
Stato strozzino è Comune
Ah, che bello stare nell’Europa dell’euro, che bello non essere più schiacciati dai tassi di interesse a due cifre dei primi anni Novanta, sapeste quanto risparmia lo Stato da due anni a questa parte sugli interessi del debito pubblico: lo dice anche il governo nei suoi DPEF. Ma, a parte l’inflazione che rialza la testa e potrebbe riservare brutti scherzi in materia, pare proprio che non tutti, in Italia, godano la bazza alla stessa maniera. Prendiamo, per esempio, il vostro Comune di residenza. Lo sapete che, mentre il tasso di mercato prime rate oscilla poco sopra il 4%, i soldi che il vostro sindaco ha preso in prestito per bitumare la via o per pagare la refezione a domicilio agli anziani li dovrà restituire, se tutto va bene, al 7,5% di interesse, e più probabilmente al 9 o addirittura al 10%? E chi mai è lo strozzino che svena il vostro municipio? Nientemeno che la Cassa Mutui e Prestiti presso il ministero del Tesoro, la “banca” di Visco.
Beh, direte voi, questa non gliela facciamo passare, noi qualcosa di finanza cominciamo a capire: se la Cassa non intende rinegoziare i debiti dei nostri Comuni a tassi più ragionevoli, rivolgiamoci agli istituti di credito privati; pigliamo i soldi a prestito al 4% e con quelli saldiamo i vecchi debiti. Ci ritroveremo con lo stesso debito di prima, ma non più verso il Tesoro a tassi del 9-10%, bensì verso le banche al tasso del 4. Semplice, no? No, vietato! I debiti con la Cassa mutui e prestiti non si possono estinguere a questa maniera, se proprio lo volete fare dovete pagare una penale del 70 per cento. Sì, avete letto bene: se volete azzerare il debito dovete sganciare sull’unghia il 70% degli interessi che avreste pagato se il debito lo aveste saldato alle vecchie condizioni.
Negli ultimi anni qualche piccolo cambiamento è stato apportato a questa galera: i tassi dei nuovi mutui sono stati ridimensionati, bontà loro, al 7,5%; nella Finanziaria di due anni fa è stata inserita una norma in base alla quale i Comuni che hanno effettuato privatizzazioni di aziende municipalizzate o dismissioni di varia natura possono utilizzare le entrate di queste operazioni per saldare i vecchi debiti con la Cassa mutui e prestiti pagando una penale soltanto, bontà loro di nuovo, del 30%. Così il Comune di Milano, primo in Italia, ha potuto azzerare centinaia di miliardi di debiti a tassi usurai con la Cassa mutui grazie agli introiti della privatizzazione dell’Aem, l’azienda elettrica comunale, anche se si è dovuto accollare la penale del 30%.
Ma Milano e poche altre città (fra cui Roma) fanno eccezione. La situazione generale dei Comuni italiani, la quasi totalità dei quali non dispone di aziende municipali da privatizzare paragonabili all’Aem, resta estremamente precaria: si ritrovano pesantemente indebitati con una “banca” che pratica tassi di tre punti e mezzo superiori a quelli del mercato e del cui abbraccio soffocante non si possono liberare. E il rovesciamento delle parti è paradossale: la Cassa mutui è nata come strumento del Tesoro per finanziare gli investimenti dei Comuni, ma oggi sono i Comuni che finanziano il Tesoro versando alla Cassa le rate dei loro mutui a tassi di interesse esorbitanti! Visco si conferma vampiro non solo nei confronti dei contribuenti privati, ma anche di quelli pubblici.
Per approfondire il problema e collocarlo nel più generale contesto della grave crisi che sta attraversando la finanza locale ci siamo rivolti a Valentino Castellani, sindaco di Torino e responsabile del settore finanze dell’Anci, l’associazione nazionale dei Comuni d’Italia. Castellani, esponente del centrosinistra, non lesina le critiche al governo per la situazione che prevale e che presenta pochi segnali incoraggianti.
