
Te Deum laudamus per l’infarto (non è masochismo)

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.
Non è masochismo, lo giuro. Non sopporto il dolore fisico, anche se mi dicono che ho una soglia molto alta di percezione del medesimo. Neppure sono un aspirante alla morte rapida e nel sonno, così non ci si spaventa troppo. Con tutto questo, io mi sento di ringraziare il buon Dio per l’infarto. Non che me l’abbia inviato Lui, non ho questa presunzione, ma che abbia lasciato che questo accadesse alle mie arterie che irrorano il mio muscolo cardiaco e dunque la mia vita. Non l’infarto in sé è un bene, ci mancherebbe, Dio mi scampi dal prossimo: ho capito il messaggio, ne basta uno. Ma per quello che questo guaio fisico ha portato con sé. (Scrivo tutto questo immedesimandomi come posso anche con amici e soprattutto amiche che hanno portato ben altra croce rispetto alla mia nel 2020 che se ne va e però non si porta via il coronavirus).
Ho compreso sulla mia viva pelle che non siamo soli neppure quando siamo soli. E siamo soli, come monaci, anche quando siamo in tanti a chiacchierare: solo con il Solo, o con il Sole – licenza poetica e mistica da poveretto.
Comincio subito dicendo che sto bene, benissimo, ora; e non ho paura di tirarmi addosso qualche fulmine, o – come si dice – di gufare contro me stesso. La Provvidenza infatti «la c’è» direbbe Manzoni con la voce di Renzo Tramaglino (unico punto dei Promessi sposi dove don Lisander si è astenuto dal lavare i panni in Arno: è la traduzione letteralissima del lombardo “la gh’è”). Ed Ella, che è lo Spirito Santo (il-la quale, secondo la tradizione ortodossa di noi molokani d’Armenia, è la persona meta-femminile della Trinità), non si lascia impressionare dagli scongiuri. Almeno credo e spero. Spero di campare a lungo. Come infatti scrisse Andreotti nei suoi Diari segreti, i figli della tradizione cristiana differiscono in questo dagli eredi della saggezza classica. Per i pagani: «Caro agli dei è chi muore giovane» (prima il greco Menandro poi il latino Plauto, e ancora l’inglese Byron); per i cristiani il luminoso augurio: «Ad multos annos».
Tutto accadde in agosto. Nel periodo privilegiato per i cardiopatici con la prospettiva di scamparla, essendo l’unico mese di bonaccia da Covid, tra la prima e la seconda ondata.
Trascrivo dal quaderno della mia memoria.
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9 agosto 2020, domenica. Ore 3.30. Non è bello arrivare in un sabato notte d’agosto con un infarto in ospedale. Bello però è poterlo raccontare. Anche se mi resta il sospetto che possa essere l’ultima pagina di un narciso.
Tutto è andato come i medici mi avevano annunciato da anni. Mangiare ogni volta come se fosse l’ultima scorpacciata, a letto mai, diabete, ipertensione, obesità, precedenti in famiglia: il ritratto di un condannato a morte. Dunque quando ho sentito una mano afferrarmi dietro la spalla sinistra, e poi scendere fino alla mano, risalire e appoggiarsi sul petto, e premere, la maledetta, trasformarsi in un punteruolo, ho pensato: ci siamo. Ho resistito un po’ nelle lenzuola sudate, mi sono alzato, ho preso due aspirine ciclopiche, una pillola contro gli spasmi muscolari sperando fosse torcicollo, però con un pezzo di formaggio perché non facesse male allo stomaco. Di nuovo nel talamo appiccicoso. Ho pensato a qualche riga di testamento su Whatsapp. Vanda mi ha detto: «Andiamo in ospedale». Io: «Figurati se è un infarto. È un torcicollo anomalo. Arrivo lì e mi diranno subito che sono un simulatore e mi dovrei vergognare». Comunque si parte, mia moglie guida come Hamilton, riesce anche a parlare con dolcezza coi box, che sarei io.
L’ospedale della mia cittadina, Desio (Monza e Brianza), è stata una formidabile casamatta nella lotta al Covid, e il pronto soccorso è rimasto con l’abbigliamento da battaglia di quelle giornate. Mi ricorda il posto di confine tra l’Iraq e la Giordania durante la guerra del Golfo. Un tubo nero che sembra l’esofago di un drago con lucine rosse nella gola. Fuori un infermiere che fuma, due africani seduti sul marciapiede. Attraverso la soglia, e subito mani sicure mi afferrano. Perfezione. Mi ritrovo sottoposto a cardiogramma, mi bucano il braccio, muoio dal freddo (l’infarto fa venire freddo). Come se osservassi dall’aldilà constato che il Covid è stato una scopa. È sparita la ressa del sabato notte che solo sei mesi prima rendeva queste strutture sanitarie simili ad avamposti di guerriglia sudamericana con peruviani ed equadoregni feriti e/o ubriachi, mescolati a bambini con il raffreddore. C’è un anziano su un lettino, una gigantesca nigeriana con una bellissima maglietta piena di lustrini.
