
Lettere dalla fine del mondo
Una storia assurda, se non fosse per l’ultima frase che salva tutto
Pubblichiamo la rubrica di padre Aldo Trento contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Appena arrivata all’università incontrai un ragazzo che iniziò a farmi una corte spietata. Quando gli dissi che ero pronta a stare con lui, o almeno a verificare se ci potesse essere qualcosa di più tra di noi, mi rispose che «stava facendo la verifica della verginità»: voleva diventare sacerdote. Tuttavia io ero praticamente l’unico suo pensiero fisso, stava sempre con me, ogni tanto mi dava qualche bacio, e piano piano la mia confusione iniziò a crescere tremendamente. Ogni volta che provavo a dirgli che forse quello non era il modo di verificare qualcosa, lui non aveva dubbi: si sarebbe fatto sacerdote e non sarebbe mai stato con me per questo motivo.
Io ero molto giovane all’epoca, non riuscivo proprio ad allontanarmi da lui, non riuscivo a chiudere quella che nel frattempo era diventata una storia a tutti gli effetti, con la differenza che appena glielo facevo notare quasi mi faceva credere che fossi matta. Poi, piano piano, ho scoperto che quello “matto” era lui, che aveva dei problemi piuttosto seri di depressione, legati a una malattia autoimmune molto rara che lo inseguiva dalla nascita. Era diventato una specie di incubo, di “dipendenza” per me. Finché, dopo otto anni di calvario e sofferenze acutissime, decisi di togliermi dalla sua vita, con mio e suo grande dolore, ma con pressoché nessuna reazione da parte sua.
Ed eccomi qui, dopo otto anni “persi”, durante i quali non ho studiato bene e ho trascurato milioni di cose tanto era diventato esclusivo e soprattutto segreto questo rapporto. Mi sento frammentata, distrutta, con tutti i pezzi di me da ricostruire da capo, con energia pari a zero per ricominciare a fare la tesi. Tutto mi sembra estraneo, come quando ti allontani da un amico per tanto tempo, e ad un certo punto lo ritrovi e con un certo imbarazzo devi ricominciare a conoscerlo, imparare a non ferirlo, ad accoglierlo.
Ti scrivo perché in me ci sono talmente tanti scandali che non saprei da dove cominciare: dalla rabbia per il fatto che qualcuno permetta a un ragazzo di usare Dio come scudo sulla vita, al fatto di essermi innamorata follemente, al fatto di non sapere tuttora chi ho realmente davanti. Sono giorni di disperazione, in cui non so da dove cominciare a reincollare tutti i pezzi, ma soprattutto non so se ne valga la pena. E allo stesso tempo sento una cosa molto urgente: dare tutta la mia vita a Cristo.
Sembra completamente irragionevole, fuori luogo, non appropriato un pensiero così dentro la disperazione, eppure c’è, ed è l’unica cosa che mi permette di tirare appena un respiro di sollievo. Poi ricomincio a pensare a me e ricado giù.
Elisa
Una storia assurda, se non fosse per l’ultima frase che salva tutto, dà senso a tutto, elimina ciò che chiamiamo “fallimenti”, trasformandoli in un nuovo inizio, in un’ipotesi positiva con cui riprendere in mano la vita: «Sento una cosa molto urgente: dare la mia vita a Cristo». Te lo dice uno che senza questa granitica decisione sarebbe stato non solo un fallito, ma anche un disperato.
Senza questa “urgenza di dare tutta la tua vita a Cristo”, certamente avresti buttato via otto anni di storia e il peggio è che avresti sofferto per niente. Però quando una persona, toccata dalla grazia, decide di consegnare i cocci della sua vita a Cristo, la sua vita torna a fiorire e l’io prima ridotto a pezzi ritrova la sua unità originale.
Il segreto che permette questo miracolo è che una persona parta da Gesù e non dai cocci a cui sembra ridotta la vita. E te lo dico perché so cosa significa buttare via la vita, guardare il proprio “io” ridotto in frantumi. Eppure la grazia ha rimesso tutto in ordine, ogni frammento al suo posto. Ma la grazia si manifesta sempre come un incontro con qualcuno in cui brilla il volto di Gesù, con qualcuno che ti dice «è il Signore».
Infine, permettimi un’ultima cosa. Tante stupidaggini le facciamo perché gestiamo la vita come ci pare, in modo autonomo. Molti mi scrivono «sono in verifica» e spesso mi viene da ridere, perché la condizione della verifica è che esista l’Io, altrimenti non si riesce a verificare neanche se le patate fritte sono più buone di quelle lesse.
Aggiungo una cosa fondamentale: non affidate la vostra vita, il vostro destino al primo prete che si incontra, ma ad un uomo innamorato di Gesù capace di leggere i segni che Dio pone nel cammino di ogni persona. La mia verifica è durata il tempo di una confessione all’età di undici anni, quando il prete mi ha chiesto se mi sarebbe piaciuto essere sacerdote ed io, per paura che mi sgridasse se dicevo no, gli ho detto sì. Quattro mesi dopo ero già in seminario.
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