L’università entra in carcere. La Bicocca apre un polo universitario per detenuti a Bollate e Opera

Di Francesco Amicone
29 Giugno 2013
L'università «non è un luogo chiuso, ma aperto al mondo», anche all’esperienza carceraria, spiega il rettore Fontanesi

Studiare o insegnare corsi universitari in carcere (specialmente se italiano) potrebbe sembrare un’impresa impossibile. Nel pieno dell’emergenza sovraffollamento e nelle altre condizioni disumane in cui sono costretti a vivere i detenuti è difficile pensare che si possa trovare lo spazio anche solo per studiare, o per organizzare una lezione. Ci sono istituzioni, però, come l’Università Bicocca di Milano e l’amministrazione penale lombarda, che, nonostante limiti e difficoltà, sono riuscite a costruire una piccola esperienza che ha permesso, a una ventina di detenuti fino a oggi, di ottenere titoli di studio e attestati, anche dietro le sbarre.

OBIETTIVO: REINSERIMENTO. L’accordo siglato oggi dall’Università Bicocca di Milano e l’amministrazione penale lombarda è una delle strade percorse per portare il sistema carcerario ad assolvere ciò che costituzionalmente dovrebbe essere la pena: non solo una sanzione per un crimine commesso, ma anche un percorso di rieducazione e un futuro reinserimento nella società.
Alla conferenza, culminata con la firma dell’accordo, erano presenti il Rettore dell’ateneo milanese Marcello Fontanesi, il provveditore dell’Amministrazione Penitenziaria lombarda Aldo Fabbozzi e Alberto Giasanti, docente della Bicocca e responsabile del progetto, nonché i Garanti dei diritti dei detenuti e presidenti e vicepresidenti delle commissioni carcerarie di Regione Lombardia e Comune di Milano.

UNIVERSITÀ APERTA. «Non è la prima convenzione che firmiamo tra noi», spiega il Rettore Fontanesi. «Altri progetti sono già attivi per i detenuti lombardi e per chi sta scontando la pena al di fuori delle carceri lombarde». Una collaborazione che va avanti da anni, prosegue il Rettore, spiegando che è suo interesse seguire la linea «dettata dai fondatori dell’Università», i quali, fra tante aspirazioni, avevano anche quella di dimostrare che l’università «non è un luogo chiuso, ma aperto al mondo», anche all’esperienza carceraria.
L’accordo firmato oggi ha l’obiettivo di sviluppare attività scientifiche, culturali e didattiche presso gli Istituti Penitenziari di Milano e Monza e prevede la realizzazione di un polo universitario presso le Case di Reclusione di Milano Bollate e Milano Opera. Un progetto che non ha come protagonisti soltanto docenti e carcerati, ma che è rivolto anche al personale in servizio nelle carceri e agli studenti universitari della Bicocca, che avranno la possibilità di fare stage, tirocini e percorsi di formazione post-laurea nel contesto penitenziario.

UN SISTEMA CARCERARIO NUOVO. Formazione, accrescimento culturale, incontro tra persone libere e detenute può favorire l’efficienza del sistema carcerario. La convenzione è utile anche a «ridimensionare il fenomeno della recidiva», ricorda Aldo Fabozzi, che spiega come sia ancora possibile migliorare i progetti già esistenti. «Si potrebbero utilizzare sezioni di detenuti universitari come fanno già in Piemonte», spiega il provveditore.
Si assiste in questi anni, prosegue Fabozzi, alla «costruzione di una nuova cultura del sistema carcerario». L’accordo ne è un segno tangibile. Un passo verso un’evoluzione positiva del sistema, benché precisa, «le nuove leggi non bastino» ancora a fermare l’emergenza umanitaria che colpisce le carcerari italiane. «Credo fermamente che creare un sistema che possa facilitare lo studio» per i carcerati, aumentando la possibilità di fargli ottenere un lavoro a fine pena, «sia interesse per tutta la società», conclude.

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