
Usa 2020. Com’è dura crederci ancora

Articolo tratto dal numero di ottobre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
«La giustizia non è gratis. Se non partecipi, raccogli quello che semini». Parole di Edmond, davanti al Memoriale di Lincoln dove si è appena conclusa la marcia per l’impegno, il giorno dell’anniversario della grande marcia su Washington per i diritti civili del 1963. Quella del «I have a dream» di Martin Luther King. Il sogno di allora fa a pugni con l’incubo vissuto da molti afroamericani. L’ira delle proteste di Black Lives Matter sembra porre ancora una volta l’America di fronte al suo peccato originale, la schiavitù. Edmond era un bambino 67 anni fa, ma ricorda il racconto dei suoi genitori. Cammina a fatica e mi dice di essere venuto apposta dall’Arizona perché «se non partecipi, raccogli quello che semini, ripete, ed è dove siamo ora. Volete il cambiamento? Uscite di casa e andate a votare».
Pur claudicante Edmond continua a sognare il sogno di Mlk. Dopo la morte di George Floyd, sono stato a Minneapolis, a Washington, a Portland per raccontare il disincanto e il dolore dei neri per i soprusi delle forze dell’ordine e le disuguaglianze razziali. Ho toccato con mano una rabbia profonda che non immaginavo esistesse più, ho sperimentato come possa essere cieca ed esasperata la polizia che ci ha sparato addosso proiettili di gomma e lacrimogeni senza curarsi che fossimo dei media, eppure quando si parla di elezioni, del voto di novembre e partecipazione democratica non si può non cogliere la frustrazione di parte della comunità afroamericana che fatica a riconoscersi nell’idea originale di una “more perfect union” e vorrebbe riscrivere la propria storia dal 1619, quando il primo carico di schiavi sbarcò in Virginia.
«Ho perso la fiducia nel sistema»
Come Chris, che vive a Philadelphia, un feudo democratico e una delle città più nere d’America. Nel quartiere a West Philly c’è l’Hakim Bookstore, una delle prime librerie afroamericane del paese. La proprietaria è Yvonne, figlia di Dawud che aprì il negozio nel 1959, e nonna di Chris. In famiglia tutti danno una mano per proseguire la missione del nonno. «I neri devono leggere di più così da poter comprendere la propria identità culturale», ha lasciato scritto Mr. Hakim. Yvonne racconta che gli affari e la curiosità per la libreria non sono mai andati così bene come dopo le proteste. Ma si commuove raccontando le violenze viste in città e in televisione. «Ci hanno fatto tornare agli anni Sessanta», dice, «quando ci sparavano per strada come animali e quel che è peggio», sussurra, «è che le parole del presidente hanno permesso ai razzisti di riaffacciarsi e di fare quello che avrebbero sempre voluto fare: continuare ad opprimere gli afroamericani». Lei voterà Joe Biden perché è «un uomo buono», ma il nipote pur condividendo il giudizio scuote la testa. «Io non voterò», spiega Chris. «Ho perso la fiducia nel sistema. Voto localmente, ma a livello federale non vedo nessun beneficio, specie dopo che è finita come l’ultima volta».

Alla periferia di Bucyrus, Ohio, c’è una vecchia stazione di servizio. Sembra catapultata lì da un film degli anni Sessanta, una copia a colori di una fotografia di Robert Frank. Posteggiata sul retro c’è un’auto della polizia come quella dei Blues Brothers. Sul parabrezza qualcuno ha scritto “God Bless America”. Canzone, prece o semplice esclamazione, l’invocazione sembra marcare il territorio. La strada che attraversa sobborghi e campi è punteggiata da moltissime chiese, ne conto una ventina, spuntate tutte negli ultimi vent’anni.
Nello stato la presenza evangelica ormai sfiora il 30 per cento della popolazione e quando il pastore mi accoglie, prima del culto alla chiesa “Vittoria nella Verità”, mi stupisce la sua consapevolezza del peso del voto religioso, del risvolto politico della sua vocazione: come John Belushi e Dan Aykroyd sa di essere “in missione per conto di Dio”. «Se faremo il nostro dovere», spiega, «saremo la bussola che indicherà la rotta alla nazione». Il capitano della nave è Donald Trump. «Non abbiamo votato un salvatore, ma un presidente», dice anticipando le possibili riserve. «Dobbiamo sempre guardare il quadro complessivo, mai fermarci alla sua personalità». E nel quadro complessivo, ricorda il reverendo J. C. Church (nomen omen), vi sono la simpatia presidenziale per le posizioni pro-life e le tre nomine alla Corte suprema. «Se vinceremo, con una simile maggioranza di giudici riusciremo a rovesciare la sentenza Roe vs Wade del 1973 in favore dell’aborto».
La fede alle urne
Il servizio domenicale in questa chiesa del Midwest è come quelli che avevo visto solo in tv: la musica rock, le coriste e i palloncini, le mani levate al cielo e il trasporto dei fedeli. Qui ufficialmente non si fa campagna politica, ma il sermone pare rivolto ai devoti elettori. Tutte le letture delle scritture suggeriscono riflessioni sulla difesa della vita, la lotta all’interruzione di gravidanza, su tutto. Sono verità indiscutibili, grida dal pulpito il reverendo Church dopo una filippica contro il relativismo. I fedeli in ascolto scandiscono con i loro «amen!» i passaggi che più approvano. In ballo ci sono verità da difendere dall’ideologia mondana e per questo all’inizio e al termine della predica si invita a sostenere la rete delle chiese con le offerte. «Dobbiamo organizzarci», confida il pastore, «queste contee saranno decisive per far oscillare l’esito del voto in nostro favore, e chi vince in Ohio conquisterà la Casa Bianca».
Nel grande atrio della chiesa, ci sono molte famiglie, alcuni bevono caffè, altri aspettano i bambini accuditi da babysitter durante la funzione. Solo un tizio indossa un cappellino con la scritta “Trump 2020”. Pare evidente che la Bible Belt, l’area del Sud dove la presenza cristiana è storicamente più radicata, abbia fatto un’incursione a Nord, nella Rust Belt industrializzata. Molti di loro sono born again, cristiani “rinati”, convertiti da adulti. Nella comunità evangelica hanno trovato una protezione, una difesa di quei valori tradizionali – famiglia e religione su tutto – messe a repentaglio dal relativismo delle coste est e ovest. «A New York e in California si professano cristiani», mi dice con orgoglio un signore, «ma poi votano come se non lo fossero».

