
Tremende bazzecole
Uno sparo all’improvviso. E per un istante tutto si ferma, il futuro non esiste più
photojournalist took this photo 4 Syrian child, thought he has a weapon not a camera so she Gave up ! #Surrended pic.twitter.com/bm1hOWQWJY
— Nadia AbuShaban (@NadiaAbuShaban) 24 Marzo 2015
Pubblichiamo la rubrica di Annalisa Teggi contenuta nel numero di Tempi in edicola (vai alla pagina degli abbonamenti)
Ha fatto il giro del mondo la foto della bimba siriana che alza le mani in segno di resa di fronte a un fotografo col teleobiettivo, perché lo ha scambiato per un uomo armato. Ha 4 anni e vive in un campo profughi, il suo viso serio, le labbra serrate e le sue braccia sollevate diventano un simbolo, uno specchio sincero della fragilità innocente e della dignità insopprimibile di ogni vittima. Ci sono frazioni di secondo, o anche minuti, che si dilatano all’infinito, in cui ci è dato di sentire nella gola e sulla pelle la nostra vulnerabilità. Una fragilità disarmata, disarmante, tremenda. Banalmente, a me capitò di sentirmi completamente inerte quando in spiaggia, per un paio di minuti, persi di vista mio figlio di tre anni.
Niente attorno mi pareva più reale; sì, c’era il sole a picco sul mare, c’era la gente che passeggiava, c’erano i ragazzi che giocavano con le biglie sulla riva, ma tutto era avvolto in una nebbia indescrivibile e il tempo si era fermato. Finché ritrovai mio figlio, beato e tranquillo sotto il nostro ombrellone.
Ci sono casi ben più tragici, in cui questi momenti di vulnerabilità sono gli ultimi istanti di vita. E magari tutto capita nel bel mezzo di una giornata come tante. Un fulmine a ciel sereno, si dice. Ognuno ha la sua tabella di marcia quotidiana, che sia andare al lavoro, oppure andare a scuola. Ed è tipico di tutti noi fare qualcosa, pensando a qualcos’altro: ti siedi alla scrivania e cominci a rispondere meccanicamente alle mail, ma in realtà stai già pensando a come organizzare il pomeriggio, fitto di impegni. Oppure, sei a lezione e fai finta di ascoltare il professore, mentre bisbigli al tuo compagno un’idea fantastica per il prossimo fine settimana.
Il presente non è mai solo il presente per noi, è già pienamente intessuto delle nostre attese verso il futuro: in latino c’è una forma verbale chiamata perifrastica attiva, che descrive esattamente questo, lo slancio verso il futuro che c’è già dentro il presente. Perché noi non siamo mai un punto fermo, ma una freccia proiettata in avanti.
Finché, inatteso e potente, piomba il fulmine, squarciando il cielo di una giornata di lavoro o di studio: si odono degli spari. Da dove vengono? Che succede? Non sai. Tutto si ferma, il futuro non esiste più. L’oppressione del presente si dilata e diventa incandescente. Il tutto di te si concentra in ogni lunghissimo secondo che non passa mai, e il tutto di te è paura. Forse preghi, forse pensi ai tuoi cari, forse piangi e basta. Se quell’arma mortale e carica dovesse parartisi davanti, che farai? Alzerai le mani in atto di resa, implorando pietà. Per alcuni non c’è neppure tempo per questo, cadono a terra basta.
Questo terrore ha percorso i corridoi di un’università del Kenya sotto i colpi dei terroristi e le aule del tribunale di Milano per mano di un solo omicida. Certo, sono contesti diversi, luoghi lontani, eventi del tutto differenti. Ma alla lontananza delle etichette e delle spiegazioni, risponde una nuda vicinanza umana. A terra inerme, un avvocato italiano ha lo stesso volto di uno studente keniota: ci leggi un bisogno gigante frantumato in una frazione di secondo; ci leggi i segni di chi, come ultimo respiro, ha avuto negli occhi e nel cuore la purezza infantile di un bimbo spaventato.
Foto Ansa
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