Castellani, com’è possibile che i Comuni italiani siano obbligati a dissanguarsi per pagare debiti a tassi di interesse fuori mercato? Perché non potete liberarvi del legame con la Cassa mutui e prestiti?
E’ un aspetto strutturalmente patologico della finanza locale che viene dal passato. C’è una rigidità strutturale nel nostro rapporto con la Cassa che deriva dall’origine delle risorse che essa ha messo negli anni a nostra disposizione. La Cassa ha emesso per conto suo obbligazioni, fondamentalmente Buoni postali, che corrispondono ai risparmiatori un tasso di interesse molto alto. Se oggi i Comuni saldassero i vecchi debiti ai tassi di interesse attuali, la Cassa non avrebbe più risorse per pagare gli interessi ai sottoscrittori dei Buoni postali. E’ chiaro che se la Cassa dovesse praticare a noi tassi di mercato, bisognerebbe che il governo fornisse alla Cassa le provviste finanziarie per far fronte agli impegni che ha sottoscritto coi risparmiatori. E’ un circolo vizioso che ribalta sui Comuni un impegno che lo Stato ha preso coi risparmiatori che hanno sottoscritto i Buoni postali.
Ma i tassi dei Buoni postali non si sono abbassati con l’andamento dei mercati?
Credo di no, perché si tratta perlopiù di titoli di risparmio pluriennali a tasso fisso e a interesse composto. Lei compra un buono fruttifero postale che ha un certo tasso decennale che va onorato al risparmiatore. Io non ho la competenza per giudicare se questa sia un’operazione giusta o sbagliata, quello che ritengo perverso è che questo meccanismo coinvolga il sistema delle autonomie, e qui l’interlocutore è certamente il Tesoro.
Nel frattempo che fate? Continuate a indebitarvi a tassi fuori mercato con la Cassa mutui?
No. Ormai ci approvvigioniamo quasi esclusivamente sul mercato. Che senso avrebbe indebitarci al 7,5% quando possiamo sfruttare tassi grosso modo attorno al 4%? Le banche private ci trattano bene, i Comuni sono considerati ottimi clienti: quando abbiamo estinto con loro vecchi debiti abbiamo pagato penali puramente simboliche, praticamente solo le spese dell’operazione.
Perché la situazione non si sblocca? Per caso c’è un “partito della Banca d’Italia” che fa ostruzionismo?
No, il problema è tutto politico, è il problema dell’insostenibile rigidità della finanza locale. Noi abbiamo entrate che sono rigide, determinate da tre grossi cespiti: uno è l’ICI, la detestatissima Imposta comunale sugli immobili; un altro sono i cosiddetti trasferimenti erariali, cioè quel tanto di fiscalità generale che ogni lo Stato attraverso la Finanziaria decide di trasferire ai Comuni e che tutti gli anni è oggetto di negoziazione; il terzo sono le entrate che provengono dalle tariffe sui servizi. Negli ultimi sei anni, cioè da quando io sono sindaco, in termini reali il volume di risorse dei trasferimenti erariali si è ridotto del 25%. Quando noi diciamo che in questi anni i Comuni hanno contribuito in maniera determinante al risanamento finanziario, al rientro nei parametri di Maastricht, diciamo questo. Se invece guardiamo sul versante della spesa, dobbiamo considerare che noi abbiamo una spesa che tende a crescere, non fosse altro per l’incidenza dell’inflazione. C’è una tendenza fisiologica all’espansione della spesa dovuta all’inflazione e all’invecchiamento della popolazione: molti Comuni, penso a Torino, a Milano, a Bologna, forniscono una mole di servizi di welfare rivolti agli anziani, il cui numero aumenta costantemente. Quindi noi abbiamo una forbice fra entrate rigide e spessa crescente che si è andata divaricando e che ormai è arrivata al punto di rottura. Noi siamo in condizioni criticissime, perché se le entrate resteranno quelle che sono, saremo costretti o a tagliare i servizi, o ad aumentare la pressione fiscale in sede locale.
