
Totò Cuffaro. Il racconto del suo primo anno in carcere al Premio Strega
Tra i ventiquattro titoli candidati al Premio Strega 2013 c’è anche il libro scritto da Totò Cuffaro, ex governatore della Regione Sicilia detenuto in carcere per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio. Ecco la nostra recensione quando fu pubblicato il volume.
Di questi tempi chi mai prenderebbe in considerazione un libro scritto da un politico della casta, decaduto e condannato a sette anni di prigione per favoreggiamento aggravato delle attività mafiose, e che insiste a proclamarsi innocente dopo i canonici tre gradi di giudizio? Eppure Il candore delle cornacchie (Guerini e Associati, 400 pagine, 18,50 euro), il racconto del primo anno di carcere di Totò Cuffaro, il presidente della Regione Sicilia detenuto a Rebibbia dal 22 gennaio 2011, commuove e intriga. Intenerisce la prosa infantile, l’ingenuità dei pensieri, gli allineamenti di parole da tema delle medie inferiori: «È brutto ma non è cattivo il carcere di per sé. È brutto, è cattivo il muro che separa la cella che condivido con i miei tre compagni dalla cella dei miei vicini. Sono brutte e cattive le sbarre di ferro della finestra che mi separano dall’azzurro del cielo, sono brutte e cattive le sbarre della porta che mi vietano la libertà». Stupiscono i lirismi improvvisi e altissimi: «Ho strasciscato tutto il giorno la mia carne e il mio essere, ho strasciscato il pensiero e ho strasciscato persino l’assenza della mia mente. Senza respiro è la mia fatica e senza fiato è il mio respiro».
Il libro nasce da una triplice esigenza: ribadire il rispetto per la giustizia e l’accettazione socratica della sentenza di condanna; ribadire la propria innocenza (alle pagine 337-56); ma soprattutto far sì che i detenuti non siano dimenticati: «Se racconto di loro, vivono. Noi detenuti osserviamo, ci interessiamo e desideriamo il mondo e speriamo che il mondo possa ricordarsi, interessarsi e osservare noi. Essere ricordati in carcere è tutto».
Apre il testo una prefazione di monsignor Rino Fisichella, già cappellano del parlamento, che scrive: «Ho sofferto per la sua condanna e ho ammirato la sua dignità. All’amicizia, che non può mai venire meno quando è sincera, si aggiunge la preoccupazione per i giorni, i mesi e gli anni che sono carichi di incertezza su come l’animo esce da questa drammatica esperienza».
Averne, di sacerdoti come questo, per di più vescovo e presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione, col coraggio di esporsi per un amico e personaggio pubblico incarcerato con gravissime accuse.
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Dal che si evince che certi personaggi politici danno il meglio di sè quando sono dietro le sbarre?