
Telecom, Jannone: «La corte d’assise mi ha assolto dall’associazione a delinquere»
Ieri, dopo 10 ore di camera di consiglio, la Corte d’assise d’appello ha chiuso in primo grado la vicenda del presunto dossieraggio illegale messo in atto dalla security Telecom-Pirelli, guidata da Giuliano Tavaroli (che aveva patteggiato in precedenza una condanna a 4 anni). Sono stati condannati 7 imputati, tra cui l’investigatore Emanuele Cipriani (5 anni e mezzo), l’ex collaboratore dei servizi Marco Bernardini (7 anni e mezzo), l’ex giornalista di Famiglia cristiana, Guglielmo Sasinini (3 anni e mezzo), che si somma alla condanna dell’hacker a capo del Tiger team, Fabio Ghioni, che aveva scelto il patteggiamento (3 anni e 4 mesi). Resta sullo sfondo la vicenda che coinvolge direttamente Marco Tronchetti Provera (non imputato in questo processo), per il quale tra poco partirà un processo con l’accusa di ricettazione di materiale hackerato del Tiger team. Gli imputati sono stati condannati anche al pagamento di 10 milioni di euro di danni a Telecom, e 50mila euro ai Ds, tranne l’ex ufficiale del Ros, e manager della sicurezza in Telecom, Angelo Jannone, che è stato assolto dall’accusa più grave di associazione a delinquere, e condannato ad un anno con la condizionale per un reato minore. A tempi.it, Jannone spiega che «Sono stato condannato per un fatto che sarebbe avvenuto in Brasile, nell’ambito della guerra per il controllo di Brasil Telecom, per cui non ci sono querele e non sono state identificate le eventuali vittime», annunciando l’intenzione di ricorrere in appello.
Jannone, perché è stato condannato, e quali prove ha presentato per difendersi?
Sono stato condannato a solo 1 anno con condizionale e attenuenti generiche, che non hanno concesso ad altri imputati, mentre i pm avevano chiesto per me due anni e mezzo. Si tratta di un episodio secondario di un’asserita intrusione informatica, avvenuto in Brasile, per il quale i miei legali avevano evidenziato, tra l’altro, anche la mancata identificazione delle vittime, l’assenza di querela e sopratutto l’assenza della competenza della magistratura italiana. Nel merito si era trattato di aderire ad una richiesta dei vertici Telecom in Brasile nell’ambito della guerra per il controllo di Brasil Telecom, in cui Telecomitalia, pur essendo azionista di maggioranza non ne deteneva il controllo. In gioco vi erano 3000mila posti di lavoro italiani. Ma si tratta, lo ripeto e lo dice la sentenza (dato che è caduta l’accusa per me di associazione), di qualcosa che nulla ha a che vedere con la vicenda dei dossieraggi. Ma ne riparleremo in appello. Il nostro sistema, per fortuna, prevede 3 gradi di giudizio.
Come vive la decisione della corte d’assise?
Per me era moralmente importante prendere le distanze da un ipotesi di partecipazione ad un associazione per delinquere che, oltre che infamante, strideva con il mio ruolo effettivo, con la mia storia personale e, sopratutto con i fatti reali che siamo riusciti a dimostrare ampiamente. Per cui l’assoluzione con formula piena da questo reato e ciò che mi aspettavo e che anche una corte d’Assise particolarmente severa, mi concesso senza riserve. Durante il processo è emerso chiaramente quanto fossi inviso nell’ambito della security, per la mia intransigenza nell’ostacolare alcune pratiche illegali ed un sistema diffuso di pagamenti triangolati, sostenuto in questa battaglia solo dall’attuale amministratore delegato di Telecomitalia, Marco Patuano.
Non è che questi “pagamenti triangolati” nascondessero invece tangenti?
Per carità, assolutamente no. Non è mai emerso nulla del genere, ma comunque si trattava di modalità di pagamento non corrette contabilmente e che hanno, infatti, ingenerato molti equivoci.
Quindi può ritenersi soddisfatto dato che è emersa la sua estraneità alla presunta associazione di spionaggio?
Chi è stato carabiniere non può mai sentirsi soddisfatto anche se viene condannato ad una pena insignificante ed assolto dall’accusa più grave. E poi rimane l’amarezza per gli anni che ci sono voluti per provare cose ovvie e che erano già nella piena disponibilità degli inquirenti e la superficialità dell’informazione. Ma probabilmente attraverso me si è cercato di infangare il nome del Ros dell’Arma.Sulla base delle dichiarazioni dei miei accusatori, Bernardini e Ghioni, clamorosamente smentiti in dibattimento, si è detto di tutto e di più, senza alcuni ritegno e contradditorio mediatico come dovrebbe avvenire in paese civile. Si è fatta tanta dietrologia cercando di collegare vicende, come quella del sequestro Abu Omar o dei processi a carico di Mario Mori e Giampaolo Ganzer con la mia, che nulla hanno a che vedere l’una con l’altra.
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