
Dopo 19 anni di eutanasia, il Belgio si stupisce se ha il record di suicidi

Il suicidio è la prima causa di decesso in Belgio nella fascia di età 15-24 anni e in quella 25-44 anni. Gli ultimi dati pubblicati dal governo, come riporta La Libre, risalgono al 2018 e certificano un aumento rispetto al 2017 di 59 casi. Il governo ha calcolato in tutto 1.782 casi, 5 al giorno. «Se si fa un paragone tra questi dati e quelli degli altri paesi europei, ne risulta che il Belgio sia tra i peggiori paesi in Europa per numero di suicidi (dopo Lituania, Slovenia, Lettonia e Ungheria, ndr)», scrive l’associazione Un pass dans l’impasse, che gestisce in Vallonia il principale centro di prevenzione del suicidio del paese.
Mancano i dati dell’eutanasia
I dati in realtà sono largamente incompleti e mostrano l’ipocrisia tanto del governo quanto dell’associazione in questione. Infatti, non vengono conteggiati nella categoria “suicidio” i casi di eutanasia e suicidio assistito. Alle 1.782 persone che si sono date la morte in modo violento nel 2018 andrebbero quindi aggiunte le 2.357 che hanno scelto la “buona morte” attraverso un cocktail letale preparato da un medico o l’iniezione.
L’ipocrisia del Belgio diventa ancora più evidente quando si vanno a leggere le linee guida stilate da Un pass dans l’impasse per prevenire il suicidio. L’obiettivo delle raccomandazioni è «ridurre il numero di suicidi» e ovviamente tra di esse non rientra l’abolizione della legge del 2002 sull’eutanasia, definita «l’atto intenzionale di mettere fine alla vita di una persona che lo richiede».
«Non banalizzare il suicidio»
Innanzitutto si consiglia di «contrastare la tolleranza sociale riguardo al suicidio», cioè di «non banalizzare il suicidio». Un’operazione che difficilmente avrà successo in un paese dove già otto anni fa, nel 2013, la Società medica belga di San Luca denunciava che «la legge sull’eutanasia ci sta portando alla rovina. La nozione di qualità della vita è estremamente soggettiva e la legge sta portando alla banalizzazione della morte». Nessuno ha ascoltato i medici, tantomeno l’associazione che vuole prevenire i suicidi.
Le linee guida anti-suicidio spiegano anche che bisogna «correggere le false credenze» sul tema, combattendo ad esempio chi afferma che «parlare del suicidio incoraggia il passaggio all’atto» e dunque è meglio non farlo. Sacrosanto. Bisognerebbe però spiegarlo alla psichiatra Lieve Thienpont, coinvolta in un terzo di tutti i casi di eutanasia per problemi psichiatrici in Belgio, che in ogni intervista ripete questo mantra: «Molte persone sono sollevate dal fatto di sapere che possono ottenere il suicidio assistito. Quando li si rassicura sul fatto che c’è un’uscita di emergenza, ecco, questo li aiuta ad andare avanti».
Ma uccidersi non era un diritto?
Il vademecum aggiunge anche che «bisogna sostenere le persone che attraversano delle prove o sono sottoposte a stress psicologico», eppure non si contano più in Belgio i casi di eutanasie autorizzate esattamente per questi motivi. Solo per citare alcuni esempi emblematici (ma ce ne sarebbero a centinaia e centinaia): Emily, Tine Nys, Godelieva de Troyer.
Un passe dans l’impasse dà anche qualche raccomandazione ai giornalisti su come affrontare il tema. Innanzitutto è sempre bene «precisare che il suicidio è un problema di salute pubblica» (quello di morire non è più dunque un diritto individuale?). Bisogna poi «cercare gli esperti che diano informazioni sulle buone pratiche per prevenire il suicidio» (come Wim Distelmans, pioniere dell’eutanasia in Belgio, che sbandiera ai media ogni giorno “trofei” come i due gemelli uccisi perché sordi o la trans che dopo il cambio di sesso non accettava più il suo corpo?). I media dovrebbero anche evitare di «normalizzare il suicidio o presentarlo come una soluzione» (vogliamo davvero contare le tonnellate di articoli in cui si afferma che l’eutanasia equivale a «morire con dignità»?).
Il Belgio elogia il suicidio da 19 anni
L’apice dell’ipocrisia viene però raggiunto nelle raccomandazioni previste per i medici che si trovano a dover curare persone anziane con intenti suicidi (in un paese dove si cerca di eliminare la possibilità dell’obiezione di coscienza nei casi di eutanasia e dove chi si rifiuta di uccidere viene denunciato). I dottori dovrebbero stare attentati a non «svalutare la vecchiaia» e a non proporre il modello culturale della «eterna giovinezza». Difficile in un paese dove il Parlamento propone una legge per uccidere chi ritiene ormai di avere vissuto troppo a lungo e dove basta avere molti acciacchi dovuti all’età per ricevere l’iniezione letale.
In Belgio il diritto a uccidersi con l’aiuto dello Stato viene propagandato incessantemente da 19 anni. Qualunque persona, per i più disparati motivi, può trovare un medico disposto a porre fine alla propria vita nel nome della «dignità» a tutte le età. Come possono le stesse autorità belghe che hanno alimentato una simile cultura della morte stupirsi se sempre più persone decidono di uccidersi, ma senza passare dai guanti bianchi e vellutati della burocrazia statale? Questo è il vero mistero.
Foto Unsplash
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