Te Deum laudamus per i 220 giovani sant’Agostino degli slum ugandesi

Di Matteo Severgnini
15 Dicembre 2020
Il lockdown della scuola Luigi Giussani di Kampala, tra blitz dei militari e incursioni nelle baraccopoli alla ricerca dei volti degli alunni
Matteo Severgnini tra gli studenti della scuola Luigi Giussani di Kampala, Uganda

Articolo tratto dal numero di dicembre 2020 di Tempi. Questo contenuto è riservato agli abbonati: grazie al tuo abbonamento puoi scegliere se sfogliare la versione digitale del mensile o accedere online ai singoli contenuti del numero.

A causa della pandemia le scuole in Uganda sono state chiuse da un giorno all’altro. Noi e i nostri poveri alunni ci siamo ritrovati a casa in lockdown per un tempo indeterminato. I mezzi pubblici e privati bloccati. Dopo due settimane ci siamo attivati per raggiungere uno ad uno i nostri ragazzi. Abbiamo deciso di stampare gli appunti (qui non esistono i libri di testo) per ogni nostro studente (500) per ogni disciplina (13). Una quantità di carta imbarazzante, l’unica fotocopiatrice della scuola ha cominciato a fumare. Grazie all’aiuto del Meeting Point International e del preside, nel giro di due settimane, abbiamo raggiunto l’80 per cento degli alunni. Il preside, l’unico provvisto di una motocicletta (il solo mezzo legale per il trasporto), si è convertito in postino. Ogni mattina partiva con zaino in spalla e i plichi di appunti e compiti legati alla moto per raggiungere gli alunni casa per casa. Ha bussato alle porte. Alcuni aprivano sbalorditi e commossi: «Ma anche qui ci raggiungete?! Grazie mille». Altri dicevano: «Accidenti! Siete riusciti a scovarmi anche qui?». Non importa la reazione, il cuore è fatto per essere bussato.

Il preside della scuola Luigi Giussani di Kampala porta i compiti in moto agli studenti durante il lockdown

Dopo due mesi di lockdown, in cui abbiamo cercato di collaborare con i nostri 40 insegnanti attraverso i poveri mezzi di comunicazione a disposizione, finalmente si è registrata una parziale riapertura del paese. I mezzi potevano circolare di nuovo e gli uffici riavviarsi, con le dovute cautele. Abbiamo preso la palla al balzo e abbiamo organizzato dei workshop di approfondimento per gli insegnanti, visto che ci aspettavano ancora almeno due mesi in cui gli alunni non avrebbero potuto tornare in classe. Abbiamo convocato uno staff meeting a scuola con tutte le misure di sicurezza. L’assemblea era prevista per il 12 giugno alle 10, così da permettere a chi vive lontano di arrivare con agio. Purtroppo molti mezzi pubblici non erano attivi e i pochi a disposizione chiedevano il quadruplo del prezzo normale. Molti insegnanti hanno dovuto farsi tre ore di cammino. Su 40, hanno raggiunto la scuola in 32. Il meeting, come di consuetudine, si è aperto con una libera assemblea partendo da questa domanda: «Quali scoperte hai fatto in questo periodo?».

Michael e Joseph, preside e vicepreside, hanno guidato l’assemblea. I professori hanno parlato della propria esperienza di paura, fragilità, difficoltà a vivere a stretto contatto con gli altri in condizioni certamente non comode, nostalgia dei volti degli alunni, ma gli interventi non erano dominati dal lamento, bensì dalla gratitudine. Tutti infatti hanno descritto il risveglio della domanda di senso, che era sopita. «La vera crisi è quando si smarrisce qualcosa di essenziale», ha detto Joseph con le lacrime agli occhi, parlando della propria moglie andata in cielo nove mesi fa: «La crisi è perdere il significato del vivere». Michael ha raccontato di come tutti i suoi piani sono saltati e di come questo faccia più paura del virus stesso: «La realtà ha bucato la bolla in cui pensavo di vivere, e ora la domanda che emerge più bruciante è: chi sono io?». Tutti si sono scoperti familiari con questo interrogativo.

La gioia di rivedersi

Nel bel mezzo della riunione all’improvviso hanno fatto irruzione nella Main Hall otto militari ugandesi armati di tutto punto. È seguito un attimo di silenzio, ma nessuno sembrava spaventato. Anche i soldati, entrati con volti ostili, dopo pochi secondi si sono rasserenati. «Che cosa state facendo qui?», ha chiesto il capo. «Stiamo volendo bene ai vostri figli, ai figli dell’Uganda», ha risposto la segretaria senza esitazioni. I duri volti dei gendarmi si sono sciolti in un sorriso. «Ci hanno chiamati dicendo che alla Luigi Giussani c’era una riunione di 200 persone, ma non è vero. Avete tutti la mascherina e rispettate il distanziamento. All’ingresso ci avete addirittura igienizzato le scarpe. Andiamocene», ha tagliato corto il capo. E mentre scendevamo le scale, ha chiesto al preside: «Ma chi siete? Che scuola è questa? Posso portare i miei figli qui appena riaprite?». La realtà è veramente una sfida, di più, è vocazione. Ora ci tocca ripensare di nuovo ai mesi che ci aspettano con una nuova modalità e con nel cuore quel che ci è appena accaduto.