Costeggiando il lago Erie, verso nord-ovest si arriva in Michigan, a Detroit. I sobborghi con le case disabitate e semidistrutte mi ricordano il film Gran Torino, quell’aria spaesata e ringhiosa che si legge tra le rughe del volto di Clint Eastwood, orgoglioso e dolente. Non siamo più nel 2008, ma quattro anni fa quella rabbia non intercettata dai radar della politica deve aver fatto pendere l’esito del voto in favore di Trump. Per soli diecimila voti.
Il centro di Detroit sembra un’avanguardia un po’ fighetta, pieno di cantieri e giovani, molti afroamericani, a gentrificare, come dicono qui, quella che sino a dieci anni fa era una metropoli al collasso, roba da Robocop e Eminem, con le gang a rimpiazzare le autorità nelle aree povere delle periferie. Oggi, ovunque, ci sono le insegne di imprese di costruzione e tantissimi murales a ingentilire l’architettura industriale della città. Merito di Dan Gilbert, miliardario e patron della squadra di pallacanestro di Cleveland, che ha fatto fortuna con le ipoteche online. Negli ultimi nove anni ha investito cinque miliardi e mezzo di dollari per il rilancio di quella che fu la Motor City. Anche se General Motors con i suoi stabilimenti rimane il secondo datore di lavoro dello stato, si cerca di individuare uno sviluppo diverso non più legato a filo doppio all’industria dell’auto. Basta però fare un po’ di miglia, addentrarsi nella pancia dello stato dei grandi laghi, per imbattersi nell’orgoglio di chi, come quel Walt Kowalski del film di Eastwood, ancora sente di dover difendere un fortino.

Il fortino nella pandemia
Il fortino ha le sembianze del salone da barbiere dove lavora Karl Manke. Un arzillo 77enne d’origine tedesca che ama scrivere romanzi e snocciolare le ragioni per cui il governo non deve immischiarsi col suo lavoro, neppure quando c’è un’emergenza di salute pubblica. Il Michigan è stato uno dei primi teatri delle “operazioni Gridlock” contro le chiusure delle attività commerciali all’esplodere della pandemia. Le milizie armate hanno invaso il parlamento dello stato per protestare contro lo shutdown e hanno difeso, fucili alla mano, l’anziano barbiere quando ha riaperto il suo negozio sfidando il diktat della governatrice Gretchen Whitmer.
«È tutta una questione di libertà», spiega Karl mentre con rasoio e forbici taglia i capelli a un cliente per non perdere tempo durante l’intervista. «Siamo adulti», dice, «la governatrice non è mia madre. Ho il diritto di lavorare, di guadagnarmi da vivere, Iddio mi ha dato il diritto di farlo!». Cita Ronald Reagan, difende Trump e continua a ripetere la parola libertà. Il suo barbershop è pieno: taglio-e-omelia di colui che ama farsi chiamare “America’s Barber” devono piacere parecchio vista la coda e le mance lasciate durante la mia presenza.
In Michigan ci sono state oltre settemila vittime di Covid-19, 95 mila ricoveri e 140 mila contagi. La libertà di Karl per Latresa Rice «è solo egoismo». Incontro questa docente di sostegno dove lavora, a Dearborn, alle porte di Detroit. Qui vive la più grande comunità musulmana degli Stati Uniti. Il ritrovo è in un posteggio fuori da un ristorante sushi halal. È il locale del primo appuntamento con suo marito e ci teneva parlarmi di lui qui. Di quei cinque mesi da sposi prima che Albert fosse portato via dal virus e di quei tre giorni d’attesa in ospedale. L’incontro nel posteggio è breve, c’è commozione e neppure un sushi d’asporto prima di accomiatarci riesce a vincere quel po’ di imbarazzo, a lungo Latresa si smarrisce a guardare le foto dell’amato sul telefonino. Le macerie, a volte, non sono visibili come le abitazioni dissestate e abbandonate ai margini di Detroit. A volte rimangono nelle periferie del cuore, ferite non ancora cicatrizzate, e rendono tutti un po’ più vulnerabili.

