
Tra Bezos e innalzamento del mare: Venezia, una città che muore (o no?)

Venezia rischia di essere sommersa entro il 2050 a causa dell’innalzamento del livello del mare e già nel 2100 il Mose diventerà inutilizzabile. Sono le previsioni allarmanti divulgate dall’Istituto nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv) il 25 marzo. Negli stessi giorni, i media svelavano che il multimiliardario a capo di Amazon Jeff Bezos ha già affittato tutti i taxi cittadini e prenotato cinque hotel di lusso del centro per il suo mega matrimonio in programma l’ultimo fine settimana di giugno.
Le due notizie, all’apparenza lontanissime, mettono ancora una volta in luce le due facce della Serenissima, costretta da anni a fare i conti con i suoi problemi strutturali e abitativi mentre continua a esercitare un richiamo fortissimo nei confronti dei turisti, rischiando così di trasformarsi in una bomboniera di palazzi e canali, una Disneyland per ricchissimi afflitta dall’overtourism. Con la conseguenza che il numero di cittadini da anni è in drastico calo.
I prezzi alle stelle
Campo San Bortolo, ai piedi del Ponte di Rialto, lo schermo segna 48.358. Siamo di fronte alla farmacia Morelli-Alla Madonna, dove in vetrina dal 2008 attira l’attenzione dei curiosi un contatore luminoso che segnala il numero di abitanti del centro storico. Installato su richiesta di Matteo Secchi, fondatore di Venessia.com, il dispositivo monitora l’andamento demografico della città, rielaborando i dati degli uffici dell’anagrafe del Comune. «L’abbiamo messo quasi per scommessa, quando la cifra superava quota 60 mila». Nel 2000 i cittadini erano 66.386, 59.621 nel 2010. Con il tempo, il contatore «è diventato un simbolo», spiega a Tempi il titolare Andrea Morelli. «Negli ultimi anni mi hanno chiamato da qualunque giornale, è venuto persino Alberto Angela a intervistarmi, ormai si fermano pure le guide turistiche».

Gli isolani diventano sempre più merce rara, ma soprattutto vecchia: rispetto al 1981 la fascia d’età compresa tra i 15 e i 29 anni è diminuita di oltre il 60 per cento. Il problema principale rimane il costo delle abitazioni: gli affitti hanno registrato un aumento del 16 per cento a dicembre 2024 rispetto all’anno precedente (21 euro mensili al metro quadrato), le case hanno prezzi impossibili (6.000 euro al metro quadrato) e già nel 2022 gli alloggi destinati ai turisti avevano superato in numero quelli degli abitanti.
«Non bastano gli investimenti sulla casa»
«Il caro trasporti fa impennare i costi di gestione», spiega a Tempi Andrea Barina, proprietario di un bar in Giudecca, che vive da sempre sull’isola del sestiere di Dorsoduro. «Ho aperto quarant’anni fa, al tempo alle sette il locale si riempiva di clienti che facevano colazione per poi andare al lavoro. Oggi prima delle otto e mezza non si vede nessuno, perché tutti lavorano con i turisti, che cominciano a muoversi alle dieci».
Il fenomeno della gentrificazione a Venezia è accentuato dall’impossibilità di trasferirsi in periferia. Il limite fisico del Ponte della Libertà, che collega piazzale Roma e la stazione di Santa Lucia alla terraferma, impedisce agli abitanti di traslocare nei paesi vicini senza perdere il loro status di “cittadini”. Chi abita a Mestre è un mestrino, non un veneziano. Rimane poi il problema dei trasporti e di strutture di difficile gestione, in un contesto urbanistico che ha subìto pochissimi cambiamenti negli ultimi anni.
«Senza implementare i servizi anche gli investimenti sulla casa non bastano», continua il barista. «In Giudecca nel 2008 sono stati assegnati a prezzi calmierati centinaia di alloggi ricavati dall’ex fabbrica Junghans con il vincolo di viverci per dieci anni. Si sono trasferite tante giovani famiglie, ma ora che il periodo è scaduto, molti stanno vendendo».

Sempre più studenti internazionali
«Per gli studenti i prezzi sono impossibili», ci racconta un iscritto all’Università Ca’ Foscari che da anni risiede a Venezia. «In media una stanza singola nel 2018 costava 450 euro, oggi non si scende sotto i 600-650 euro ed è comunque drammatico trovare un alloggio, del resto affittare a un turista rende dieci volte tanto».
Moltissimi prendono casa a Mestre, venendo in città solo per le lezioni. Non sembra aver cambiato le cose la costruzione di nuovi studentati in varie zone della città. «I prezzi delle strutture si sono rapidamente adeguati al mercato immobiliare, la città si popola sempre più di ricchi universitari internazionali che lasciano Venezia appena terminati gli studi. Inoltre, nonostante questi complessi siano stati costruiti con fondi pubblici, la gran parte è a gestione privata e a giugno bisogna lasciare la stanza per affittarla ai turisti».
Anche la (pur rara) movida è sempre più ostracizzata da visitatori e cittadini. «Non esiste più un locale aperto dopo mezzanotte», aggiunge lo studente, «neanche in Campo Santa Margherita, il luogo di ritrovo degli universitari. Per i bar è molto più conveniente lavorare con i turisti, così i giovani sono costretti a muoversi verso la terraferma. E i veneziani non aiutano, solo pochi anni fa è nato un comitato antimovida che ha intensificato questo processo». Così i potenziali nuovi cittadini non si legano alla città, con la conseguenza che in pochissimi decidono di fermarsi finiti gli studi. «Solo durante l’inondazione dell’“Aqua granda” nel 2019 abbiamo vissuto un momento di integrazione: studenti e isolani si sono uniti per ripulire la città, ma è durato poco».

