
Abbiamo paura di dirci la verità in nome dell’inclusività

L’epoca della suscettibilità continua a mietere le sue vittime. Negli Stati Uniti, dopo i casi noti e ormai quotidiani di recriminazioni e punizioni per discriminazioni spesso presunte e dubbie – l’ultima è la notizia di una professoressa di biologia nell’Università del Southern Maine sotto inchiesta per aver detto che esistono “solo due sessi” – adesso è arrivata l’ora della suscettibilità sul rendimento scolastico, che chiude il cerchio dei desideri proibiti di ogni studente.
La suscettibilità ferita degli studenti e il prof licenziato
Nella celebre New York University il prof. Maitland Jones Jr. è stato licenziato perché gli studenti si sono lamentati che i suoi voti erano troppo bassi. Il caso specifico è ovviamente molto intricato: il prof ha 84 anni (in America non ci sono limiti di età nell’insegnamento), ma è conosciuto da molti sia per l’eccezionale competenza che per la metodologia innovativa di insegnamento; negli Stati Uniti la bocciatura agli esami ha conseguenze più gravi che da noi sulla carriera; il prof. sostiene che il rendimento dei ragazzi è crollato dopo il Covid; il peso della valutazione dei prof da parte degli studenti in università private e con rette altissime come quelle americane è molto diverso che da noi.
Insomma, una vicenda con tante sfaccettature. Inoltre, da sempre gli studenti si sono lamentati dei prof. e dei voti. Ma finora non avevano mai avuto molte chance di realizzare il desiderio di eliminare il professore severo. Stavolta sì. Ed è l’ennesimo caso di discutibile suscettibilità ferita e ascoltata dalle istituzioni. Così, il dato resta: licenziato per voti troppo severi e in base alle lamentele degli studenti che trovano la severità inaccettabile.
È sempre responsabilità di qualcun altro
È persino il New York Times a sollevare il problema: non è che per sbaglio stiamo abbassando troppo il livello dell’insegnamento solo per avere più studenti e dunque soldi di iscrizione? Non è che abbiamo fatto finta che con il Covid tutto sia rimasto uguale senza capire che ci sono delle generazioni che hanno perso due anni di scuola? Sono finalmente giuste domande, che sarebbero da affrontare subito, insieme a una terza, che il NYT non si pone: non è che abbiamo paura di dirci la verità in nome dell’inclusività?
È un problema molto serio dell’Occidente, indebolito da un secolo di filosofie che tendono a togliere peso alla libertà e alle responsabilità personali. Sarà colpa del sistema economico o di quello sociale, dei pregressi psicologici o di quelli culturali. La responsabilità di tutto ciò che accade è sempre da trovare altrove così da non vivere mai il duro rapporto con la realtà e arrivare ai famosi giudizi normativi che rendono questo rapporto fecondo, anche quando è difficile: bello/brutto, buono/cattivo (o giusto/sbagliato), vero/falso. Le tre scienze normative – estetica, etica e logica – sono la base dell’umano.
Il paradosso dell’inclusività che ci rende solitari
L’università, come la famiglia o il gruppo o l’istituzione, che ragiona in base a quanto una situazione sia leggera o pesante, accettabile o inaccettabile, inclusiva o esclusiva, liberatoria o oppressiva, spesso ammorbidisce l’impatto con le circostanze in modo che non faccia male. Si capisce l’intento di protezione e incoraggiamento, che è una parte importante dell’educazione. Ma manca l’altra, quella del confronto con il mondo e della direzione da assumere.
L’inclusività e la protezione finiscono con il comprimere e deprimere l’umano se entrano in conflitto con la verità e il giudizio. Ciò che comincia con il «non usare la verità come un’accetta» finisce con il «non dire affatto la verità se offende qualcuno». Così dall’era della post-verità si passa a quella della suscettibilità. E visto che nel confronto con la vita e con le altre persone si corre sempre il rischio di offendere o di essere offesi, meglio non avere a che fare con nessuno o avere a che fare con altri esseri viventi non umani, che da quelli si distinguono proprio per il non dare giudizi normativi. Il paradosso è che così in nome dell’inclusività e della comprensione finiamo per diventare isolati, solitari e senza comunicazione. Chiuso nel proprio mondo, ciascuno si sentirà sicurissimo e inutile.
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