
Josef K. all’Università dell’Ohio

«Qualcuno doveva aver diffamato Josef K. perché, senza che avesse fatto nulla di male, una mattina venne arrestato». L’incipit de Il processo di Franz Kafka viene scomodato spesso per raccontare vicende di ingiustizia, anche a sproposito, quasi come l’aggettivo “kafkiano”, eppure nel caso di Scott Gerber, professore di Diritto alla Ohio Northern University, il paragone letterario non potrebbe essere più felice. O infelice. A Joseph K. che vorrebbe uscire dalla sua stanza le due guardie che lo controllano a vista spiegano che «“Lei non può uscire, è già in arresto”. “Così sembra”, disse K. “E perché mai?”, chiese poi. “Noi non siamo autorizzati a dirglielo. Vada nella sua camera e aspetti. Il procedimento si è appena avviato e lei saprà tutto a tempo debito”».
Il prof. cacciato dalla classe senza spiegazioni
K., come il lettore del libro, non saprà mai quale è la sua colpa, si perderà tra interrogatori e burocrazia polverosa nell’enorme tribunale senza conosce il capo di imputazione che pende su di lui, fino alla sua misteriosa condanna a morte. «Intorno alle 13:00 di venerdì 14 aprile, gli agenti di sicurezza del campus della Ohio Northern University sono entrati nella mia classe con i miei studenti presenti e mi hanno scortato nell’ufficio del preside. La polizia municipale, armata, mi ha seguito lungo il corridoio. I miei studenti sono apparsi scioccati e spaventati. Sono stato immediatamente escluso dall’insegnamento, espulso dal campus e mi è stato detto che se non avessi firmato un accordo di separazione consensuale promettendo di non fare causa entro il 21 aprile, l’Università avrebbe avviato un procedimento di licenziamento contro di me. I motivi: “Collegialità”. I dettagli: nessuno».
Così ha descritto il suo “momento Josef K.” sul Wall Street Journal Scott Gerber. Sessantadue anni, professore amato dai suoi studenti, editorialista e scrittore di successo, pochi giorni prima del suo “arresto” in classe Gerber aveva pubblicato un commento in difesa del giudice repubblicano Clarence Thomas, al centro di uno scandalo per avere ricevuto regali da amici molto ricchi, mentre nelle settimane precedenti aveva rilasciato una serie di dichiarazioni in cui criticava i programmi DEI (diversity, equity and inclusion) nelle università, che secondo lui discriminano gli uomini bianchi in nome della “giustizia razziale e sociale” dimenticandosi «un altro tipo di diversità che l’istruzione superiore dovrebbe valorizzare di più, la diversità del punto di vista». È per questo che è stato allontanato dai suoi studenti? Gerber non lo sa, nessuno dell’amministrazione risponde alle sue domande.
Gli intoccabili programmi di diversità e inclusione
Il professore della Ohio Northern University ha ricevuto valutazioni eccellenti sul suo insegnamento, e i suoi corsi sono i più frequentati nel campus, eppure «in questo semestre, senza una ragione apparente, l’Università ha lanciato una “inchiesta” su di me, senza dire di cosa si trattasse. I miei avvocati e io abbiamo chiesto dettagli più volte. L’Università ha rifiutato di fornirli. Durante il mio improvviso tempo libero mi scervello per pensare alle regole che potrei aver infranto». A inizio semestre Gerber aveva chiesto al Consiglio universitario che il programma DEI affrontasse la diversità dei punti di vista, ma l’amministrazione «ha risposto, bruscamente, che la diversità dei punti di vista “non fa parte del nostro piano di diversità, appartenenza e inclusione”».
Poi l’indagine, la cacciata dall’aula e la richiesta di dimissioni per insufficiente “collegialità”. Il tutto senza rispettare le regole federali, che prevedono un tempo di preavviso di almeno 21 giorni (a lui ne sono stati dati sette), e quelle dell’Ateneo, che non prevedono l’insufficiente collegialità come causa adeguata per il licenziamento di un docente di ruolo. Su questo punto è intervenuta anche l’American Association of University Professors, che ha chiesto spiegazioni all’ Ohio Northern University. Risposta: «Non forniremo alcuna risposta».
Dissentire ti trasforma in Josef K.
Novello Josef K., il professor Gerber è solo l’ultimo di una lunga serie di professori e studenti danneggiati dal nuovo feticcio dell’accademia americana, i criteri di diversità, uguaglianza e inclusione che informano ormai tutti gli ambiti universitari, al punto da avere creato in alcuni Campus, lo scrivevamo qua riprendendo una denuncia di Speech First, un clima da Germania Est, con denunce anonime contro chi non rispetta questi principi. Lo ha visto sulla propria pelle Scott Gerber: «Dissentire dalla DEI può trasformare chiunque in Josef K.». L’Europa, e l’Italia, sono avvisate.
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