Lettere dalla fine del mondo

«Sto iniziando a godere nel chiedere aiuto. E io che avevo paura di farlo»

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Articolo tratto dal numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)Il problema fondamentale della vita è incontrare un volto che ti guardi con tenerezza, qualcuno che ti abbracci come ha fatto con me don Giussani. Non so se ricordate la lettera disperata della ragazza che pensava di togliersi la vita e mi chiedeva aiuto, pubblicata a febbraio su Tempi (numero 6/2017). Nella risposta che le ho dato, sottolineavo la responsabilità di noi adulti di fronte alla disperazione dei nostri figli. Un amico medico ha reagito dicendomi che il caso di quella giovane donna è psichiatrico e che la mia risposta non toccava il fondo del problema. Ebbene, un amico sacerdote che vive a Roma si è offerto – cosa rara fra i preti quando si tratta di queste cose – di aiutarla. L’ho messa in contatto con lui e dopo tre mesi ecco il miracolo, con buona pace del medico sapientone. Questo senza nulla togliere alla sana psichiatria e ai sani esperti della mente. ([email protected])

Caro padre Aldo, sono la ragazza che ti ha scritto qualche mese fa chiedendoti di poter venire in Paraguay, vorrei raccontarti di come si sono evoluti questi mesi perché da quella mail-grido si è generato un percorso che non mi sarei aspettata, una meraviglia e una condivisione con gli amici che avevo spesso desiderato, ma che non riuscivo a innescare con la mia sola bravura.

Il frutto più importante è la gratitudine. In primis nei tuoi confronti perché tu, pur non conoscendomi e avendo tutti i tuoi figli di cui prenderti cura, hai risposto alla mia richiesta di aiuto (mentre noi siamo abituati vivere nell’indifferenza e nel fatalismo usato come giustificazione della nostra mancanza di responsabilità di fronte al male), e hai risposto non solo con parole e consolazioni (spesso ci “sbolognamo” con un “pregherò per te” per evitare la fatica della presenza), ma chiamando a raccolta i tuoi amici in Italia, sfidandoli alla responsabilità.

Grazie al mio “don Imprevisto”
Gratitudine per don Mario, il mio don Imprevisto che, con pazienza, nettezza e sana leggerezza, ha deciso di rispondere alla chiamata di prendersi a cuore lo scarabocchio ingolfato nelle paure e nei dubbi che sono e farmi vedere il disegno in fieri che vi si cela, che chissà quali tesori potrà restituire. Dopo i vari “incontri” telefonici, è venuto per due giorni nella mia città (pagandosi il biglietto aereo) ed è stata una grande festa. La festa dell’incontro con un padre che «non mi vuole mollare» (cit.), la festa di continui incontri e dialoghi con i miei amici, con la mia famiglia, con ragazzi che neanche conoscevo, ma che, incuriositi o invitati da terzi, si sono “imbucati” nelle varie occasioni. La festa del nostro mare e delle bellezze della nostra terra riviste con occhi grati, quindi attenti. Ma soprattutto la mia festa, perché sto iniziando a godere nel chiedere aiuto. Noi spesso abbiamo paura di farlo perché pensiamo di essere giudicati, emarginati, declassati a sfigati, ma, soprattutto, di non trovare risposte cioè presenze; paura di dover mettere in discussione tutto, tutti i rapporti, e di perdere quelle «quattro cose a cui non credi neanche più» (Brunori Sas).

Ci vuole coraggio. E il coraggio ripaga perché ci fa scoprire fratelli nella fragilità. Ciò che questa storia testimonia maggiormente è la verità delle parole di Gesù: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi crede ottiene, chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11). Ovvero che iniziare a volersi bene e capire che non si può vivere da soli ti fa scoprire la cosa più bella del mondo: qualcuno, in libertà, ci ama.

L’immagine banale ma icastica di questi giorni è don Mario che mi ha insegnato a usare la frizione e le marce. Io non ho avuto un padre che mi abbia insegnato a guidare e me la sono cavata per il poco che capivo, ma può imprevedibilmente arrivare uno che risponde al bisogno di attenzione, presenza e amore fin nel dettaglio concreto.

Una bellezza miracolosa
Il secondo frutto, dunque, è che questa gratitudine mi sta cambiando. Io voglio aiutarmi e accettare di essere amata, perché al di là di questa bellezza vera e questa verità bella, il mondo non offre altro che la decadenza di ciò che c’è, mentre io voglio amare sempre di più questa gratuità che mi ha raggiunta, percorrendo il mio disagio, il Paraguay, Roma e ridiscendendo qui nella mia città; questa bellezza che scardina le leggi del mondo e che quindi posso chiamare miracolo, di cui voglio partecipare e armarmi per combattere le tentazioni che non hanno tardato a riattanagliarmi: l’angoscia paralizzante, lo scetticismo, la facilità allo scoraggiamento, il lamento, il cedimento al male che ci attrae. Militia est vita hominis! In sintesi: grazie!

Lettera firmata

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