«Io, sopravvissuto alla bomba atomica di Nagasaki, dico: Putin, fermati in Ucraina»

Di Leone Grotti
14 Marzo 2022
Sueichi Kido è uno degli ultimi hibakusha del Giappone, aveva cinque anni quando scoppiò l'ordigno nucleare nella sua città. «Ho paura che il conflitto degeneri, mi spaventa anche il riarmo della Germania», dichiara a Tempi
Sueichi Kido, hibakusha sopravvissuto in Giappone alla bomba atomica sganciata a Nagasaki, si schiera contro la guerra nucleare in Ucraina

Sueichi Kido, hibakusha sopravvissuto in Giappone alla bomba atomica sganciata a Nagasaki, si schiera contro la guerra nucleare in Ucraina

«Quando ho letto la notizia che il presidente della Russia, Vladimir Putin, aveva messo in stato di allerta le forze di deterrenza nucleare sono rimasto stupito e spaventato. Voi non sapete che cos’è una bomba atomica». Sueichi Kido, invece, lo sa. È una delle poche persone rimaste al mondo a saperlo. L’uomo di 82 anni vive a Gifu, città centromeridionale del Giappone, ed è nato a Nagasaki il 21 gennaio 1940. Il 9 agosto 1945 stava mangiando una ciotola di noodles con sua mamma, appena fuori da casa, quando sentì sopra la sua testa il rombo di Bockscar, il bombardiere americano B-29 che sganciò sulla città la bomba atomica che uccise più di 70 mila persone.

«Vidi un lampo di luce, poi l’esplosione»

La casa di Kido si trovava a oltre due chilometri di distanza dal punto in cui fu lanciato l’ordigno nucleare. «Ricordo di aver detto: “Sembra un aeroplano americano”. Poi ho visto un lampo di luce nel cielo e ho sentito un’enorme esplosione», racconta Kido la sua esperienza a Tempi. Allora aveva cinque anni, venne sbalzato a trenta metri di distanza e perse conoscenza.

Quando riaprì gli occhi, vide l’inferno: «Non riuscivo neanche a riconoscere il viso di mia madre, completamente ustionato al pari del suo torace. Io avevo ustioni sul lato sinistro della faccia. Mia madre non vedeva più, ma riuscì a trascinarmi in un rifugio, dove cadde a terra svenuta».

«C’erano uomini carbonizzati ovunque»

Kido non ha mai dimenticato ciò che vide nel tragitto verso il rifugio: «La Nagasaki che conoscevo era scomparsa, sostituita da un cumulo di macerie annerite. C’erano uomini carbonizzati dovunque e cadaveri sparsi per le strade o galleggianti nei fiumi». Più di tutto, Kido ricorda «un enorme numero di persone che vagava per strada gridando: “Acqua, acqua, acqua!”. Io non avevo la minima idea di che cosa fosse successo, ma sentii in me che una cosa del genere non sarebbe dovuta succedere mai più. E ancora oggi sono della medesima opinione».

La sua famiglia e i suoi amici non parlarono mai più di quel giorno e Kido scoprì di essere un hibakusha, il termine utilizzato in Giappone per indicare i sopravvissuti all’attacco atomico, soltanto a 12 anni, collegando i puntini dopo aver visto un libro fotografico su Hiroshima e Nagasaki.

Kido si è laureato alla Doshisha Università, ha lavorato come docente in un college femminile e dal 1991 ha iniziato lavorare con il movimento degli hibakusha. Oggi è il segretario generale dell’associazione dei sopravvissuti all’atomica, la Nihon Hidankyo.

«Putin fermi subito la guerra»

La sola idea che Putin possa pensare all’utilizzo di armi nucleari lo atterrisce: «È una cosa terrificante», spiega. «L’intero genere umano è esposto al rischio dell’estinzione per l’operato di un singolo uomo di potere. Un solo atto, un atto folle, può profanare l’intera storia degli esseri umani. Sarebbe un errore assolutamente imperdonabile».

Kido ovviamente non sa se Putin si spingerebbe a tanto pur di vincere la guerra in Ucraina, nel caso la Nato intervenisse per contrastarlo, «ma l’utilizzo di armi atomiche è possibile e bisogna fermarsi subito». Poi lancia un appello:

«Chiedo al presidente Putin di mettere da parte le sue ambizioni personali, di recuperare la sua umanità e di fermare immediatamente la sua invasione dell’Ucraina».

L’ipotesi dello scoppio di un conflitto nucleare non è l’unica cosa che preoccupa l’hibakusha. «La notizia del riarmo della Germania mi ha turbato molto. Anche il Giappone ha proposto di seguire la strada intrapresa da Berlino, ma io penso che una cosa del genere non debba accadere».

«Mai bombe atomiche in Giappone»

Una settimana fa l’ex primo ministro Shinzo Abe ha fatto una proposta senza precedenti nella storia recente del Giappone: ospitare alcune testate nucleari americane su suolo nipponico per difendersi da una possibile degenerazione del conflitto in Ucraina e dalle possibili conseguenze di un’invasione di Taiwan da parte della Cina. «Questa proposta deve essere respinta con fermezza», replica Kido senza esitazioni:

«La bomba atomica è un’arma dissennata creata con il solo obiettivo del completo annientamento. È un’arma talmente malvagia che gli esseri umani non possono accettarla. Noi hibakusha abbiamo subito un bombardamento nucleare, sappiamo che cosa significa e continuiamo ad affermare che l’unica strada per proteggere il genere umano è abolire completamente le armi nucleari. Tutto il mondo deve convincersene».

L’ultima generazione di hibakusha

Eppure il mondo non se n’è mai convinto e sembra non aver imparato nulla dal tragico epilogo della seconda guerra mondiale. «Dipende», ribatte Kido. «La creazione dell’Onu, che ha come obiettivo la risoluzione pacifica dei conflitti internazionali, è stato un segnale positivo. Ma il fatto che cinque paesi – Usa, Russia, Inghilterra, Francia e Cina –  quelli che hanno dato il maggiore contributo alla vittoria, ricevano un trattamento speciale oggi, è fortemente negativo».

Guardando all’invasione militare di Putin, l’hibakusha è scettico sul fatto che possa avere successo: «Nell’immediato è probabile che l’Ucraina cadrà militarmente, ma gli ucraini non si arrenderanno mai ai russi e bisogna trovare un sistema per proteggerli. Allo stesso modo bisogna favorire un sistema che generi solidarietà tra le persone. Non posso arrendermi a un mondo dove ogni singolo Stato compete contro gli altri per i propri interessi nazionali». Kido quasi si scusa: «Non ho molto da dire, ho solo la mia esperienza di sopravvissuto da portare. Sento però che devo parlare: la mia generazione è l’ultima a poterlo fare».

@LeoneGrotti

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