Totò Cuffaro. Il racconto del suo primo anno in carcere al Premio Strega

Di Alessio Falsavilla
09 Dicembre 2012
Il racconto del primo anno di carcere dell'ex presidente della Regione Sicilia detenuto a Rebibbia commuove e intriga. Prefazione di monsignor Rino Fisichella

Tra i ventiquattro titoli candidati al Premio Strega 2013 c’è anche il libro scritto da Totò Cuffaro, ex governatore della Regione Sicilia detenuto in carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. Ecco la nostra recensione quando fu pubblicato il volume.

Di questi tempi chi mai prenderebbe in considerazione un libro scritto da un politico della casta, decaduto e condannato a sette anni di prigione per favoreggiamento aggravato delle attività mafiose, e che insiste a proclamarsi innocente dopo i canonici tre gradi di giudizio? Eppure Il candore delle cornacchie (Guerini e Associati, 400 pagine, 18,50 euro), il racconto del primo anno di carcere di Totò Cuffaro, il presidente della Regione Sicilia detenuto a Rebibbia dal 22 gennaio 2011, commuove e intriga. Intenerisce la prosa infantile, l’ingenuità dei pensieri, gli allineamenti di parole da tema delle medie inferiori: «È brutto ma non è cattivo il carcere di per sé. È brutto, è cattivo il muro che separa la cella che condivido con i miei tre compagni dalla cella dei miei vicini. Sono brutte e cattive le sbarre di ferro della finestra che mi separano dall’azzurro del cielo, sono brutte e cattive le sbarre della porta che mi vietano la libertà». Stupiscono i lirismi improvvisi e altissimi: «Ho strasciscato tutto il giorno la mia carne e il mio essere, ho strasciscato il pensiero e ho strasciscato persino l’assenza della mia mente. Senza respiro è la mia fatica e senza fiato è il mio respiro».

Il libro nasce da una triplice esigenza: ribadire il rispetto per la giustizia e l’accettazione socratica della sentenza di condanna; ribadire la propria innocenza (alle pagine 337-56); ma soprattutto far sì che i detenuti non siano dimenticati: «Se racconto di loro, vivono. Noi detenuti osserviamo, ci interessiamo e desideriamo il mondo e speriamo che il mondo possa ricordarsi, interessarsi e osservare noi. Essere ricordati in carcere è tutto».

Apre il testo una prefazione di monsignor Rino Fisichella, già cappellano del parlamento, che scrive: «Ho sofferto per la sua condanna e ho ammirato la sua dignità. All’amicizia, che non può mai venire meno quando è sincera, si aggiunge la preoccupazione per i giorni, i mesi e gli anni che sono carichi di incertezza su come l’animo esce da questa drammatica esperienza».

Averne, di sacerdoti come questo, per di più vescovo e presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, col coraggio di esporsi per un amico e personaggio pubblico incarcerato con gravissime accuse.

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1 commento

  1. Ftax

    Dal che si evince che certi personaggi politici danno il meglio di sè quando sono dietro le sbarre?

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