
Dall’Ue 36,5 milioni in cinque anni ad «associazioni islamiste»

«La santa alleanza tra wokismo e islamismo» la chiama Le Figaro, denunciando il passaggio di un ingente flusso di denaro dalle casse dell’Ue a Ong e associazioni che si battono contro la discriminazione dei musulmani in Europa, ma che hanno forti legami con pericolose organizzazioni islamiste.
La campagna a favore del velo islamico
L’allarme in Europa è scattato dopo la pubblicazione, da parte del Consiglio d’Europa, della campagna «La libertà nell’hijab», volta a celebrare «il velo islamico come diritto umano». La polemica che ne è nata ha costretto l’organismo (esterno all’Ue) a ritirare la campagna, lasciando però acceso un faro su quanto sia pericoloso e scivoloso combattere le “discriminazioni” senza sapere di che cosa si parla.
Per quanto non fosse promotrice della campagna, Bruxelles era implicata avendola finanziata attraverso il programma “Cittadini, uguaglianza, diritti e valori”, coordinato dalla commissaria per l’uguaglianza Helena Dalli. Il fondo è dotato della cifra colossale di 1,5 miliardi di euro e molti di questi vanno ad associazioni quanto meno ambigue.
Il paravento dell’antirazzismo
Tra queste c’è l’Enar, il Network europeo contro il razzismo, che ama presentarsi come «la voce dell’antirazzismo in Europa» e che ogni anno riceve dalle istituzioni comunitarie un milione di euro. I fondi vengono impiegati, tra le altre cose, per realizzare ricerche e dimostrare, spiega il giornale francese, che «la lotta antiterrorista nell’Ue ha rafforzato le discriminazioni etniche e religiose, soprattutto in Francia».
Tra le priorità dell’Enar c’è la lotta contro le leggi che vietano l’hijab negli spazi pubblici e contro la laicità francese, responsabile di «opprimere le donne musulmane». Obiettivi preoccupanti se si considera che tra gli ex dirigenti dell’Enar c’era Michael Privot, membro dei Fratelli Musulmani, mentre attualmente è presente Intisar Kherigi, figlia di Rached Ghannouchi, fondatore del partito tunisino della Fratellanza Ennahda. Presidente del Network è poi Karen Taylor, che ha criticato ad esempio lo scioglimento in Francia di Barakacity, che secondo il governo transalpino era a tutti gli effetti un’«officina islamista» che operava «contro la Repubblica».
L’Ue finanzia anche la Femyso, il Forum europeo delle organizzazioni musulmane di giovani e studenti che dal 2007 ha ricevuto 210 mila euro. Il Forum ha legami con Milli Gorus, il movimento islamico turco messo sotto osservazione in Germania, e realizza campagne sulla libertà di portare il velo e sull’islamofobia in Europa. C’è poi l’Emu, Unione musulmana in Europa, che oltre ai fondi dell’Ue gode di finanziamenti dal Qatar e ha per cofondatore Andreas Rieger, avvocato tedesco noto per le sue prese di posizione antisemite.
36,5 milioni in cinque anni versati dall’Ue
Negli ultimi cinque anni, riassume il Figaro, l’Ue avrebbe versato nelle casse di associazioni islamiste ben 36,5 milioni di euro. Come mai? Come ipotizzava l’europarlamentare François-Xavier Bellamy, si tratta di un tic culturale frutto di un insieme di senso di colpa e di volontà di prevenire ogni accusa di islamofobia. Sentimenti che la «nebulosa islamista» sa sfruttare:
«Sotto la copertura dell’antirazzismo, la nebulosa islamista entra negli ambienti delle istituzioni europee: associazioni, federazioni, ong propongono progetti e ottengono finanziamenti europei. Nel nome della “lotta all’islamofobia” riescono a imporre le loro tesi».
Foto Ansa
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