Un anno di film in “Cattive acque”

Di Simone Fortunato
11 Dicembre 2020
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Mark Ruffalo in una scena del film Cattive acque

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

I cinema hanno chiuso a fine febbraio/inizio marzo. Allora c’era un film, scappato subito su Sky e quindi chissà se qualcuno l’avrà visto. Si chiamava Cattive acque, bella storia prodotta e interpretata da un grande Mark Ruffalo, avvocato in difesa dei poveri cristi in una storia d’altri tempi (voto 8,5: è uno dei film migliori della stagione). Senza fronzoli, senza retorica inutile. E comunque i cinema hanno chiuso proprio con questo titolo, giusto un filo profetico: Cattive acque. Il bello è che poi hanno riaperto, ma a stagione già finita, a primavera inoltrata con tutto il pubblico possibile in vena di fare altro piuttosto che chiudersi in sala. 

In ogni caso mancavano film, come abbiamo più volte documentato su queste pagine. L’unico, davvero imperdibile a nostro avviso è un altro titolo bello e sfortunatissimo, uscito a ridosso della nuova chiusura di ottobre. Cosa sarà (9) di Francesco Bruni, il regista di Scialla!. Cosa sarà, appunto, pure questo giusto un filo profetico: e i cinema hanno chiuso. Eppure il film di Bruni era proprio bello e attualissimo: la storia non di una lotta contro un tumore ma di un dolore portato insieme, in famiglia ed amicizia. 

È stato un anno strano, con tanti buoni film italiani: 18 regali è un melodramma commovente, delicato, una bella sorpresa, Hammamet ha un eccezionale Favino (solo lui voto 10) e ha il merito di non essere un film manettaro (7,5). Figli, con la coppia Mastandrea/Cortellesi e sceneggiato dal bravo Mattia Torre, ha il merito di raccontare la vita matrimoniale e l’arrivo dei figli come un’opportunità e non un disagio (7,5) e Volevo nascondermi di Giorgio Diritti sulla vita di Ligabue pittore non ha la forza dei suoi precedenti lavori, Il vento fa il suo giro e soprattutto L’uomo che verrà, ma è una storia di grande umanità con un ottimo interprete come Elio Germano. 

Zalone fa rima con delusione

Ci sono state anche le immancabili chiaviche italiane: Lacci di Daniele Luchetti (5) è un film che perde pezzi per strada e non arriva mai a una idea buona. Tolo Tolo (5) di Checco Zalone sembra un film di un altro secolo, su argomenti vetusti, vecchissimo e datato. Già allora non faceva ridere, figuriamoci adesso. L’unica consolazione è che è stato un grande incasso, probabilmente l’ultimo grande incasso per anni. 

Resto del mondo: Il richiamo della foresta (5) è piuttosto orrendo con un Harrison Ford vecchissimo che fa da badante a un lupo. Ma questi l’hanno letto London? Di Tenet hanno scritto tutti (6): lo trovo astruso, cerebrale, senza cuore e forse senza senso. Dolittle (4) è stato un disastro: praticamente un film senza storia, sbagliato sin dalla scelta del protagonista, Robert Downey Jr., che sembra finito lì per caso. Non è stato l’unico flop sanguinoso per Hollywood: se Bad Boys for Life è una stanca riproposizione degli anni Novanta (5), il musical Cats è orrendo sin dal trailer, con i personaggi gatti che sono un pugno nell’occhio. Magari tra qualche anno questo film, peraltro costosissimo e diretto dal regista di Les Misérables, non proprio l’ultimo dei fessi, diventerà un cult kitsch, per adesso fa solo schifo e basta (0). 

Non male questo Totti

Onward della Pixar è una mezza delusione (6,5): gradevole e simpatico ma senza il genio dei capolavori del passato. E anche Mulan, sanguinosamente lasciato fuori dalle sale non è che ci abbia convinto troppo. Tanti effetti digitali ma anche poco cuore: il film degli anni 90 è decisamente superiore (voto 6 stiracchiatissimo). Mi ha molto divertito il piccolo intrigante Palm Springs (7,5) che sembra una versione di Ricomincio da capo sotto acido (e per questo decisamente attuale per chi ha sperimentato l’ebbrezza della Dad con più figli in contemporanea). Il documentario Mi chiamo Francesco Totti è bello, simpatico e ironico (7,5). Alex Infascelli, regista e sceneggiatore, non lo fa diventare un santino ma cerca di raccontare un vissuto che sembra sincero. Ho trovato inelegante e gratuito il livore contro Luciano Spalletti, ma tant’è. 

Capitolo serie tv: è davvero bellissima e appassionante La regina degli scacchi, storia molto classica firmata da un ottimo sceneggiatore hollywoodiano, con una interprete eccezionale. Più di tutto però convince l’ambientazione anni Sessanta impeccabile e un realismo notevole nel tratteggio psicologico. E poi ci sono gli scacchi, che fanno storia a sé e sono raccontati senza sbavature (9). Mi sta piacendo anche Romulus, sorta di Game of Thrones alla vaccinara. Che però è tutt’altro che grossolano, ha un cast azzeccato (tra cui il grande Yorgo Voyagis nei panni di Numitore), effetti all’altezza e un respiro internazionale, cosa peraltro piuttosto rara in produzioni italiane. E poi è girato in un latino arcaico e incomprensibile! 

Cose vecchie e recenti

Durante il lockdown ho recuperato serie vecchie o recenti che mi hanno colpito per un verso o per l’altro. The Wire che trovate su Sky (9) è un gran classico targato Hbo e andato in onda tra il 2002 e il 2008. È un gioiello di scrittura ma ha anche un approccio innovativo rispetto alla detective story. La realtà è più complessa, i figli di buona donna sono da una parte e dall’altra e la speranza, se se ne trova, finisce negli angoli più disparati. Vale la pena vedere tutti e 60 gli episodi, magari in sequenza. È molto buona anche Picard, sorta di sequel/spinoff di Star Trek – The Next Generation, vicenda intima e ricca di nostalgia, con il sempre bravo Patrick Stewart (Prime Video, voto 7). Altri recuperi, stavolta su suggerimento di amici/lettori/parenti: è molto ben scritta e strutturata This is us e anche non banale, almeno in certi passaggi (Prime, voto 8). È, in apparenza, la storia di tre fratelli e anche dei loro genitori e avevo dei motivati pregiudizi sulla coppia Requa/Ficarra che al cinema avevano fatto solo cose abbastanza orrende come Colpo di fulmine o Focus, invece la serie funziona, è ben scritta e molto verosimile.

Infine, quella pazzia di The Handmaid’s Tale (Prime), serie inquietante, orwelliana e molto cupa. Non è lineare e non ha un ritmo scoppiettante ma ha un bello stile cinematografico, quasi kubrickiano e geometrico e, almeno nelle prime due stagioni, ha delle buone svolte (8). 

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