Superare il Pil col Bes (e tenere conto del numero dei figli)

Di Davide Rosati
13 Marzo 2012
«Una reale considerazione dei carichi familiari dovrebbe rientrare tra i criteri di misura del benessere, perché non è ragionevole una società in cui chi ha figli paghi in proporzione più tasse di chi non ne ha». Pubblichiamo il contributo di Davide Rosati, esperto in tema conciliazione famiglia-lavoro del Sindacato delle Famiglie.

È insito nell’uomo, nel suo desiderio di costruire, poter capire dove sta andando, poter vedere l’esito del proprio lavoro, misurare la propria capacità creativa. Così nelle società moderne, l’espressione di questo desiderio coincide con il concetto di sviluppo o, in altri termini, con la crescita del benessere.
Se nel dopoguerra l’idea di benessere e sviluppo coincideva con il Prodotto Interno Lordo (PIL), oggi questo parametro ha cominciato a diventare inadeguato.

In tal senso appare un tentativo interessante quello portato avanti dal CNEL e dall’ISTAT di elaborare un nuovo indice che misuri il benessere della nostra società superando la limitatezza del PIL. L’idea di fondo di questo nuovo indice è quella di prendere in considerazione 12 dimensioni (o domini) del benessere, attraverso il coinvolgimento attivo della società civile organizzata e dei singoli cittadini, oltre all’apporto di un qualificato pool di esperti.

Come associazione familiare, vogliamo dare anche noi il nostro contributo, in quanto riteniamo estremamente importante che anche le istanze delle famiglie possano essere prese in considerazione.

Innanzitutto constatiamo positivamente la grande considerazione che assumono i temi dell’equità e della sostenibilità all’interno del dominio del Benessere economico. Dal nostro punto di vista, è indispensabile che il tema dell’equità fiscale abbia un’adeguata considerazione in questa nuova analisi. Non può essere certo considerata positivamente una situazione come quella di un paese, il nostro, in cui l’equità orizzontale viene ampiamente sottovalutata a discapito dell’equità verticale. In altri termini, una reale considerazione dei carichi familiari dovrebbe rientrare tra i criteri di misura del benessere, perché non è ragionevole una società in cui chi ha figli paghi in proporzione più tasse di chi non ne ha. Una giusta attenzione alle politiche di prelievo, dovrebbe essere quindi fondamentale per misurare il benessere della nostra società, anche per evitare un peso eccessivo alle politiche redistributive, facilmente riconducibili a logiche assistenzialistiche.

Altro aspetto indispensabile da prendere in considerazione nella misura del benessere è quello della natalità. Sarebbe miope considerare una società senza pensare al suo futuro e alla sua capacità di rigenerarsi. Se il BES mira a considerare i fattori fondamentali del benessere di una società non può esimersi dal misurare anche la sua capacità di conservarsi in termini numerici. Altrimenti si corrono due rischi: il primo è quello di una misura edonistica della capacità di rispondere al proprio desiderio solo nel breve termine. Il secondo è quello di essere così occupati a offrire un futuro ai propri figli, da non preoccuparci di avere questi figli a cui offrire un futuro.

Un altro aspetto estremamente meritorio del BES è quello di considerare la famiglia come il luogo privilegiato delle relazioni, inteso sia come origine della capacità relazionali degli individui sia come sorgente di quel capitale sociale e umano che sta al fondamento della nostra società.

Ugualmente pregevole appare l’inserimento del tema della conciliazione tra impegni familiari e di lavoro, che noi preferiamo denominare, riprendendo le parole del professor Stefano Zamagni, come “armonizzazione” tra la sfera professionale e quella relazionale della famiglia. In tal senso, la sfida va affrontata su due fronti: da un lato il concepire il problema in un’ottica relazionale e non di genere, non confinando il problema solo alle donne, ma guardandolo da un punto di vista familiare. Dall’altro è da considerare la particolare conformazione del tessuto imprenditoriale italiano, fatto per oltre il 90% da piccole e medie imprese, in cui le tematiche della Corporate Family Responsability stentano a diffondersi per diverse ragioni, sia di carattere culturale, che di semplice difficoltà strutturale. A tal proposito crediamo che sia interessante affrontare il problema attraverso una lettura territoriale e di reti di imprese, come già la lungimirante Regione Lombardia ha iniziato ad introdurre nelle sue politiche di conciliazione.

Infine, sul tema della Politica e delle istituzioni, appare assente il tema della sussidiarietà e della capacità della politica di ascoltare e riconoscere nella società esempi positivi e modelli di bene comune da valorizzare e da coinvolgere nel processo decisionale e di progettazione degli interventi. Una società sarà in grado di aumentare il proprio grado di benessere quanto più sarà capace di valorizzare le sue spinte interne, i modelli di risposta che i cittadini realizzano per rispondere alle proprie aspettative, liberando le energie positive presenti al suo interno.

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.