
Te Deum laudamus per tutti questi fuochi da accendere

Pubblichiamo il Te Deum scritto per il primo numero del mensile Tempi da Giovanni Borgonovo
Non è solo per i doni di quest’anno che io devo ringraziare Dio, ma per tutto ciò che mi è stato dato negli ultimi dieci anni da quando, professore in pensione, condivido la storia di Portofranco, luogo di aiuto gratuito allo studio per 1.600 studenti a Milano. Il mio principale compito è quello di presentare Portofranco ai genitori che desiderano iscrivere i loro figli. Ne incontro 600 all’anno.
Cosa dicono i genitori quando vengono a colloquio? Che il ragazzo non studia o ha smesso di studiare, frequenta mal volentieri, a volte sta male all’idea della scuola e rimane a casa, è demotivato, ha poca stima di se stesso; è dislessico, discalculico, disgrafico; dalle medie ha l’insegnante di sostegno; ha disturbi dell’apprendimento, va male in tutto, e che loro non sanno più cosa fare. Oppure: si impegna, è timido, non sa esprimersi, ha cambiato tanti prof, non sa se è la scuola giusta, studia solo a memoria, non esce quasi di casa oppure perde tempo, non sono in casa perché lavoro, dannata televisione computer videogiochi eccetera. Quasi tutti dicono: «Mi pare ci sia un problema di metodo». Non pochi mi chiedono dello sportello psicologico e dell’orientamento, della funzione del tutor. Alcune famiglie, soprattutto stranieri, sono in difficoltà nel rapporto con gli insegnanti. Spesso nel raccontare la situazione dei loro figli emerge un’ansia grave, a volte disperazione: senza più forze sembrano al tappeto, piangono, ci si affidano. Hanno mandato i figli alle ripetizioni a pagamento, ma ora non possono più permetterselo. Subito mostrano gratitudine per quello che facciamo: la gratitudine cresce nel tempo e spesso avviene un rasserenamento nel rapporto coi figli. Io rispondo raccontando e mostrando la novità di Portofranco: 100 adulti (professori per lo più ma anche ingegneri, avvocati, giornalisti) e più di 200 studenti universitari prestano gratuitamente il loro servizio nell’interesse dei ragazzi, del loro bisogno di un rapporto positivo col mondo della scuola che è sempre più lontano dai loro interessi, del loro bisogno di un luogo dove finalmente siano stimati e presi sul serio. Cerchiamo di vedere il ragazzo nella sua integralità, per capire cosa rende pesante e difficile lo studio per cui lui si distrae, non si concentra, eccetera. In una parola il volontario a Portofranco si prende a cuore il ragazzo con cui studia.
È sempre un bell’incontro quello coi genitori, succedono tante cose. Una volta, alla vigilia di Natale, stavo iniziando il colloquio con cinque genitori quando una mamma ripete ad alta voce la massima di Plutarco letta salendo le scale, dove è scritta sul muro: «I ragazzi non sono vasi da riempire ma fuochi da accendere», e si augura che a suo figlio possa succedere una cosa simile. Anche gli altri genitori annuiscono un po’ rassegnati per le troppe delusioni. Per una mamma brasiliana quelle parole risuonano come una bella musica che invita a danzare e prima che io prenda la parola legge ad alta voce la frase che sta sotto la grande foto di Benedetto Calcagno, un nostro volontario morto due anni fa che ha aiutato i ragazzi a studiare per dieci anni: «Poi a 70 anni è arrivata la pensione e credevo di aver finito. Che sciocco! Adesso ho uno stuolo di ricercatori: i ragazzi aspettano da me molto più della scienza, della chimica e della biochimica: vogliono sapere il significato, il perché di tutto». Colpita da questa riflessione mi guarda quasi ad attendere un mio commento e si dispone ad ascoltare. Intanto arrivano i professori e gli universitari e io per un moto di gratitudine li saluto con quella familiarità che fa dire ai genitori: «Ma lei li conosce tutti!». Racconto che a Portofranco è più facile far domande che a scuola e che domandare aiuta a cogliere la radice delle cose, come faceva Calcagno. Racconto di tanti ragazzi che, arrivati al centro un po’ delusi e un po’ scettici, si riprendono perché vedono di fronte a loro uomini appassionati a quel che fanno e dicono, e attenti alla loro persona. Spiego come alla fine della giornata i volontari scrivono un breve giudizio sui ragazzi con cui hanno studiato. La mamma brasiliana, sentendo questo breve racconto, incredula, si commuove e suscita l’attenzione di tutti dicendo che Portofranco è il più bel regalo di Natale che poteva sperare.
Svelale il segreto
Mezz’ora dopo che tutti i genitori se ne sono andati a leggere i cartelloni nei corridoi trovo la signora brasiliana che guardo, sorpreso e divertito. Verso le 18 la trovo seduta su una panchina dell’aula di matematica: «Cosa fa ancora qui?», chiedo. «È un’aula così bella!», risponde. «E che serietà questi volontari! Da tre ore aiutano i nostri figli e pochi hanno guardato l’orologio. I più guardano i fogli su cui gli studenti scrivono e le loro facce e mi piace questo alternare, tra fogli e facce, il loro sguardo. Uno, poco fa, per incoraggiare un ragazzo deluso gli ha messo la mano sulla spalla, un altro ha sorriso quando lo studente ha trovato la risposta, un altro ha preso la biro e ha tracciato sul foglio un segno e lo studente ha capito. Quest’aula trasuda di passione. È una gran bella cosa quello che avviene qui. Rimane ancora segreto il movente di tutto ciò».
Mi saluta contenta e scende le scale con quei volontari che aveva ammirato e che senza saperlo l’avevano stupita e interrogata. Ti ringrazio, Signore, e ti prego di svelarle il segreto.
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