
Scuole serali
Verrà l’era della Tecnica (ma ci sarà sempre un papa Leone a fermare Attila)
Rivedendo un vecchio film americano ci è venuto in mente E. Severino.
Il film in questione è la storia di Attila, con A. Quinn nella parte del flagello di Dio e una giovane e perversa S. Loren negli sfortunati panni di una ambiziosa donna romana che tradisce i suoi e viene punita con regolarità inappuntabile dagli stessi barbari presso cui aveva pensato di saziare la sua brama di potere. La scena madre, raccontata con timbro vetero-testamentario, è naturalmente quella dell’incontro tra il guerriero unno e Papa Leone: l’inerme pontefice, alle porte di Roma, riesce in quello che nessuno aveva saputo fare. Attila, che aveva crudelmente sbaragliato tutti quelli che avevano tentato di fermarlo, cede davanti all’uomo di Dio. Come è stato possibile? Quali parole ha usato Leone per convincerlo? «È uno dei grandi misteri della storia», afferma la voce fuori campo che funge da narratore.
Severino sostiene da tempo che il connubio tra Capitalismo e Tecnica è apparente e momentaneo, essendo queste due forze incompatibili tra loro. Il Capitalismo, infatti, si fonda sulla perpetuazione dei bisogni (a chi venderebbe altrimenti i suoi prodotti?), mentre la Tecnica coltiva l’ambizione di soddisfarli, i bisogni, fino a eliminarli definitivamente. È per questo che La Tecnica, sofisticata e potente, quando non avrà più necessità dell’alleato, se ne sbarazzerà e rimarrà sola a governare il pianeta. È il sogno, o se preferite, l’incubo ricorrente della liberazione definitiva dell’uomo dai limiti che si frappongono tra lui e il pieno dominio di sé e delle cose. Naturalmente, perché questo sia possibile, è necessario che l’uomo liquidi una volta per sempre, come finora non ha saputo fare, la Tradizione, presenza antica, fragile e disarmata, che però, evidentemente, possiede forza e carisma paragonabili a quelli esibiti da Papa Leone davanti ad Attila.
Vale la pena forse chiarire che non si parla qui di un retaggio, costume, istituzione del passato. La Tradizione cui si fa riferimento è il preciso movimento che ha avuto inizio sulle sponde del fiume Giordano, quando Andrea e Giovanni si sono messi a seguire Cristo, e che è proseguito nella storia, coinvolgendo la vita di tanti uomini che ci hanno preceduto, in ogni angolo della terra, fino a raggiungere noi, che in gran parte lo pensavamo finito o al più cristallizzato in una dottrina e in un pratica stantie, e parlarci, come è accaduto al re degli Unni, con un linguaggio intero e convincente. “Il grande Mistero della storia”, diciamo noi parafrasando il narratore hollywoodiano, quello che i nostri occhi vedono e le nostre mani toccano.
Che lingua parla la Tradizione, per essere così persuasiva?
In un vecchio saggio di K. Popper (Per una teoria razionale della tradizione) la cui conoscenza ci provenne da una storica lezione del prof. E. Raimondi al Centro culturale di Milano (e pubblicata domenica 1 settembre da Avvenire) si cita la teoria della comunicazione di K. Buhler. Essa consta di tre componenti:
- funzione espressiva,
- funzione di segnalazione, stimolazione o liberazione,
- funzione descrittiva;
a queste componenti Popper aggiunge, come quarta, la funzione argomentativa o esplicativa.
Si tratta di un ordine rigorosamente gerarchico: chi possiede le funzioni superiori, possiede anche le funzioni inferiori, ma non il contrario. Ora le prime due, fa osservare Popper, valgono anche per il linguaggio degli animali.
La funzione espressiva dà voce alle emozioni e ai pensieri di chi parla. È l’inizio del processo, sentimento e pensiero, che, se non si evolve, rimane relegato a un livello primitivo e non interamente umano. È curioso, ma non troppo, che vengano qui accomunati sentimentalismo e utopismo, il dover essere dei sogni, si potrebbe dire; o, meglio ancora, la suadente astrazione dell’ideologia, con tutta la sua concretezza di lutti e mortificazioni (che continua a sedurre pensatori e filosofi, evidentemente).
La funzione di segnalazione, stimolazione e liberazione agisce su chi ascolta provocando una reazione, anche tramite strumenti sofisticati e tecnologicamente avanzati, e una prima mobilitazione.
Le ultime due funzioni sono quelle proprie dell’uomo: l’una permette la descrizione di quel che esiste, delle cose e di un certo stato di cose, scrive Popper. E Dio sa quanto sia necessario per noi, proprio in questo tempo, riconquistare la dimensione materiale e concreta della realtà.
L’altra ha a che fare con l’esercizio della critica. «È questa la tradizione, o consuetudine, di parlare e pensare con chiarezza: la tradizione critica, o razionale», sostiene Popper, che prosegue «i nuovi nemici della ragione sono talvolta degli antitradizionalisti, che ricercano nuovi e sorprendenti mezzi per esprimere se stessi o per “comunicare”, e tal altra dei tradizionalisti, che esaltano la saggezza della tradizione linguistica. Entrambi, implicitamente, adottano una teoria del linguaggio che non riconosce altro che la prima e forse la seconda delle funzioni, mentre in pratica avallano la fuga dalla ragione e dalla grande tradizione della responsabilità intellettuale».
Il linguaggio della Tradizione cristiana, che poi è la vita stessa continuamente suscitata dal movimento di Cristo (Blondel definiva la traditio luogo di pratica e di esperienza), non permette che il sentimento decada in sentimentalismo, né si accontenta di provocare una mobilitazione estemporanea e meramente reattiva della persona, ma possiede la forze delle cose ed esige un’adesione libera e ragionevolmente verificata.
Chi ha orecchi per intendere, intenda. Appunto.
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