Il cielo in un tinello

«Ti prego Gesù, fammi diventare un drago buono»

«Ti prego fammi diventare un drago buono-ti prego fammi diventare un drago buono-ti prego fammi diventare un drago buono!» «Con chi stai parlando lì da solo in balcone?» «Con Gesù!» «E cosa gli stai chiedendo? (insisto per accertarmi di aver capito bene)» «Di farmi diventare un drago buono!». Ognuno a Gesù, o a chi per Lui, chiede quel che più gli sta a cuore: il secondogenito di diventare un drago buono (come lo Sdentato di Dragon Trainer, per intenderci); molte mamme di svegliarsi un mattino con gli addominali di Gwen Stefani; alcuni (molti?) papà di leggere ancora una volta, prima di passare a miglior vita, un titolone a lettere cubitali sulla Gazza: “Triplete nerazzurro”. Partendo dal triste presupposto che è più probabile che si realizzi la preghiera del secondogenito piuttosto che quelle di quegli speranzosi genitori, quel dialogo en plein air e soprattutto a tu per tu tra mio figlio e Dio mi ha fatto sentire tutta la sproporzione (e la nostalgia di quand’era così anche per me) tra la naturalezza di quel rapporto e la farraginosità che ormai purtroppo caratterizza il rapporto che ho io col medesimo destinatario.

Non era la prima volta che il secondogenito mi stupiva per il riflesso incondizionato con cui ricollegava – e, nel caso, ne ringraziava – la realtà che lo circonda a Chi – per lui, per me – quella realtà l’ha fatta. Lui è quello che mentre una mattina a colazione gli spiegavo delle varie scosse sismiche che si erano verificate in quei giorni (gravissime in Emilia, e alcune erano arrivate a Milano e dintorni), tali per cui un giorno per sicurezza han fatto uscire prima dall’asilo lui e i compagni, ha commentato con un: «Meno male che noi un tetto ce l’abbiamo ancora».

Che una mattina che la prima neve dell’anno aveva reso magico il “solito” paesaggio, lui appena alzato, ancora in pigiama, col naso pigiato su vetro della finestra, ha detto: «Grazie Gesù».

Che – e qui cominciamo a sconfinare nell’“ora-che-mi-sono-appropriato-di-un-concetto-lo-utilizzo-a-mio-uso-e-consumo-del-resto-è-così-che-vedo-fare-agli-adulti-pure-quei-due-che-vivono-in-questa-casa” – se alzo la voce perché insisto nel volergli far fare qualcosa che lui invece non vuol fare, protesta: «Non sei tu la comandina, è Gesù!» (al che di rimando: «Bè, lui in sogno mi ha detto di dirti questo!». In che girone stanno i “mentitori agli infanti”?).

Che mi chiede, un po’ preoccupato, se anche Gesù aveva i nonni; che senza che nessuno gli chiedesse nulla un giorno a Messa ha disegnato tre croci sul cucuzzolo di una  montagna con sopra un cielo nero nero («perché quel giorno Dio era triste»); che quando gli si chiede di fare l’atto formale del segno della croce e del dire la preghiera fa apposta a far tutto alla rovescia e in modo derisorio, ma quando ha un desiderio vero, vivo e urgente nel cuore, tipo diventare un drago buono, scappa di nascosto in balcone e senza farsi vedere da nessuno chiede; come quando si apre il proprio cuore a un amico e a lui solo, un po’ in disparte dagli altri (è così che si confessano segreti e desideri, no?).

Che approfondisce il rapporto col suo Amico chiedendo all’umile e inadeguata sottoscritta: «Ma è stato Dio a far venire la malattia al cuore al nonno di “X”?».

Perché vabbè che si è amici, ma, in amicizia, se fai qualcosa che non mi torna o mi interroga, la facciamo fuori subito, io e te – e nell’impossibilità di un incontro diretto con l’interessato, si chiede ragguagli alla prima persona autorevole che capita a tiro (la sprovveduta di cui sopra – non ricordo cos’ho balbettato quella volta).

È una lotta la vita, non una conversazione, mi ha detto oggi un’amica (e a lei gliel’ha detto Chesterton). E come lotta quel mini-uomo per quel rapporto.

Cosa Gli chiedo io? Quando? Quanto? Come? Ma soprattutto: Gli chiedo ancora?

Tutte considerazioni che a molti, non cristiani né cattolici, non fanno perdere neanche un secondo di sonno, per carità; ma il paradosso che vivo è dettato dal fatto che se il secondogenito, pur tutto scoordinato nelle azioni e nei pensieri com’è, se ne viene fuori così, con questa chiarezza di “A chi guardare”, vorrà dire che questa chiarezza l’avrà prima intravista (forse coi raggi X) in noi genitori, quindi anche in me mamma. E allora perché tirar fuori quella chiarezza, sepolta sotto dimenticanza, arroganza di “faccio io da sola grazie”, sentimentalismi  e “ismi” vari assortiti, è ad oggi la fatica più grande che io compia ogni giorno?

A proposito di assenza o quasi di coordinazione, oggi in piscina, ultima lezione di nuoto dei due figli maggiori, ho assistito a una scena tragicomica di cui è stato protagonista il secondogenito. Come ultimo esercizio tutti i bimbi dovevano andar giù da un piccolo scivolo piazzato, su un materassino, in mezzo alla piscina. Lo fanno tutti, anche la primogenita lo esegue correttamente. Poi, per ultimo, è il suo turno. Sale sul materassino – bagnato e perciò scivoloso, e tremolante perché galleggia sull’acqua -, si avvicina alle scalette dello scivolo e poco prima di salirci, fa una scivolata all’indietro tipo Stanlio e Ollio sulla buccia di banana. Le risa dei bimbi riecheggiano nella piscina già di per sé rimbombante, anche l’istruttrice soffoca un sorriso divertito come davanti a un involontario clown. Lui per nulla scomposto riguadagna la posizione eretta, sale sulle scalette, scivola giù con un bel sorriso stampato in faccia e – unico tra tutti i bimbi – accompagna il “gesto atletico” con un verso di esultanza: «Ah!».

Non che sia un eroe, eh. Solo gli invidio quel suo non piangersi addosso e godersi appieno la realtà. Quell’esser certo della bontà della realtà e della di lei provenienza da quel suo Amico cui confida i desideri in balcone, che non può dubitarne, ma solo tuffarcisi dentro.

@AnelliEva

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4 commenti

  1. Viviana

    Grazie a Dio per le famiglie 🙂

  2. ale

    che bell’articolo!

  3. Antonio

    “Non piangersi addosso e godersi appieno la realtà….” Evviva i bambini (e anche gli amici grandi) che ci richiamano a questa posizione!

  4. Piero

    Grazie!

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