
Vatti a fidare del boy scout

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Un antico brocardo latino sentenzia: nomina sunt consequentia rerum, i nomi derivano dai fatti. Ai tempi nostri, banalizzando la filosofia di quel saggio detto, c’è chi giocherella con gli anagrammi di personaggi noti e dei politici per metterne in luce vizi e virtù. Le 11 lettere di «Matteo Renzi», per esempio: possono trasformarsi in «mento a terzi», un risultato che sicuramente piace a quanti sono (ingiustamente!) convinti che il segretario del Partito democratico abbia un’inclinazione alla bugia. Ma l’anagramma potrebbe essere anche «te, anzi morte», e suona assai azzeccato se si osserva la quantità degli uomini scelti dall’ex presidente del Consiglio e poi lasciati brutalmente cadere per strada. Ti nomino e poi ti rottamo, insomma.
L’ultimo caso è quello di Antonio Campo Dall’Orto, dall’agosto 2015 direttore generale della Rai. Meno di due anni fa, Renzi lo aveva intensamente voluto alla guida di viale Mazzini e con una legge gli aveva anche attribuito i superpoteri di un mega-amministratore delegato. Subito dopo, però, è iniziato il declino, segnato come un metronomo dalle sempre più astiose critiche del membro più renziano nella commissione parlamentare di Vigilanza sulla Rai, Michele Anzaldi. Contro Campo Dall’Orto, malgrado il suo passato di animatore delle prime Leopolde, le kermesse organizzate nell’ex stazione Leopolda di Firenze, hanno pesato i rilievi dell’Autorità anticorruzione di Raffaele Cantone sulle assunzioni esterne dell’azienda. Poi anche il sostegno della Rai al Sì nel referendum istituzionale dello scorso 4 dicembre è stato ritenuto inadeguato dall’ex premier. Infine, non gli hanno giovato alcune recenti puntate di Report, dove si è malignamente ipotizzato che il gruppo edile Pessina, salvatore dell’Unità, avesse ottenuto in cambio appoggi governativi per certi appalti in Kazakistan. Sta di fatto che il superdirettore è stato sfiduciato dal suo consiglio d’amministrazione e perfino il presidente renziano della Rai, Monica Maggioni, gli ha votato contro. Così il 27 maggio Campo Dall’Orto ha lasciato il campo.
Dalla sera alla mattina
Il suo è però soltanto l’ultimo (per ora) di un lungo elenco di giubilati. Pochi salamelecchi sono serviti per scaricare Carlo Cottarelli, che nel novembre 2013 Enrico Letta aveva scelto come commissario alla spesa pubblica. Nel febbraio 2014 Cottarelli era stato ereditato da Renzi, che l’aveva confermato e salutato con lodi adeguate alla competenza del tecnico: «È l’uomo dei conti, ci porterà lontano». Mica tanto: è bastato che Cottarelli si lamentasse di essere stato lasciato solo di fronte alla riottosa burocrazia ministeriale, e nove mesi dopo era già saltato. Renzi aveva spiegato quell’addio con un filo d’ipocrisia: «Cottarelli ha chiesto di tornare al Fmi per motivi familiari». Poi aveva velocemente provveduto a sostituirlo con un altro tecnico, stavolta scelto nel suo più stretto entourage: Roberto Perotti, in quel momento «consigliere economico del presidente del Consiglio».
Eppure anche con Perotti è finita male. Dopo nemmeno un anno, è stato lui ad andarsene con qualcosa più di uno sfottò: «Ero stato chiamato per ridurre la spesa pubblica» ha dichiarato l’economista. «Poi mi sono reso conto che non si era deciso di farlo seriamente». Da allora, della mitica «spending review» italiana nemmeno si parla più. In compenso, rischia di pagare la sua autonomia dal premier un altro top manager di Stato: il presidente dell’Inps Tito Boeri, nominato da Renzi e sempre sull’orlo di una scomunica.
Poi ci sono i tradimenti veri e propri. Era amico di vecchia data di Renzi il fiorentino Luigi De Siervo, inventore delle convention della Leopolda e, dicono alcuni, anche ispiratore della gran carriera politica di Maria Elena Boschi, ex ministro renziano delle Riforme e oggi sottosegretario alla presidenza del Consiglio con Paolo Gentiloni. Due anni fa De Siervo (che è figlio di Ugo, il presidente emerito della Corte costituzionale) pareva destinato a diventare direttore della Rai, dove lavorava da 16 anni. Poi Renzi gli ha preferito Campo Dall’Orto e lo ha mollato dalla sera alla mattina: così De Siervo, irritato per il dietrofront, è passato alla Infront Italia, la società che ha il ruolo di advisor della Lega calcio, di cui oggi è amministratore delegato.
O Marchionne o Della Valle
Ma l’ex premier è fatto così: è volubile, prende e lascia. Vittima della sindrome di Zeus è stato anche Lapo Pistelli, oggi vicepresidente dell’Eni e per metà della vita “vice” di qualcosa o di qualcuno. Da deputato fiorentino, Pistelli, più vecchio di undici anni di Renzi, lo aveva voluto come suo assistente parlamentare quando Matteo era quasi un ragazzino. Sperava in un po’ di riconoscenza. Al contrario, nel 2009 era stato il primo dei rottamati perché Renzi lo aveva sconfitto alle primarie per il Comune di Firenze. Nel 2014, con la staffetta Letta-Renzi a Palazzo Chigi, Pistelli era rimasto al suo posto di viceministro degli Esteri, e sperava di essere risarcito dall’ex allievo con un’importante nomina europea. Invece Renzi gli aveva preferito Federica Mogherini, nominandola alta rappresentante internazionale dell’Unione. A quel punto, Lapo aveva sperato di passare almeno da vice a titolare della Farnesina, ma quel posto era toccato a Gentiloni. Così nel 2015 Pistelli ha preferito uscire dal governo e passare all’Eni. Sia pure da vice.
Ci sono poi gli amori a intermittenza. Per esempio è costante amore-e-odio con Diego Della Valle, l’industriale delle scarpe che era stato sponsor dell’ascesa di Renzi da sindaco, nonché suo compagno fisso di tribuna allo stadio di Firenze. È stata una vera corrispondenza d’amorosi sensi finché Renzi, da premier, aveva preferito mostrare al mondo la ben più importante amicizia con Sergio Marchionne, l’uomo al vertice della Fiat che Della Valle considera tra i suoi «nemici» personali (all’epoca anche tra gli azionisti nella Rizzoli-Corriere della sera). Il fondatore delle Tod’s si era adombrato di quel voltafaccia: «Pensavo che Renzi fosse una risorsa, invece sta diventando un pericolo». Poi i due hanno fatto pace. Non si sa quanto duratura.
Ma Renzi è così, passa velocemente dall’apprezzamento all’insofferenza. Lo ha fatto anche con il vignettista senese Sergio Staino, che nell’autunno 2016 aveva scelto come direttore dell’Unità, per poi scaricarlo meno di un mese fa. Ora, il 24 maggio, è stato dato l’annuncio di un ritorno in redazione del disegnatore di Bobo, ma nessuno sa quanto durerà. Del resto, che aspettarsi da uno con un cognome così? Stai-no: con lui non c’è nemmeno bisogno di un anagramma.
Foto Ansa
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