
Un mercoledì da Trump tra surf e moto

Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti) – Quando si parla di surf, Surfer Magazine fa giurisprudenza. Più che una rivista è un massimario di sentenze ex cathedra in tema di surfing culture. Secondo Surfer se Trump fosse un surfista – e certo non lo è – sarebbe uno di quelli che arrivano in spiaggia a bordo di un grosso pick-up, annunciando la propria presenza a voce alta; utilizzerebbe una lunga tavola made in Asia, senza cogliere l’ironia della cosa, e si piazzerebbe sul picco dell’onda senza curarsi degli altri, né delle proprie scarse capacità. Non tanto un kook (un principiante imbranato), quanto un poser (un surfista mediocre che si dà arie da campione).
Kook o poser, è evidente che Surfer non ama Trump. Ma c’è qualcuno, tra i devoti del credo “Life’s a beach”, che ama l’attuale presidente? Qualcuno c’è, ma sembra siano pochi. Gironzolando su internet spunta la foto di un gruppo di sedicenti surfisti pro Trump: quattro o cinque individui dimessi, in posa sulla Huntington Beach, California, che mostrano orgogliosamente il nome del loro beniamino malamente tracciato sulle tavole con la vernice spray. Huntington Beach è stata di recente teatro di scontri tra sostenitori del presidente e manifestanti anti-Trump: insulti, qualche schiaffo, un fan dell’amministrazione accecato con lo spray al peperoncino. Niente di che, in fondo. Ormai neppure le risse sono più quelle di una volta.
Nel 1986, durante un’importante gara di surf, un gruppo di rozzi ragazzotti esortò alcune recalcitranti signorine in bikini a mettere in mostra le loro grazie, innescando quelli che sarebbero passati alla storia come gli Op Pro Riots: auto distrutte, locali pesantemente danneggiati, incendi e cariche della polizia in assetto antisommossa. Ma i teppisti di Huntington non erano surfisti, non in senso stretto, e definirli di destra o di sinistra sarebbe una sciocchezza.
A proposito, il surf è di destra o di sinistra? Jerome Hall, un antropologo che ha insegnato storia e cultura del surf all’Università di San Diego, dice che rispondere a questa domanda è «come cercare di colpire un bersaglio che si muove». All’inizio degli anni Sessanta alcuni surfisti californiani esibivano simboli nazisti con compiaciuta sfacciataggine. Anche il celebre Miki Dora (un Jim Morrison in calzoncini, per intenderci) girava con una svastica disegnata sulla tavola. Ma era più che altro un modo per immergersi nel lato oscuro delle cose così come si penetra nel cavo ombroso dell’onda: flirtare con il male era un hobby diffuso ai tempi della controcultura. Nel libro The Pump House Gang Tom Wolfe descrive un gruppo di surfisti che, vestiti da SS, raggiungono la spiaggia a passo d’oca.
Tempi lontani, comunque. Nel corso degli anni il movimento ambientalista, sempre più sviluppato, ha attirato a sinistra un gran numero di surfisti: le conseguenze dei cambiamenti climatici, l’inquinamento delle acque, l’erosione delle coste sono temi che chi frequenta il mare conosce da molto prima che arrivassero all’attenzione dell’opinione pubblica. È qui che si spiega l’antipatia nei confronti di Trump. Il blog “We Are Surfers” ha elencato le quattro ragioni per cui vale la pena opporsi all’attuale presidente: la diatriba con il Messico che potrebbe avere riflessi sull’accessibilità dell’amatissima Baja California, la possibilità che dazi e protezionismo rendano più costose le attrezzature prodotte all’estero, il rischio di cementificazione di spiagge e coste e, in generale, lo scarso impegno dell’amministrazione nella tutela dell’ambiente.
