Stop all’import dallo Xinjiang. Gli Usa azzoppano la rivoluzione green

Di Leone Grotti
23 Giugno 2022
La legge entrata in vigore martedì mira a prevenire lo sfruttamento del lavoro forzato degli uiguri. Ma dalla provincia della Cina arriva il necessario per pannelli solari, batterie al litio e metalli chiave per la transizione ecologica
Braccianti in Cina nei campi di cotone dello Xinjiang

Braccianti in Cina nei campi di cotone dello Xinjiang

Martedì è entrata in vigore negli Usa una legge che vieta l’importazione di beni la cui filiera produttiva è legata allo Xinjiang, dove a partire dal 2017 la Cina ha incarcerato almeno 1,5 milioni di uiguri. Per avere il via libera all’import, anche di prodotti realizzati al di fuori del Dragone con materie prime provenienti dalla provincia incriminata, le aziende americane dovranno dimostrare «con prove chiare e convincenti» che nella realizzazione dei beni non è stato utilizzato il lavoro forzato degli uiguri.

Addio pannelli solari?

Secondo il New York Times, la legge complica i piani di circa un milione di aziende. «La gente non è preparata a ciò che accadrà», dichiara Alan Bersin, ex commissario presso la US Customs and Border Protections, il servizio di polizia deputato al controllo della dogana. «L’impatto di questa legge sull’economia globale e sull’economia americana si calcolerà in molti miliardi di dollari, non milioni».

Nel Xinjiang, infatti, viene prodotto il 40 per cento del polisilicio indispensabile alla realizzazione delle celle fotovoltaiche (il 95% dei pannelli presenti sul mercato ne contiene una parte), il 25 per cento del concentrato di pomodoro e il 20 per cento del cotone mondiale, quest’ultimo fondamentale per i grandi marchi di abbigliamento. Nella provincia nord-occidentale della Cina viene prodotta anche una significativa quantità di noci, pepe e luppolo esportati in tutto il mondo.

Il nodo delle batterie per le auto elettriche

La legge entrata in vigore negli Usa avrà un forte impatto anche sulla transizione ecologica. Non solo, come detto, per quanto riguarda i pannelli solari ma anche per il mercato delle auto elettriche. Tra le entità accusate di sfruttare il lavoro forzato degli uiguri c’è infatti anche il Xinjiang Nonferrous Metal Industry Group, che estrae dalle miniere alcuni dei minerali più ricercati sul mercato: litio, nickel, manganese, berillio, rame e oro.

A preoccupare le case automobilistiche è soprattutto l’impiego di lavoro forzato per l’estrazione del litio, dal momento che circa i tre quarti delle batterie al litio vengono prodotte in Cina e quasi tutti i metalli necessari a produrle vengono processati nel Dragone (con quote che vanno dal 50 al 100%). Al momento, non esiste una reale alternativa all’import dalla Cina, come notano gli analisti di Benchmark Mineral Intelligence: «Ad oggi praticamente tutte le batterie dei veicoli elettrici in commercio hanno qualche legame con la Cina».

Gli Usa fermano la Cina. E l’Europa?

Il Partito comunista cinese ha sempre definito lo sfruttamento del lavoro forzato degli uiguri come «la menzogna del secolo» ma la recente inchiesta sui cosiddetti “Xinjiang papers” non lascia adito a dubbi: la persecuzione degli uiguri è portata avanti ufficialmente e scientificamente dalle autorità e il lavoro forzato fa parte del programma, anche se Pechino definisce le attività «corsi di formazione professionale».

Al momento l’Unione Euroepa non si è allineata agli Stati Uniti, ma è probabile che l’amministrazione Biden farà pressione su Bruxelles perché prenda misure analoghe. Al di là delle ragioni politiche e commerciali, ce n’è una di ragione etica: l’Ue può accettare che la propria transizione verde si fondi sullo sfruttamento del lavoro forzato in Cina? È una domanda a cui il Parlamento europeo, che ha appena varato lo stop dal 2035 alle auto a combustione interna per rimpiazzarle con quelle elettriche, deve rispondere.

@LeoneGrotti

Foto Ansa

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