Staff meeting alla scuola Luigi Giussani di Kampala, Uganda, durante il lockdown contro il coronavirus

Circa un mese fa, alcuni insegnanti e io abbiamo sentito il desiderio di incontrare i nostri studenti, per far loro sapere che non erano soli, che c’era qualcuno che pensava a loro. Abbiamo programmato di trascorrere una giornata a Kireka, nel quartiere di Acholi, e una giornata a Naguru. Sono gli slum più grandi dell’Uganda. Sono stati due giorni indimenticabili. Con l’aiuto di alcuni dei nostri studenti che ci hanno guidato attraverso le strette vie delle due baraccopoli, abbiamo bussato a circa 220 porte e incontrato altrettanti nostri studenti.

È incredibile il modo in cui tanti studenti hanno reagito vedendo i loro insegnanti: molti ci hanno accolti, abbracciati e poi seguiti, abbandonando quello che stavano facendo per unirsi a noi nella visita agli altri studenti. È stata la conferma che il cuore è fatto per accogliere la Presenza e che nel profondo del nostro essere, il cor inquietum agostiniano continua a vivere. Incontrando i miei 220 giovani sant’Agostino ho capito però che nessun nostro tentativo è in grado di soddisfare l’abisso del loro cuore: «Siamo felici di vederti, ma dov’è il nostro insegnante di classe? Non è qui? Perché non è venuto?», chiedevano in tanti.

Il più testardo degli studenti

Uno dei miei insegnanti, dopo le visite, mi ha detto: «Sono rimasto colpito dalla condizione in cui vivono i miei studenti, ne è nata un’evidente empatia, ma anche questo non mi basta. Non voglio essere mosso dalla compassione per loro, ma dal desiderio di conoscere la loro umanità, chi sono veramente. Solo così posso conoscere me stesso». Molte volte io riduco i miei studenti alla loro umanità “accademica”, i miei insegnanti alla loro umanità “professionale” e così via, ma questi quattro giorni mi hanno fatto riscoprire la definizione di tenerezza di papa Giovanni Paolo II: «La tenerezza è la capacità di sentire con e per l’intera persona».

Durante la visita, siamo passati davanti alla casa di uno dei nostri studenti più difficili. È molto testardo, sempre arrabbiato con il mondo intero. Immaginavamo già la reazione disgustata del suo volto nel vederci. Scoperto che non era in casa, abbiamo salutato sua madre e proseguito il viaggio. Ma dopo cinque minuti, abbiamo sentito qualcuno che ci chiamava da lontano e ci inseguiva. Era proprio quello studente che, informato dalla madre che eravamo passati, si è messo a correre per le vie strette dello slum cercandoci. Unendosi a noi, ha detto: «Non potevo perdermi la vostra visita! Adesso posso andare a casa!». Mi sono tornate alla mente le parole di un carcerato che vive in Brasile in un penitenziario speciale senza guardie, dove l’esperienza umana con gli educatori è eccezionale. Alla domanda «perché non cerchi di scappare?», rispondeva: «Perché non si scappa dall’amore». Questo è ciò che mi strappa dal nulla e dal nulla di me stesso, un Padre che mi dice: «Non ti ho perso, sei mio».

La partita più importante

Durante il lockdown mi sono sentito mortalmente povero. Non potevo fare nulla per i ragazzi e le mamme, nulla per i genitori e amici a settemila chilometri di distanza, e questo mi ha fatto riscoprire mendicante di Colui che può riconquistare il mio cuore in questa tempesta. Sono emerse caratteristiche di me che non mi sono piaciute per nulla. Mi sono ritrovato più volte sconfortato, inconcludente e impaziente; a volte mi sono misurato e ho misurato così tanto gli altri che ho avuto la nausea. Mi sentivo nel posto sbagliato, nel momento sbagliato, pensavo che mi stessi perdendo qualcosa. E questo mi ha fatto reagire violentemente con quelli che mi circondavano. Le persone con cui vivo però mi hanno sempre accolto con i miei limiti. Questa misericordia mi ha reso grato per essere un nulla, ma amato, grato per le persone che il buon Dio mi ha messo di fianco, scelte appositamente per me.

Un giorno mi sono ritrovato al telefono con una alunna. E mentre protestavo per il fatto di dover rimanere in casa, mi sono vergognato di me stesso: mi sono comparsi davanti agli occhi i due metri quadrati in cui la mia alunna vive con la famiglia. Mi sono ritrovato a mendicare una semplicità di sguardo che in quel momento non avevo. A un certo punto lei dice: «Ma sai Seve che nelle quattro mura in cui io e te viviamo si sta giocando la partita più importante dell’universo? Quella della nostra conversione». Le sue parole inaspettate hanno cambiato il mio sguardo. La conversione avviene solo di fronte a una presenza. Potrei stare sempre in questo isolamento perché queste settimane non hanno isolato il desiderio del mio cuore e il desiderio del cuore di Cristo di raggiungermi. È proprio vero che la mia umanità non va in quarantena.

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Matteo Severgnini, autore di questo articolo, è dal 2012 consigliere educativo della scuola Luigi Giussani di Kampala, Uganda. Ne abbiamo parlato nel numero di agosto 2019.

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