Una città nella città
Migliaia di lavoratori pendolari ogni giorno si riversano in città con i mezzi pubblici. «Vivere a Mestre è molto più conveniente per costi e logistica», ci raccontano Giorgia Signoretto e Gianmarco Di Benedetto, una coppia che ha da poco preso casa sulla terraferma, «ma raggiungere il lavoro in alcuni periodi dell’anno diventa una vera impresa, soprattutto dovendo attraversare le calli più frequentate».
Esistono però anche zone non ancora snaturate dai cambiamenti degli ultimi anni. «Lavorare per esempio ai Giardini, a Sant’Elena o a Santa Marta dà la percezione di entrare in una città dentro la città», continua Di Benedetto. «Tutti parlano ancora dialetto e il contesto sociale è a misura d’uomo, anche se composto per lo più di anziani».

Una scelta politica
La campana degli affittuari suona in modo diverso. «Venezia funziona bene, è solo cambiato il modo di abitare», sostiene la proprietaria di un palazzo in sestiere Castello. «Come in tutta Italia i prezzi sono saliti a dismisura, chi ci vive ha abitudini diverse dal passato, tanti non sono residenti. Il contesto sociale è vario, ma molto vivo e in continua evoluzione. Il problema principale è che il lavoro si sta spostando fuori città o in prossimità della stazione, posti più facilmente raggiungibili dalla terraferma. Tribunale, stadio e comando dei vigili, oltre a decine di uffici tecnici, stanno subendo questo destino. Parlare di colpe del mercato è fuorviante, la scelta di svuotare la città del lavoro è politica prima che legata ai prezzi, del resto ci sono centinaia di case vuote di proprietà del Comune che non vengono aperte e che potrebbero essere destinate a cittadini meno abbienti».

Tagli alla sanità
Sono in difficoltà anche gli abitanti del Lido, la striscia di terra che si estende per 12 chilometri, collegata a Venezia esclusivamente dal servizio di traghetto (45 minuti dalla stazione di Santa Lucia), dove si tiene l’annuale Mostra del cinema.
«Stanno venendo meno tutti i servizi di prossimità, dai supermercati ai presidi sanitari», ci spiega un’abitante del luogo di 61 anni, nata e cresciuta sull’isola. «Per gli anziani le difficoltà sono ancora maggiori. Per un malore bisogna chiamare l’idroambulanza e per una visita specialistica ormai è quasi sempre necessario recarsi a Mestre, a oltre un’ora di distanza con i mezzi, perché all’ospedale Ss. Giovanni e Paolo i tagli sono continui. Qui ormai è rimasta solo la guardia medica. Per non parlare della ricerca di badanti o colf, quasi tutte residenti in terraferma».
«Non cadiamo nel vittimismo sterile»
Anche sulle modalità di protesta i pareri sono contrastanti. «Continuare a dipingere Venezia come una città morente, come si fa da decenni, è controproducente», sostiene la segretaria di un’associazione di cittadini dell’isola. «Chi può pensare al futuro in una città perennemente sull’orlo del precipizio? Venezia è intrappolata in un vittimismo sterile e solo la politica può cambiare le cose». Del resto il problema del turismo è croce e delizia dei cittadini. In tantissimi ne hanno beneficiato economicamente, tanto che attualmente il settore dà uno stipendio alla quasi totalità dei lavoratori dell’isola.
«Oggi senza turismo Venezia sarebbe morta», continua la giovane, «allo stesso tempo, però, vivere da residente non dovrebbe essere una vocazione, né una missione. Chi rimane non può essere considerato un eroe e chi parte un colpevole, bisogna creare le condizioni economiche e sociali perché chi lo vuole possa rimanere in città. Qualche anno fa per mano di anonimi comparvero sui muri delle calli manifesti con lo slogan “Bella, ma ci vivrei”, giocando sul celebre luogo comune che esalta la città ma ne denuncia l’impossibilità ad abitarci. Venezia non si merita questo, è una città moderna e multiculturale, che offre una vita “lenta” e a passo d’uomo, come nessun altro luogo al mondo. Però fatecela vivere».
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