
«Mamma, sono un gay in un corpo di donna». I genitori spagnoli si ribellano alla Ley Trans

Genitori sul piede di guerra in Spagna. Tutta colpa della Ley Trans approvata la scorsa settimana, la legge ordita dal governo socialista per consentire ai minori la libera autodeterminazione di genere che ha già portato centinaia di madri e padri a battagliare contro una forma di «contagio sociale che danneggerà i nostri figli per tutta la vita». Tutti omofobi, transofobi, genderofobi? Tutt’altro. Sentite le storie di Álvaro, Gisela, Ame, Abigail.
«Sono un gay intrappolato in una donna»
Álvaro – nome di fantasia scelto da La Razón che ha svolto un’ottima inchiesta sul tema – dice che lui e sua moglie hanno passato «quasi due anni senza capire nulla». Sua figlia non aveva ancora 13 anni quando gli confessò di essere lesbica. “Wow, parleremo insieme di donne”, fu la reazione tutt’altro che bigotta dell’uomo, deciso ad accogliere la sua omosessualità. Poi, a 15 anni, la ragazza disse che più che lesbica si sentiva non binaria, e così iniziò ad uscire con un ragazzo. Poi arrivò la pandemia, lei si rasò i capelli, lasciò la scuola, chiuse fuori dalla porta i genitori e iniziò a vivere sui social network e sulla tazza del water, a vomitare.
Papà e mamma non si ricordano nemmeno il numero dei medici che chiamarono a visitarla: la loro ragazzina non aveva nulla, spiegarono, nulla di “fisico”. A 17 anni dichiarò ai suoi di aver capito qual era il suo problema: «Sono un ragazzo gay intrappolato in un corpo di donna», e così iniziò a farsi crescere i capelli e non depilare la peluria. Oggi, a 18 anni, si trucca, perché «anche gli uomini si truccano», esige una mastectomia ma non ha soldi per pagarsela «e noi non glieli daremo quello quello che hanno fatto con mia figlia è scandaloso».
La figlia di Álvaro e le mamme di Amanda
Chi sono “loro”? Per due anni i genitori della ragazza hanno seguito alla lettera le istruzioni della psicologa: assecondare la figlia, chiamarla con un nome maschile fino, una volta maggiorenne, ad accompagnarla alla Trànsit della Previdenza sociale catalana. Dalla quale la ragazza è uscita raggiante dopo un minuto con una prescrizione di ormoni.
È stato allora che Álvaro ha capito, capito che assecondare la confusione di una figlia che «non aveva mai mostrato segni di disforia di genere» non era la strada per volerle bene. Ha cercato quindi altre risposte accorgendosi di non essere l’unico genitore in balìa dell’approccio affirming: Amanda, l’associazione laica e apolitica delle madri di adolescenti e bambine con disforia accelerata, è nata così, alla fine dello scorso anno: conta oltre duecento associati decisi a convincere i propri figli, autodiagnosticatisi transgender, a non prendere decisioni irreversibili prima di aver indagato le cause all’origine di tanta fatica, dolore e disagio nel proprio corpo, un disagio che nell’80 per cento dei casi si risolverebbe con la fine della pubertà.
Influenzate dai social network
«Qui nessuno mette in dubbio l’orientamento sessuale, ci mancherebbe, vogliamo solo evitare danni irreparabili alle nostre figlie perché la stragrande maggioranza, fino all’85 per cento dei minori coinvolti, sono ragazze», spiega una mamma dell’associazione alla Razón. Anche lei, come attestano da tempo i detransitioners americani e del Regno Unito, nonché medici e specialisti che in tutta America e Europa stanno mettendo in discussione l’approccio affirming, crede che questa disforia di genere a “insorgenza rapida” nasca dal cosiddetto “contagio sociale”.
L’esorbitante aumento delle richieste dei trattamenti non dipenderebbe cioè da una vera disforia di genere quanto dall’ambiente frequentato e dall’influenza dei social network, che offrono ai ragazzini una facile soluzione «per trovare un’identità, un gruppo di pari che li accolga e sostenga in un momento delicato della vita. Sono ancora adolescenti e molti di loro hanno problemi pregressi come mancanza di autostima, bullismo o disturbi alimentari e spettro autistico».
Quel tritacarne della Ley Trans
Fragilità finite nel tritacarne della Ley Trans promossa dal ministro per l’Uguaglianza di Podemos Irene Montero, che al grido “oggi facciamo la storia”, “depatologizziamo la libera determinazione dell’identità di genere” si è inventata una legge che consente ai minori di essere tutto ciò che vogliono, senza bisogno di alcun testimone, alcun certificato medico, alcun attestato psicologico e alcuna cura ormonale: a partire dai 16 anni basterà reiterare dopo tre mesi la richiesta all’anagrafe per ottenere una nuova identità. Fra i 14 e i 16 anni ci vorrà il consenso dei genitori. E dopo 12 anni si potrà cambiare sesso tramite autorizzazione di un giudice.
