
Lettere dalla fine del mondo
«Voglio la luna!». La vita è una lotta tra l’effimero carico di dolore e l’Infinito
Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Le scrivo mosso da un bisogno. Il bisogno di star di fronte alla sofferenza di mia madre e mia. Il dolore di mia madre è tanto fisico quanto morale. Da 4 anni combatte una logorante guerra contro un tumore. La prospettiva fornita dai medici esclude la completa guarigione, a meno di un miracolo. L’obiettivo è quello di contrastare, rallentare, il tumore. In altre parole, la prospettiva è quella di una battaglia che si protrarrà per anni sperando in un “pareggio”. Domani mattina si sottoporrà al primo di quattro interventi ai polmoni. Come poterle stare accanto senza soccombere alla sofferenza?
Giacomo
Solo quando il dolore fisico o morale è vissuto come un sì a Gesú nasce il desiderio e, per uno ammalato di spondilite, la forza di alzare gli occhi al cielo e fissare la luna in una serata come questa dell’“inverno tropicale”, mentre soffia un dolce venticello che viene dal sud del mondo. È mezzanotte, ho salutato Gesù, esposto nella cappella dell’ospedale dove veglia sui suoi figli che sopra di Lui stanno lottando con la morte e, uscendo nel giardino, nonostante la molestia della spondilite, ho alzato il volto verso un cielo bellissimo come sono i cieli da queste parti in questo periodo. E mi è venuto in mente il Canto notturno di un pastore errante dell’Asia di Leopardi e il Caligola di Camus: «Voglio la luna». Che pace, che letizia nel mio cuore! Vivo in una valle di lacrime, per cui il cielo, la luna sono più belli, perché le domande del mio cuore diventano più acute rincorrendosi una dietro all’altra, come le nubi che passano a fianco o di fronte alla luna, a volte coprendola totalmente per alcuni istanti per tornare poi a mostrare la sua luce, suscitando nel cuore di chi la guarda un desiderio immenso di infinito.
«Voglio la luna», diceva Caligola, cioè voglio l’impossibile perché a questo anela il cuore pellegrino dell’uomo in questa valle di lacrime, e non è il dolore a impedire questa spinta all’impossibile. Può darsi che in certi momenti, come sembra farci capire l’amico della lettera, le nuvole coprano il grido che sale dal nostro cuore ferito dal dolore, cercando nell’Infinito una risposta. La vita dell’uomo è una battaglia continua fra l’effimero carico di dolore e l’Infinito. Lo dico partendo dalla mia esperienza quotidiana, dalla modalità con cui vivo il mio dolore, la mia malattia e quella dei miei figli la cui vita è una lotta incessante con la morte, con questo mistero che permetterà al cuore di andare molto più in là della luna, in quel “luogo” Infinito dove finalmente vedrà il Suo volto. Siamo fatti per quel volto, come ci ricorda il poeta Giuseppe Ungaretti: «Chiuso fra cose mortali. (Anche il cielo stellato finirà). Perché bramo Dio?».
Ma se non bramassi Dio, che sarebbe di me in quei giorni in cui il dolore fisico o morale sembrano capaci di silenziare questa brama spingendomi ad abbassare lo sguardo sulle mie ferite che diventano così una prigione? Non un trampolino che mi lancia verso l’impossibile, ma una prigione. Questa è la mia lotta quotidiana: il dolore come ponte o il dolore come abisso di disperazione. Una lotta impossibile da sostenere da soli. Per questo l’impossibile, l’Infinito si è fatto possibile, si è fatto finito, assumendo la nostra condizione umana, come ci ricorda il Vangelo di San Giovanni: il Verbo, il Logos che era fin dal principio, si è fatto carne abitando con noi e fra di noi. Senza l’incontro con questa Presenza, con questo avvenimento, non si giustifica il nostro dolore. È Gesù che per primo assunse su di sé, fino a morire sulla croce, il nostro dolore. Ed è guardando a Lui che il mio dolore si riempie di significato. Ma cosa significa guardare a Lui e come fissare il Suo volto quando la tentazione è quella di abbassare gli occhi sulla nostra sofferenza?
Ancora una volta non posso non ritornare all’abbraccio e alla compagnia che il servo di Dio Luigi Giussani mi ha donato. Un abbraccio, una compagnia che mi segue sostenendomi nel cammino, giorno dopo giorno. Una compagnia che mi vuole bene e alla quale mi sento libero di consegnare tutto di me. Mi sento, come disse moltissimi anni fa ad un’amica che aveva perso suo marito, libero di piangere. Una compagnia, un’amicizia come quella di Gesù con Lazzaro, Marta e Maria. Che bello: la luna, l’impossibile si è fatto abbraccio, si è fatto amicizia!
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3 commenti
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Pur non essendo io un buon cristiano, la lettura non mi è parsa un lamento. Ma mi riprometto (e ne consiglio) la rilettura./// La sensazione istintiva e diretta che ho percepito riferisce invece che il bimbo ritratto nella foto possa, in tutto e per tutto, ritenersi FIGLIO di chi lo sta amorevolmente baciando nella compagnia presente di un PADRE. Ma tutto può essere….un’attenta rilettura inverte i ruoli e la presenza nella compagnia.
Ma non tutte le compagnie sono così
Una compagnia con cui non si fa altro che lamentarsi.
Eh su diciamolo con molta libertà.