
Vecchi amici in trincea
Talvolta non ricordi il nome, ma è impossibile dimenticare la faccia del comandante che ti salvò la vita durante l’epopea della resistenza contro l’invasore sovietico degli anni Ottanta. Omin ha il profilo aquilino di un tempo, con la barba nera e sfilacciata, ma la rughe cominciano a segnare il volto dopo vent’anni di guerra. Oggi comanda mille uomini nella valle del Panjsher, l’indomita roccaforte mai conquistata neppure dalle orde dei talebani. Nel 1987, durante la battaglia a tremila metri di quota per il controllo della valle strategica di Karamunjon, era uno dei comandanti delle truppe d’assalto del compianto Ahmad Shah Massoud, il leggendario “leone del Panjsher”. Sette postazioni filosovietiche furono travolte in un impetuoso assalto alla baionetta dei mujaheddin. Il campo trincerato più grande era l’obiettivo degli uomini del comandante Omin, che dopo la preghiera verso la Mecca scattarono all’assalto urlando «Allah u Akbar» (Dio è grande). C’ero anch’io in quella pazza corsa sotto il fuoco delle mitragliatrici. A un certo punto mi nascosi dietro una roccia, bloccato dalla paura. Arrivò di corsa Omin, costringendomi ad andare avanti a calci, perché chi si fermava era perduto. Veniva subito individuato e fulminato dalle fucilate delle altre postazioni che ancora resistevano. I mujaheddin sfondarono d’impeto le linee di difesa del campo trincerato e, in una certa maniera, il comandante Omin mi salvò la vita.
Il sapore del pane
Ora il veterano di mille battaglie si prepara allo scontro finale, indaffarato a muovere i suoi uomini verso la prima linea a trenta chilometri da Kabul. Se gli alleati concederanno l’appoggio aereo, i mujaheddin sono pronti a marciare sulla capitale afghana, sferrando un corpo mortale agli acerrimi nemici telebani. Un altro vecchio amico che milita nell’Alleanza del Nord è Mir Dad Panshjrì, una vita legata alla lunga guerra, che ha segnato il destino dell’Afghanistan. Nel blocco numero due del penitenziario di Kabul, nella primavera del 1988 ero affamato, infreddolito, impaurito. I filosovietici mi avevano arrestato dopo un lungo reportage con i mujaheddin di Massoud, mentre tentavo di tornare in Pakistan. Scontai sette mesi di carcere duro prima che l’allora Capo dello Stato, Francesco Cossiga, non ottenesse la mia liberazione. Servì a convincerlo anche la pressione dell’opinione pubblica, comprese migliaia di lettere di solidarietà che i giovani di Comunione e Liberazione m’inviarono a Kabul. Mir Dad era un detenuto, con la faccia meno da tagliagole degli altri, che provò compassione, si avvicinò alla mia branda e mi passò una mela, assieme a dei pezzetti rinsecchiti di nan, il pane piatto di queste parti. Talvolta mi sembra ancora di gustarne il sapore, in quel momento delizioso e indispensabile per tamponare i morsi della fame.
Libereremo gli afghani
L’occhiata da elefante, le sopracciglia folte e il volto ben rasato, senza un filo di barba islamica, sono quelli di un tempo. Per fortuna il braccio destro semiparalizzato dalla tortura è migliorato, grazie a un intervento chirurgico in Belgio. Mir Dad non crede ai suoi occhi quando mi vede tredici anni dopo. L’abbraccio spontaneo, forte e davanti a una tazza di tè scuro, seduti a terra a gambe incrociate come ai tempi della galera, racconta la sua storia come se fosse un film. Lo avevano condannato a morte, poi si è salvato tornando al fianco del comandante Massoud in odio ai talebani. Ora che l’hanno ucciso dei terroristi arabi legati a Osama bin Laden, Mir Dad avvisa: «Sono tutti assetati di vendetta e con l’appoggio americano ce la faremo a liberare il Paese dai terroristi. Non dimenticare che se ieri ci trovavamo noi due chiusi in una cella di Kabul, oggi è l’intero popolo afghano a essere prigioniero dei talebani».
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!