«Per essere felice una ragazza deve essere un maschio»
Álvaro non si capacita, «non capisco proprio perché per arrivare all’emancipazione delle donne si dica alle ragazze che per essere felici adesso devono essere maschi». Sa benissimo che dietro a questa operazione che ha come orizzonte la “cancellazione delle donne” si muove il mercato e che i fini economici sfuggano a tanti madri e padri che in buona fede lasciano i figli liberi.
Una libertà che per troppe ragazze come la figlia di Álvaro è diventata una trappola: «Mia figlia è stata catturata da qualcosa di peggio di una setta. È sempre stata molto avanti per la sua età, ha preoccupazioni progressiste e una grande empatia con le minoranze. Come molte ragazze, ha iniziato a cambiare durante la pandemia. È entrata in una chat privata di Instagram e non è più uscita. Come se le fosse stato piantato un seme in testa».
Non è una battaglia di diritti ma di mercato
Nella sola Comunità di Madrid, tra il 2017 e il 2019 l’incidenza dei giovanissimi transgender sarebbe aumentata del 500 per cento (nel Regno Unito l’aumento tra il 2009 e il 2018 è balzato al 4.000 per cento). Secondo Abigail Shrier, l’irriducibile giornalista che ha più volte documentato i danni irreversibili di questa enorme operazione di riaffermazione del genere di una intera generazione attraverso l’amputazione degli organi sessuali, si tratta di adolescenti alla ricerca costante di una identità nei gruppi di attivisti sui social network.
Secondo la femminista svedese Kajsa Ekis Ekman ad alimentare l’operazione non è affatto una battaglia «di diritti umani, ma di mercato. Per conquistare una clientela di giovanissimi che viene con le proprie gambe a implorare una medicina da cui dipenderanno per il resto della propria vita». Secondo Álvaro la dinamica è la stessa che ha alimentato la dipendenza dagli oppiacei negli Stati Uniti: creare il bisogno per fornire il rimedio. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Ame voleva disfarsi del suo corpo abusato
«Essere trans è di moda, cool, aiuta a entrare in sintonia con i coetanei», racconta Gisela, una delle madri dell’associazione Amanda, all’Abc. Sua figlia è finita nella rete durante la pandemia, dopo essere caduta in una profondissima depressione. Anche Ame voleva scappare dal proprio corpo: aveva subito abusi sessuali, bullismo, era scappata a 13 anni su internet dove aveva deciso che poteva disfarsi della sua carne disprezzata diventando un uomo. «La vedi come una via di fuga. Hai dei problemi, pensi che scappare dal tuo sesso biologico li risolverà, ma non è così, trovi una spiegazione in una realtà che ti costruisci da sola».
Oggi Ame ha 19 anni e combatte ancora con il sogno di sottoporsi a una doppia mastectomia così che nessuno possa più considerarla una preda, «ma ciò non risolverebbe in alcun modo la mia infelicità. Oggi sono in terapia e questo mi aiuta». La ragazza sta rimettendosi in sesto grazie a quella che per gli alfieri della Ley Trans non sarebbe altro che un lavaggio del cervello, terapia di conversione, e per questo è molto arrabbiata: «Oggi sembra che ci sia solo una linea, una narrativa “queer” piena di dogmi e se te ne allontani significa che stai andando contro il collettivo Lgbt. Sono bisessuale, non sono contro le persone trans, anzi; ma per la Ley Trans la realtà materiale non ha importanza, importa solo come ti percepisci. Ma puoi sbagliarti».
«La Ley Trans può togliermi la custodia di mia figlia»
Anche Abigail, una mamma di Siviglia associata ad Amanda, spiega all’Abc, che ogni volta che lei e le altri madri esprimono la loro opinione un sacco di transessuali che si sentono aggrediti: «Nessuno mette in discussione l’orientamento sessuale dei nostri figli o di chiunque altro», si trova costretta a ribadire ogni volta denunciando l’aberrazione della Ley Trans e i pericoli dell’approccio affirming che non dovrebbe essere mai la prima, ma l’ultima spiaggia.
Era saltata da una psicologa all’altra quando sua figlia 17 enne, dopo essere stata costretta a cambiare paese, casa, scuola, aveva deciso che poteva cambiare anche corpo. «Ma ora, con la Ley Trans possono togliermi la custodia se porto mia figlia a una terapia esplorativa»: esplorativa, che non significa affatto terapia di conversione. Significa non dare in pasto i propri figli a una società disposta a marciare sui loro corpi per “fare la storia”.
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