Un diabolico Anti Te Deum per i “giusti” ligi alle leggi ma ciechi davanti alla realtà

Di Berlicche
14 Dicembre 2020
Storia infernale di una donna che ha sfidato la morte, la disoccupazione, la perdita della casa, l’angoscia per i figli… ma non ha potuto fare nulla contro la burocrazia italiana

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

Mio caro Malacoda, finisce il 2020 ed è tempo di Te Deum. Senti prima questa storia.

Giovanna ha nel mio racconto un nome italiano, ma è in realtà di un paese dell’Estremo Oriente. Vive in una grande città italiana da molti anni, ha tre figli. Non ha più il marito. L’ha perso dieci anni fa, quando l’ultimo dei tre figli era appena nato. Si è ritrovata sola, in Italia, con tre bambini, disoccupata e con un affitto da pagare. Aveva bisogno di trovare un lavoro. Parenti e amici della comunità cittadina del suo paese di provenienza le hanno consigliato senza mezzi termini il mestiere più antico del mondo. Lei ha rifiutato.

Il marito, pochi mesi prima di morire, aveva conosciuto un’associazione di volontariato che si prende cura di minori in difficoltà, sostanzialmente li segue nei compiti a casa. Giovanna si è presentata alla loro sede con i tre bambini. Nel frattempo il proprietario dell’alloggio in cui viveva l’aveva cacciata perché non poteva più pagare l’affitto. Una donna dell’associazione, Maria, ha deciso di farsi carico personalmente dei problemi di Giovanna. Anzi, di Giovanna e dei suoi tre figli. Li ha ospitati a casa sua e nel frattempo si è messa a cercare un alloggio. Un’agenzia immobiliare del quartiere ne ha trovato subito uno, piccolo, con affitto abbordabile e, soprattutto, non ha chiesto commissioni, anzi ci ha messo del suo. L’alloggio era da ammobiliare. Due famiglie dell’associazione hanno svuotato una camera di casa loro: armadio, tavolo, sedie e letti. Smontati, traslocati con furgone di fortuna, rimontati. Giovanna, quando ha visto il piccolo alloggio (ingresso, cucina, bagno e camera) ha detto: «È la casa che ho sempre sognato». Restava il problema del lavoro. Maria conosceva un imprenditore che, tra le varie attività, ha messo in piedi anche un’impresa di pulizie. L’ha contattato, gli ha descritto la situazione, lui ha detto: va bene. Il lavoro è dall’altra parte della città, ma è un lavoro. Inizialmente a ore, poi lentamente stabilizzatosi, una gran paura di perderlo per l’emergenza coronavirus, ma anche questo ostacolo è stato superato.

Nel frattempo Maria portava a scuola i tre figli di Giovanna, li andava a prendere, li ospitava a pranzo, nel pomeriggio studiavano nella sede dell’associazione di volontariato, e la sera li riportava a casa in attesa del ritorno della madre. Qualche volta, se gli amici dell’associazione potevano, si andava insieme al mare o in montagna. Il primo dei figli s’è fatto grandicello, finisce quest’anno la terza media e per il prossimo deve decidere dove proseguire gli studi. Giovanna ha pensato di iscriverlo al liceo – il ragazzo è sveglio, intelligente e appassionato di scienze – e nel mese di novembre ha partecipato su zoom all’open day di un istituto paritario della città il cui gestore (un amico di Maria) si è già detto disponibile a venire incontro a Giovanna per la retta.

Appuntamento fatidico

Nel frattempo Giovanna ha maturato i requisiti per diventare cittadina italiana e ha fatto domanda per la carta di identità dei tre figli. Ha telefonato all’anagrafe del Comune, ha fissato l’appuntamento, la concessione del quale in tempi di Covid non è stata propriamente celere, ha preso una mattinata di permesso dal lavoro, ha fatto stare i figli a casa da scuola e si è presentata allo sportello indicato all’ora convenuta: lei e i tre bambini. Il funzionario dell’anagrafe l’ha guardata interrogativo: per chi è la carta di identità? Per loro, ha detto Giovanna. Ma l’appuntamento è a nome suo, signora. Certo, sono la madre, loro sono minorenni, non avrebbero mai potuto prendere appuntamento, né glielo avreste dato. Signora, io qui ho un appuntamento per Giovanna xxx, poso fare la carta di identità solo a Giovanna xxx. Mi scusi, insisto, io la carta di identità ce l’ho già, l’appuntamento l’ho preso per i miei figli.

Non c’è stato niente da fare. Giovanna, Carlo, Elena e Marco se ne sono tornati a casa senza carta di identità. Quando Giovanna gliel’ha raccontato, Maria ha detto: mi dovevi chiamare, sarei venuta e avrei insistito. Giovanna l’ha guardata stupita: e credi che io non abbia insistito?

Il culto ipocrita delle regole

In effetti, a ripercorrerne le vicissitudini, non sembra una che non sappia insistere, che demorda alla prima difficoltà. Ma Giovanna, che ha conosciuto la morte, la disoccupazione, la perdita della casa, l’angoscia per i figli… non aveva ancora conosciuto la burocrazia italiana e l’ottusità del funzionario medio. Nella sua movimentata vita non si era ancora scontrata con la stupida sacralità delle “regole” e l’indifferenza atarassica di chi ha come massimo argomento la loro applicazione. Me lo vedo l’impiegatuccio dietro il pannello di vetro: signora, è la legge, io non posso farci niente. (Bugiardo e ipocrita! Avrà sicuramente lasciato l’auto in doppia fila.)

Bene, ma che c’entra questo con il Te Deum? Con l’elenco di ciò di cui ringraziare Dio alla fine di un anno? Un anno, poi, come il 2020? Io non so chi ringraziare, meno che mai ringrazierei il Nemico, ma sono veramente grato per l’esistenza di questi prototipi di “giusti”, di queste persone osservanti della legge e non osservanti della realtà. Ma sai quanto ci facilitano il compito a noi diavoli! Buon anno!

Tuo affezionatissimo zio
Berlicche

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