Più sudore, meno profitti
«Va’ in Wisconsin», mi aveva consigliato un collega, «con tutto quel latte e quelle mucche ti ricorderà la Svizzera». Non per nostalgia di casa sono finito nell’azienda agricola dei Volenec, a due ore d’auto da Milwaukee, dove mi aspetta il fattore. Jerry ha 45 anni, un pickup rosso, occhi azzurri e quando finisce una frase nel tono della voce si coglie sempre un po’ di tristezza. Nessuna concessione allo spleen: nelle sue parole c’è l’orgoglio di chi porta avanti l’azienda agricola avviata dagli avi arrivati dalla Boemia a fine Ottocento, ma pure l’ombra dell’incertezza di cosa accadrà in futuro. Negli anni Cinquanta suo nonno aveva 16 mucche e con quanto prodotto nella sua fattoria viveva dignitosamente. Oggi nella tenuta di Jerry ci sono 330 capi ma lui alla fine del mese ci arriva con sempre maggiore preoccupazione. «Guadagnavo di più e lavoravo meno quando ho iniziato, 25 anni fa», racconta.
Il Wisconsin è la latteria d’America. Se fosse una nazione sarebbe il quarto produttore di latte al mondo. Ma il prezzo del latte è basso, la guerra dei dazi ha reso più esasperato il mercato interno e il latte sottocosto prodotto da grandi aziende nel vicino Michigan ha inondato lo stato limitrofo. Negli ultimi dieci anni, qui, la metà degli allevatori ha gettato la spugna. Come la maggioranza degli elettori del suo stato, quattro anni fa Jerry aveva creduto alle promesse di Donald Trump: «Non mi andava giù che un’altra Clinton diventasse presidente», spiega concedendosi lunghe pause, «e nelle parole di Trump suonava qualcosa di nuovo, la promessa che finalmente qualcuno ci avrebbe preso in considerazione e protetto». Ma al primo posto dell’“America First” trumpiana, ammette oggi Jerry con amarezza, non c’erano gli allevatori del Wisconsin. Quanto è accaduto, confida, gli «ha aperto gli occhi»: s’informa e legge di più, si è coinvolto maggiormente nella union, il sindacato degli allevatori. «La ricetta per la sopravvivenza non può essere continuare a produrre di più, sempre di più», ripete, soffocando quello che sembrerebbe un moto di rabbia e frustrazione.

Disincanto e stanchezza
Jerry vive nella casa vicino al granaio con la moglie e le quattro figlie. Quale futuro immagina per la fattoria, chiedo. Sorride e mi dice che le due figlie più grandi d’estate lo aiutano con le mucche. «Lo fanno perché mi amano», dice, «non perché amano questo lavoro». Seduto sul sedile posteriore del suo fuoristrada, penso che non ci sia dichiarazione d’amore più commovente e più triste e, mentre lo sento borbottare al volante auspicando che le elezioni di novembre portino un cambiamento per il suo lavoro, penso a quanto Washington sembri distante vista da questa terra di mezzo della più grande democrazia del mondo. A come la politica della capitale federale possa sembrare sorda ai bisogni di chi vive di questa terra del Wisconsin, assente rispetto alla stanca routine di Yvonne e Chris nei sobborghi metropolitani dove vivono le minoranze, così come era parsa distaccata dalla quotidianità operosa del barbiere Karl o strumentale all’ideologia religiosa del reverendo Church.
Passata la tempesta perfetta del trumpismo o l’onda anomala dell’obamismo, si scopre che il paesaggio è cambiato, si è trasformato e non tornerà uguale. Brontolio e speranze continuano a convivere, ma disincanto e stanchezza paiono più presenti. La disillusione è una crepa da cui, pur a fatica, si continua a veder filtrare una luce. Le prossime sono le elezioni più importanti della Storia, sento ripetere, ma nel mio girovagare preelettorale continuo a incontrare un’America che con fierezza lotta per il suo sogno, senza però riporre la propria speranza nella politica, comunque andrà il voto del 3 novembre.
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