
Spending review, ecco dove si taglierà (se si taglierà)
Stando alle analisi del governo e della “task force” del commissario Enrico Bondi, la spesa delle pubbliche amministrazioni rivedibile, nel medio periodo, ammonterebbe a circa 295 miliardi di euro. Si tratta della spesa sulla quale il governo intende agire con tagli e contenimenti, per ridimensionare il debito e sopportare gli interessi, che continuano, ormai da quasi un anno, a mantenersi a tassi insostenibili. Oltre alla spending review, che domani torna alla Camera per la terza lettura, Mario Monti pensa di non dover prevedere ulteriori manovre per raggiungere il pareggio di bilancio nel 2013.
La spending review prende di mira la spesa corrente dei piccoli comuni, delle province e dell’amministrazione centrale, in particolare le retribuzioni lorde e i consumi intermedi (257,7 miliardi), ma anche i contributi alle famiglie, alla produzione, alle imprese, alle istituzioni sociali. Nel breve periodo, i tagli dovrebbero attestarsi sugli 80 miliardi di euro. 4,2 miliardi, quelli previsti entro la fine del 2012, che “potrebbero servire” a recuperare risorse ed evitare l’aumento di due punti dell’Iva programmato per i prossimi mesi.
Il decreto dovrebbe prevedere risparmi sugli acquisti di beni e servizi, con un ruolo più attivo della Consip (la società per azioni del ministero dell’Economia), che controllerà le spese ministeriali, compresi i contratti già conclusi. Altri tagli riguarderanno gli immobili pubblici, con misure di razionalizzazione e il congelamento dei canoni di affitto, società ed enti pubblici che verranno soppressi o che vedranno un ridimensionamento dei propri vertici. Per quanto riguarda gli enti locali, si prevede l’istituzione delle aree metropolitane che dovrebbe portare all’abolizione della maggioranza delle Provincie.
Tre sono i principali ministeri interessati dai tagli e su cui si ha la certezza degli interventi da fare: Giustizia, Istruzione e Trasporti. Per la Giustizia si prevede la revisione delle circoscrizioni, la riduzione degli uffici del giudice di pace, dei tribunali, delle sedi distaccate e degli uffici di procura, e la mobilità per il personale in esubero. Agli sprechi dell’Istruzione si provvederà con lo snellimento della struttura centrale attraverso l’utilizzo dei sistemi informatici, la riduzione del 50 per cento delle spese per fitti passivi e immobili, la riduzione degli organici dirigenziali, la riorganizzazione delle “articolazioni provinciali”, la razionalizzazione dei distacchi e dei comandi del personale e il riequilibrio della rete scolastica regionale e della proporzione tra docenti e classi di alunni. Ai Trasporti si prevede la dismissione della sede decentrata, la riduzione degli organici, la definizione di uno standard di personale, la riforma della motorizzazione civile, la riforma del trasporto pubblico locale con il trasferimento di servizi alle regioni, la riduzione delle autorità portuali.
I tempi previsti per il varo del decreto sono però ancora incerti. Oggi, il vertice fra Bondi, il viceministro dell’Economia Vittorio Grilli, e i ministri Piero Giarda e Filippo Patroni Griffi. Domani, i sindacati e gli enti locali, i primi che si oppongono alle decisioni sugli statali (10 mila esuberi, mobilità, pensionamenti anticipati, tagli sui ticket restaurant, rinvio della tredicesima), Regioni, Province e Comuni, che frenano su ulteriori tagli. Il calendario del governo prevedeva già per domani pomeriggio il varo delle misure di risparmio, ma dovrà probabilmente rinviarlo. A complicare l’agenda ci sono la questione degli interventi per il terremoto, la riforma del lavoro, il caso esodati, e il decreto sviluppo, al quale Monti si è ripromesso di apportare modifiche. Inoltre, mercoledì si discutono alla Camera le mozioni di sfiducia di Idv e Lega al ministro del lavoro Elsa Fornero, e Monti dovrà partecipare al vertice bilaterale fra Italia e Germania con Angela Merkel. Probabile dunque, se non il rinvio del decreto sui risparmi e i tagli previsti dalla spending review, un intervento in due tempi: prima i risparmi su spese, acquisti e forniture e poi i tagli ai ministeri e ad altri apparati.
I segretari di Cisl, Cgil, Uil, Raffaele Bonanni, Susanna Camusso e Luigi Angeletti si sono già espressi sui possibili “tagli lineari” nella pubblica amministrazione. Angeletti, al Radio Rai, se la prende con il governo che “colpisce là dove pensa che ci sia meno resistenza”, con i “più deboli,”, fra i quali gli impiegati della PA. Per la leader della Cgil, intervistata dal Mattino, gli statali “hanno già compiuto sacrifici con il blocco per tre anni dei contratti” e un’operazione sugli organici della PA significherebbe “una riduzione dei servizi, senza dimenticare che soprattutto nel Mezzogiorno il pubblico funge anche da ammortizzatore sociale”. Niente da fare nemmeno sulle pensioni dei dirigenti. Camusso si oppone a qualsiasi “cambio in corsa” sulle regole previdenziali. Bonanni paventa uno sciopero generale.
Il sindaco di Torino, Piero Fassino, punta il dito sull’amministrazione centrale, affermando che gli enti locali già stanno facendo autonomamente la propria spending review. Francesco Cascio, il presidente dell’Assemblea regionale siciliana, fa sapere su Twitter che “la Sicilia non può reggere tagli indiscriminati”.
Qualche opposizione anche all’interno del governo: il ministro Renato Balduzzi ha intenzione di limitare a un miliardo, per quest’anno, i tagli alla Sanità, ma Giarda e Bondi spingono verso i 6 miliardi circa. Ai tagli, si oppone anche Giovanni Bissoni, presidente dell’Agenas (Agenzia nazionale per i servizi sanitari regionali). Per Bissoni non bisogna dimenticare che “la sanità non era ricompresa nella famosa lettera della Bce” e non può essere sempre usata “come un bancomat” solo perché si tratta di “un intervento facile” dove “lo Stato taglia ma la faccia la mettono le Regioni”.
Anche il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola non sarebbe contento di dover aumentare il contributo ai tagli.
Per i partiti di maggioranza, deve essere chiaro che la prima fase della spending review, quella da 4,8 miliardi, sia funzionale al blocco dell’aumento dell’Iva (Fabrizio Cicchitto) e debba prevedere la discussione con i partiti (Pier Luigi Bersani). Per le opposizioni, si tratta dell’ennesima manovra iniqua che intende “fare cassa sulla pelle dei lavoratori” (Antonio Di Pietro).
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