Un buon Natale nell’“anno peggiore mai visto”

Di Luigi Amicone
25 Dicembre 2020
Non c’è altra fede e speranza che la fede e la speranza che hanno dato resurrezione a un mondo che era già morto mentre il figlio di Dio nasceva
La copertina del Time dedicata al 2020

Cronache di mezzo lockdown / 23

Gli islamisti di Hamas che raccomandano al popolo di non avere “nessuna interazione” con le feste natalizie. Cioè il divieto di festeggiare il Natale. Macron che esalta la libertà di blasfemia e in genere le élite democratiche europee che raccomandano lo spazio vuoto siderale – festa sì, ma ricordare “senza ferire la sensibilità altrui”.

Ci stiamo sempre più avvicinando al punto indicato da Ratzinger a Ratisbona dell’abbraccio dei due nichilismi. L’uno figlio dell’altro allo stesso modo che Robespierre, Pol Pot, Khomeini. Tutti vengono da Parigi. Dalla Rivoluzione francese in poi, un solo mattatoio dai molteplici spunti ideologici. Scientisti, politici, religiosi… Altro che chiudere stalle quando i buoi sono scappati e annunciare la persecuzione giudiziaria degli imam radicali.

Se lo Stato di Francia restituisse la roba rubata alla Chiesa negli ultimi tre secoli e se invece di investire i soldi ad acchiappare i buoi finanziasse una mobilitazione di predicazione di massa e conversione dei musulmani di Francia (come fece la Spagna che scatenò i predicatori domenicani all’epoca del Concilio tridentino), certo ci guadagnerebbero francesi ed europei. I francesi perché avrebbero chiaro il tema di quale sia l’unica prospettiva per non finire prima o poi in una guerra civile (vedi lettera di Charles de Focauld). Gli europei perché prenderebbero spunto dall’esempio gallico per fare laicamente ciò che perfino gli uomini di Chiesa hanno il terrore di fare e perciò si rintanano nell’ultimo rifugio delle canaglie iscariote (i poveri).

In verità, la notte demografica più buia che l’Italia è l’Occidente hanno conosciuto nella loro storia ormai più che bimillenaria, è diretta emanazione del doppio nichilismo che sta per congiungersi in accoppiamento diabolico. Ed è la più documentata espressione di una civiltà di chiacchieroni che va a morire. Appunto, “divertendosi da morire”, alle spalle di una eredità ridotta ai fichi secchi di un Narciso che si specchia e annega nella pozzanghera che ha chiamato “Progresso”.

Non c’è altra fede e speranza che la fede e la speranza che hanno dato resurrezione a un mondo che era già morto mentre il figlio di Dio nasceva. Non è mica vero come dice Time e tutta la pubblicistica poveretta di neuroni anche se molto ricca di scempiaggini tipo “2020 l’anno peggiore mai visto” (mai visto? Andatelo a chiedere ai fantasmi delle generazioni passate dalla peste, dalle guerre mondiali, dagli Olocausto, dai genocidi eccetera).

Non abbiamo visto ancora niente. Poiché, come ha scritto definitivamente l’ebrea laica Hannah Arendt,

«il miracolo che preserva il mondo, la sfera delle faccende umane, dalla sua normale, “naturale” rovina è in definitiva il fatto della natalità, in cui è ontologicamente radicata la facoltà di agire. È, in altre parole, la nascita di nuovi uomini e il nuovo inizio, l’azione di cui essi sono capaci in virtù dell’esser nati. Solo la piena esperienza di questa facoltà può conferire alle cose umane fede e speranza, le due essenziali caratteristiche dell’esperienza umana che l’antichità greca ignorò completamente. È questa fede e speranza nel mondo che trova forse la sua più gloriosa e efficace espressione nelle poche parole con cui il vangelo annunciò la “lieta novella” dell’avvento: “Un bambino è nato fra noi”».

Questo è il Natale. Il buon Natale!

E sarebbe tutto se non che – come disse Giussani mentre parlava a dei ragazzini e paragonava Cristo alla barca con su l’amico che invece di scomparire all’orizzonte, perché la vita è così, si affaccia come puntino all’orizzonte per arrivare qui, alla riva dove ci sei tu – «il cristianesimo nasce così, come l’uomo che aspetta, che abbraccia l’uomo che arriva».

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