Il governo vi ha autorizzato ad applicare un’addizionale IRPEF, l’avevate chiesta voi.
Trovo inaccettabile che i Comuni siano costretti a utilizzare la leva dell’addizionale IRPEF per finanziare servizi consolidati. L’addizionale è uno strumento che andrebbe usato su progetti precisi: se un Comune vuole realizzare una grande opera, un teatro o un museo, fa un patto coi cittadini e introduce per alcuni anni l’addizionale IRPEF. Ma utilizzarla per finanziare servizi di welfare consolidati è paradossale.
Come si risolve la crisi della finanza locale?
Quello che noi chiediamo è una compartecipazione alla fiscalità generale. Chiediamo che una parte di IRPEF resti sul posto e sostituisca i trasferimenti erariali negoziati sulle briciole avanzate dalla Finanziaria.
Allora anche voi, come le Regioni, volete il federalismo fiscale.
Chi parla di federalismo senza fare di questa nostra battaglia una delle bandiere più importanti, secondo me parla in astratto. Uno dei princìpi basilari della democrazia è il nesso fra tassazione e rappresentanza. Io, sindaco, in quanto responsabile del governo locale, devo essere messo in condizione di ricevere le risorse direttamente dai cittadini; quindi la loro IRPEF, la loro ICI devono rimanere qui, non deve esserci l’intermediazione dello Stato, a questi cittadini rispondo io di come ho usato le loro tasse. Questo è federalismo. Naturalmente nell’àmbito delle competenze che sono affidate ai Comuni.
Comunque voi avete firmato il patto di stabilità con cui vi siete impegnati a non aumentare la spesa pubblica.
Noi non abbiamo firmato niente, abbiamo contribuito a scrivere il testo del patto che è stato inserito nella Finanziaria del ’98, ma sin dal ’98 abbiamo fatto presente che avremmo rispettato il patto ad un’unica condizione,, che venisse risolto il nodo strutturale della finanza locale. Se il patto di stabilità continua ad essere calato sui Comuni così come è adesso, senza cambiare nulla, nel giro di qualche anno andremo al dissesto sul versante della spesa corrente e nel frattempo ci inibiamo la possibilità di fare investimenti.
Che ne dice del DPEF? Recepisce le vostre richieste?
Nel DPEF si profila per il 2002 un aggancio fra i trasferimenti erariali ai Comuni e una quota fissa delle entrate dall’IRPEF, che dovrebbe essere l’1%. Quindi uno spiraglio è stato aperto, le entrate non saranno più rigide, c’è un meccanismo dinamico: se l’economia cresce, se l’IRPEF cresce, anche i trasferimenti cresceranno secondo una quota fissa.
Non mi pare che questo c’entri molto col federalismo fiscale, con l’idea che una quota di IRPEF resti sul territorio: stiamo sempre parlando di trasferimenti.
La quota c’è, e corrisponde grosso modo a 10.600 miliardi di lire, il meccanismo con cui sarà gestita deve essere ancora fissato nella Finanziaria. Per questo io dico che abbiamo vinto alcune battaglie di principio, ma dobbiamo ancora combattere in sede di predisposizione della Finanziaria perché non si trasformino in vittorie di Pirro. Dobbiamo vigilare affinché le quantità e i meccanismi che verranno dettagliati nella Finanziaria non ci penalizzino.
Anche quest’anno ci sarà un avanzo primario nel bilancio dello Stato e una certa quantità di risorse utilizzabili per sgravi. Se il governo, anziché distribuirle a pioggia, le utilizzasse per cominciare a risolvere il problema della Cassa mutui e prestiti, l’idea incontrerebbe l’apprezzamento dell’Anci?
Lascio questa idea al Tesoro, perché comunque venga risolto il problema a me sta bene. Veda il Tesoro qual è l’idea, qual è la via di uscita tecnica per recuperare il divario fra i tassi di mercato e quelli della Cassa.
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