
Te Deum laudamus per questa famiglia numerosa e un po’ sgangherata ma piena di “eppure”

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
«Eppure è bella, anima mia, la vita». Alcuni amici ci hanno ricordato questo verso di Ada Negri all’inizio della quarantena e noi lo abbiamo vissuto quando intorno era quasi solo silenzio e desolazione, frustrazione e preoccupazione: in quell’aprile, che sembrava essere davvero il più crudele dei mesi, la nostra famiglia è stata benedetta dalla nascita di Giuseppe Beniamino.
Eppure è bella, anima mia, la vita. Tutta la storia della nostra famiglia è un “eppure” continuo e sorprendente.
Giusebengio è il nostro ottavo figlio, nato a meno di tre anni di distanza da Luigi, inventore di questo soprannome. Poi ci sono Elisabetta (5), Rita (7), Chiara (10), Miriam (11), Filippo (14), Maddalena (15). La quarantena qui non è stata facile, specie in marzo. La nostra casa non è grande e già ci pestavamo i piedi durante il quotidiano viavai, figuriamoci quando la didattica a distanza, Zoom con i suoi allenamenti-catechismi-appuntamenti senza soluzione di continuità e il mio telelavoro hanno ulteriormente ristretto lo spazio vitale. Che poi è stato occupato anche quello dal pancione di Serena.
Eppure.
Eppure quando Giuseppe è rientrato dall’ospedale, la casa sembrava enorme, i problemi logistici quasi scomparsi. Giuseppe «portatore di gioia e speranza nella famiglia e negli amici»: lo suggeriva una figlia nel suo Te Deum personale. A contagiarci non è stato il virus (grazie al Cielo) ma ancora una volta la vita e la febbre di fare cose belle insieme.
Eppure, appunto.
Questa idea di Giuseppe come misterioso contagio, è stato infatti il contenuto di un filmino ironico che abbiamo girato con un semplice cellulare negli spazi del condominio: il giardino, le scale, l’ascensore, il pianerottolo… Viene in mente la canzone di Paolo Amelio Preziosa vita: «In posti tristi che tu non diresti nascono fiori che s’eran nascosti».
Le settimane successive sono proseguite come da copione: compiti dimenticati, wifi impazzito, giochi e colori ovunque, focacce, torte, ravioli fatti in catena di montaggio, filmoni Disney, Bud Spencer e western serali, Messe in tv, chiacchierate da remoto con parenti e amici (quando i decibel di casa nostra l’hanno permesso… quindi molto molto raramente!).
Eppure.
È proprio in questa normalità che si è rivelato e si rivela il miracolo per cui rendiamo grazie quest’anno. Anche quelle giornate, spesso piene di frustrazione, insofferenza, preoccupazioni e confusione sono state allietate dall’esperienza di una grande unità. Non l’abbiamo cercata, è capitata. O meglio, l’abbiamo ricevuta. E possiamo guardarla e gustarla perché c’è sempre qualcuno che ci indica una collezione di “eppure”.
Come i nostri figli, che con i loro Te Deum ci ricordano che possiamo ringraziare per qualsiasi cosa: per gli insegnanti che li hanno accompagnati, per gli amici che non si sono perduti, per i legami di una grande famiglia che ci rendono quello che siamo, per la bellezza vista.
«Ti ringrazio per avermi dato la forza di superare la terza media anche se in videochiamata. In quarantena è come se Tu mi avessi infuso qualcosa dentro che mi ha cambiato, mi ha fatto capire l’importanza della scuola e dello studio».
«Io ti ringrazio per la Cresima, momento bellissimo, si è fatta lo stesso seguendo le regole ma mi è piaciuto moltissimo. È stata la cosa più felice di quest’anno».
«Dio ti ringrazio di avermi fatto rivedere i miei compagni dopo il lockdown».
Eppure.
Nella sua opera teatrale The Stonemason, Cormac McCarthy inventa uno straordinario dialogo tra un uomo e Dio. Il protagonista Ben sogna di morire e di presentarsi al cospetto del Creatore proprio quando la sua vita sembra andare completamente a rotoli. E Dio non lo critica per le sue azioni sbagliate, né lo elogia per quelle giuste, semplicemente gli chiede: «Where are the others?», Dove sono gli altri? E Ben commenta: «Because we cannot save ourselves unless we save all ourselves». Non puoi salvare te stesso se non ci salviamo tutti noi. La vita è compagnia, dipendenza, condivisione nella sua origine. È così che l’ha concepita Dio e ha voluto che questa dimensione risplendesse più chiaramente nella famiglia.
«Ti ringrazio nonostante tutto per la mia famiglia che, seppur numerosa, complicata e un po’ sgangherata, è molto unita».
Eppure Te Deum.
Occorre non fermarsi all’apparenza di confusione e dispersività e non cedere alla tentazione di mettere a posto tutto quello che non va: in una piccola casa con 10 persone, così come nella vita là fuori, è impossibile.
Questa vita vissuta insieme non ha bisogno di altre condizioni particolarmente favorevoli per essere bella e preziosa. Non è roba da filtri e apparenze: qui tutto va già bene, così com’è. Ed è talmente grande che spesso non ce ne accorgiamo, e per questo, come ha chiosato una figlia nel suo Te Deum, «Ti ringrazio di tutto questo ma anche di tutto ciò che non ho scritto».
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