Resort extralusso e grandi muri
I surfisti di Doughmore, in Irlanda, hanno combattuto (e a quanto pare vinto) una battaglia contro la Trump International Golf Links, che voleva costruire un muro lungo quasi tre chilometri sulle dune di Carrowmore, per difendere il proprio resort dall’innalzamento dell’oceano legato al cambiamento del clima (sì, lo stesso che secondo Trump non esiste). Ora l’attenzione si è spostata in Indonesia, dove gli uomini del presidente hanno iniziato a costruire un paio di mega resort in quel che resta della foresta vergine e – non sia detto per inciso – a due passi dalle onde cristalline di Canggu.
Vicende come queste giustificano l’orientamento generalmente antitrumpiano del movimento surfistico, mentre appare più difficile spiegare il posizionamento sinistrorso dell’ambientalismo complessivamente inteso. La conservazione dell’ambiente spetterebbe in linea di principio a chi si definisce conservatore, o no? L’ecologismo è di destra, o dovrebbe esserlo, e – udite udite – forse dovrebbe esserlo anche il surf. Nel 2012 mi sorprese trovare un articolo dedicato a onde, tavole, annessi e connessi sul sito ultraconservatore Breitbart, creatura dello stratega trumpiano Steve Bannon e roccaforte della destra radicale.
Nel suo pezzo Gregory Chang scrive che il surf ha rafforzato in lui il credo conservatore: «A volte vieni travolto dalle onde, cadi e paghi un prezzo elevato. Fa parte del gioco, e non puoi evitarlo. È questo l’elemento dello spirito conservatore che spesso risulta più difficile da comunicare: l’orgoglio e la soddisfazione che derivano dall’assumersi dei rischi e avere successo». L’articolo di Chang, scritto in piena era obamiana, è una tirata contro l’ipertrofia dello Stato Leviatano, spauracchio della destra americana. I surfisti, secondo Breitbart, sono abituati a contare sulle proprie forze e a soccorrersi a vicenda, e anche noi dovremmo badare a noi stessi senza pretendere o accettare un aiuto che arriva dall’alto e si fa pagare caro.
Conservatori sulla tavola
Su LA Weekly il professor Hall ha tracciato il profilo del tipico surfista conservatore: «Maturo, bianco, disoccupato o in pensione; sente di meritare una fetta della torta, ed è convinto di non averla avuta». Praticamente un elettore di Trump. In effetti, tornando all’interrogativo iniziale, qualche surfista repubblicano si trova. Il fortissimo Fred Hemmings, ex senatore alle Hawaii, il deputato californiano Dana Rohrabacher, l’ex sindaco di San Diego Roger Hedgecock. Bisognerebbe aggiungere Peter Navarro, consigliere di Trump ma formalmente democratico. È di San Diego anche lui, e d’altra parte cercare qualcuno che non abbia mai fatto surf a San Diego sarebbe un po’ come girare per Testaccio aspettandosi di incontrare un ragazzo digiuno di pallone.
Concludendo: potete surfare e votare Trump, se volete. Se invece la politica da spiaggia vi ha stancato, vi conviene abbandonare la tavola e salire in sella a una moto. Al contrario dei surfisti, i biker non hanno dubbi: Trump tutta la vita. Ve ne accorgerete visitando il sito bikersfortrump2016.com, che celebra il presidente senza tentennare; meno di trenta dollari e la maglietta ufficiale del team sarà vostra, con tanto di scudetto dedicato: in alto la scritta Trump su sfondo blu, sotto la sagoma di un motociclista che si staglia sulle strisce della bandiera statunitense. È kitsch, lo so, ma a me non dispiace. I “Bikers for Trump” sono gli stessi che hanno sfilato orgogliosamente per le strade di Washington, il giorno del giuramento.
La liaison tra Donald e i centauri ha avuto anche il suo pegno d’amore, una moto extralusso donata al futuro presidente dai protagonisti della serie tv American Chopper, in tempi non sospetti: linee barocche, telaio dorato, dettagli più che appariscenti. Trump la moto non sa neppure guidarla, dicono i detrattori, dunque non si capisce perché debba possedere un chopper. È anche vero, però, che per alcuni non sa neppure guidare il mondo libero, per usare un’espressione obsoleta: perché mai consegnargli la Casa Bianca? Punti di vista.
Foto Ansa
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