I medici nello stanzino, a cui hanno passato il foglietto con il grafico dei miei battiti sbilenchi, sono giovanissimi, muovono la carta come se fosse quella della spesa, davanti e dietro. Oddio, sono spacciato, in che mani. Il maschio mi porge un antidolorifico in polvere, dico, per stemperare il mio terrore, che sa di cioccolato. «No», mi corregge severo, e capisco che pensa: «Questo vecchio rincoglionito…». Benevolo aggiunge: «Sa di cappuccino». Uno che corregge sul sapore dell’intruglio la gente che sta crepando, sa di certo il fatto suo e mi tranquillizzo.
Arriva la cardiologa, la dottoressa Anna Capra, la quale mi parla con serenità, mi spiega che cosa è capitato, un bell’infarto, e intanto convocano chi in quel momento e ancor oggi mi appare come un’arcangelessa. Lascio perdere i particolari tecnici. Attraverso un pertugio del mio braccio destro spedisce non so cosa dentro un’arteria e da lì nel muscolo cardiaco. Non va bene, ho arterie troppo contorte. Si passa all’altro braccio. Mi parla, mi chiede di descrivere il dolore. È una bestia che mi attraversa con la lingua in fiamme il petto. Non resisto. Poi invece resisto. Dev’essere la certezza che o così o si muore. Poi, nella distensione dopo questo trapanamento durato un’ora, racconta di essere di Gdynia, di aver operato allo stesso modo e alla stessa arteria Lech Walesa al San Raffaele. Mi ricordavo! Dieci anni fa! E lungi dal crepare sotto i ferri, il fondatore di Solidarnosc rompe ancora le scatole in Polonia. Allora – penso – la sfagiolerò pure io.
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12 agosto, giovedì. Sempre lei, la dottoressa Renata Rogacka, polacca, 42 anni, due gemellini nati da poco, ha rifatto la stessa cosa, ricostruendo altre due arterie scassate, scolpisce, contempla, vorrebbe dare un altro colpetto forse, ma si ferma: «Meglio che non sia perfetta, mai cedere all’estetismo». Ma com’è strana la vicinanza alla morte. Ho sentito un fuoco nel petto, un’oppressione che non ce la faccio proprio. Penso: meglio morire, ma basta. Lei serafica: «Su, descriva il dolore». Io dico: «La bestia è in mezzo al petto, mi stritola, ora è salita al mento, perché, sa, io non ho il collo». Risate. Ma come, crepo, e questa ride, e ride pure l’infermiere. Ma sì, rido pure io. Patire l’inferno e ridere.
Quanta umanità e che livello di professionalità ho sperimentato. Penso: piccolo ospedale, domenica d’agosto, che razza di splendore è la sanità lombarda. In unità coronarica eravamo in sei. Ci separano le tende. Uomini e donne. La privacy non può esistere comunque. Ma il pudore regge. Non è violato, perché la sofferenza crea un alone di dignità che se ne frega delle padelle e dei pappagalli. Che magnifiche persone gli infermieri e le infermiere, quanta pazienza. Ho capito quello che mi spiegò un giorno una loro collega: «Tu non stai toccando un corpo, ma un’anima». È il segreto del pudore e del rispetto. Ho in mente la laureata in infermieristica Rosy Lopalco. Spero di averlo imparato.
***
25 novembre, mercoledì. Non c’era possibilità di visite, allora. Vale ancora oggi. Questa lontananza che sperimentai è stata vissuta da tanti, e parecchi tra loro sono morti. Anche se non le vedi. Anche se sei solo – e non parlo appena della situazione estrema della terapia intensiva – non sei solo. Esistono le facce. Una amica a me carissima mi ha raccontato che quando si sentì perduta, e gli altri attaccati al respiratore intorno a lei morivano, vide il volto di Cristo, la sua faccia. Non un sogno. Non una illusione consolatoria. Ma la realtà.
Te Deum per queste facce, di amici sofferenti, volto di Cristo presente.
Foto Ansa
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