi ma è cambiato il giudizio culturale dal quale erano partiti. Ciò è evidente in questi giorni, dove viene meno la centralità della famiglia.

Tra l’altro, lei coinvolse importanti assessori di diverse zone d’Italia, per il progetto di istituzione di un ministero della Famiglia. A dire il vero, poi, rimasto sulla carta.
Mi diedi da fare realizzando convegni con autorità morali, religiose e politiche: cosa che potevo fare solo partendo da Milano. Coinvolsi l’allora arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini, il Presidente di Regione Guzzetti, rappresentanti degli industriali e dei sindacati e il ministro dell’Interno Oscar Luigi Scalfaro. Ma la risposta fu timida e non se ne fece nulla.

Il ministero del Welfare non sostituisce il vostro progetto?
No. Se come punto di riferimento del legiferare hai la famiglia, l’attenzione deve essere sistematica. Ci si ricorda della famiglia solo in campagna elettorale e poi accade come in queste settimane, dove si parla di equità fiscale e poi dimezzano il sostegno alle scuole paritarie. Questo non è penalizzare le famiglie?

@carlocandio

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1 commento

  1. paolo delfini

    SONO D’ACCORDO CON GIUSEPPE ZOLA, IN PASSATO TANTI POLITICI VENIVANO DAL POPOLO, CONOSCEVANO LE REALI CONDIZIONI DELLE PERSONE E I LORO VERI PROBLEMI, ADESSO LA STRAGRANDE MAGGIORANZA DEI POLITICI VIENE DAI SALOTTI, POCHI IDEALI, MOLTO SOFISMO ,SCARSA PASSIONE E CONOSCENZA DEI VERI PROBLEMI DELLA SOCIETA’, E SOPRATTUTTO COMPLETA SUDDITANZA NEI CONFRONTI DEI POTERI FORTI.

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