Spagna. Chi è Pedro Sánchez, il perenne trombato che promette ai socialisti un partito «vincente»

Di Rodolfo Casadei
30 Luglio 2014
Il Matteo Renzi iberico o una marionetta in mani altrui? Ritratto del "signor nessuno" eletto nuovo segretario del Psoe dopo la batosta delle europee
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Pedro Sánchez Pérez-Castejón (foto sotto a destra, tratta da Facebook), nuovo segretario generale del Partito socialista spagnolo (Psoe), presenta una curiosa caratteristica: non è mai stato eletto in nessuna delle elezioni amministrative e politiche alle quali si è presentato, tranne le  municipali di Madrid del 2007. Il suo primo e clamoroso successo è arrivato il 13 luglio scorso, alle elezioni di partito per la successione ad Alfredo Pérez Rubalcaba, dimessosi dopo il pessimo risultato del Psoe alle elezioni europee del 25 maggio scorso. Con quasi il 49 per cento delle preferenze (si sono recati a votare il 67 per cento degli iscritti) il 42enne economista ha sgominato gli altri due sfidanti, Eduardo Madina, della sinsitra del partito (36 per cento) e José Antonio Perez Tapias (15 per cento). Il 27 luglio il congresso straordinario del Psoe lo ha incoronato nuovo segretario.

pedro-sanchez-facebook-psoeIl neosegretario socialista è deputato alle Cortes, ma solo dall’anno scorso per la rinuncia della compagna di partito Cristina Narbona, passata dal parlamento al Consiglio per la sicurezza nucleare. Alle politiche del 2011, essendo l’undicesimo della lista nella circoscrizione di Madrid, non era passato perché il Psoe aveva conquistato solo 10 seggi. Stessa cosa era successa alle politiche del 2008, dove non era stato eletto ma poi era subentrato a Pedro Solbes un anno più tardi, quando costui dopo essere stato sostituito come ministro dell’Economia si era poco dopo dimesso da deputato. Per entrare in parlamento Sánchez lasciò il seggio di consigliere comunale del Municipio di Madrid. La prima volta che si era presentato alle elezioni amministrative della capitale, nel 2003, non era stato eletto a causa dell’infelice posizione nella lista bloccata: il suo nome era il 23esimo, e il Psoe ottenne 21 seggi. Un anno dopo, le dimissioni di due compagni gli permisero di sedere sui banchi dell’opposizione.

Pedro Sánchez è un economista che dal 1993 concilia militanza politica e carriera accademica. Insegna Struttura economica e Storia del Pensiero economico all’Università Camilo José Cela di Madrid, dopo essersi laureato alla Complutense e aver preso un master alla massonissima Università Libera di Bruxelles (dove è stato anche consigliere dell’eurodeputata Barbara Dührkop). Dice di ispirarsi al presidente del Consiglio italiano Matteo Renzi e al mostro sacro del Psoe Felipe Gonzalez, il primo capo del governo spagnolo socialista dopo il franchismo. I riferimenti farebbero pensare a una sinistra non dottrinaria e realista, ma non è detto: probabilmente a Sánchez Renzi e Gonzalez piacciono semplicemente perché sono o sono stati dei vincenti.

Subito dopo l’elezione a capo del Psoe ha rilasciato dal palco una dichiarazione anodina, nella quale ha detto che la sua politica sarà «tanto a sinistra quanto lo sono i militanti di base», ma di una sinistra «vincente», «di governo», che rifugge da «populismi e demagogia». Il suo obiettivo è «vincere le elezioni per cambiare la società, perché non va bene protestare soltanto». Pare una replica a quanti vorrebbero che il Partito socialista spagnolo rincorresse le formazioni alla sua sinistra, che con piattaforme basate essenzialmente sulla protesta hanno raccolto alle elezioni europee il 10 per cento con Izquierda Plural e l’8 per cento con la neonata Podemos. Il Psoe si è fermato al 23 per cento, uno dei peggiori risultati della sua storia. Gli ultimi sondaggi danno Podemos in impetuosa ascesa, al 16,3 per cento, e il Psoe ancora in discesa, al 21,9: il partito che alle elezioni politiche del 2008, quelle del secondo mandato a Zapatero, raccolse il 43,9 per cento avrebbe perso in sei anni la metà dei voti.

Sánchez ha affermato pure che non avrebbe mai concluso patti con la destra, salvo poi incontrare il capo del governo Mariano Rajoy (Partito popolare) il 28 luglio e assicurare una opposizione «leale e costruttiva» e spiegare che la politica non è «costruire muri», ma «tendere ponti». Si trattava di prendere una posizione comune dei due partiti maggiori del governo e dell’opposizione davanti alla convocazione di un referendum per la separazione della Catalogna dalla Spagna previsto per il 9 novembre per iniziativa del governatore della regione Artur Mas. Sánchez ha dimostrato tutto il suo senso di responsabilità istituzionale dichiarando dopo l’incontro che «il referendum non si può celebrare perché è illegale. Abbiamo condiviso la linea rossa riguardante il referendum: la sovranità appartiene al popolo spagnolo». Ha poi aggiunto quello che da tempo è il suo punto di vista, cioè che la costituzione andrebbe riformata in senso federalista per rispondere alle attese di tutti gli spagnoli. Però ha respinto frontalmente («né ora, né mai») il progetto che prevede l’introduzione dell’elezione diretta dei sindaci, avanzato da Rajoy.

Sulle questioni economiche ha attaccato il governo soprattutto sul tema delle prestazioni sociali ai disoccupati, sottolineando che al tempo dell’ultimo governo socialista il 70 per cento di essi riceveva sussidi, mentre ora solo il 57 per cento. Ha commentato El País: «Niente di nuovo rispetto a quello che Rajoy sapeva dalla bocca del precedente segretario socialista, Alfredo Pérez Rubalcaba. I dissensi sono gli stessi».

Molti commentatori spagnoli snobbano di già il nuovo segretario, sospettando trattarsi di un tappabuchi o di una marionetta i cui fili sono tirati da altri. Ha scritto il conservatore ABC: «Adesso resta solo da sapere se, effettivamente, Pedro Sánchez rappresenta una leadership in proprio per un progetto di lungo periodo o è soltanto una figura in mani altrui, con una finalità elettoralistica a breve termine». Fa specie, infatti, che alle elezioni per il nuovo segretario dei socialisti non si siano presentati i pesi massimi del partito: la governatrice dell’Andalusia Susana Díaz e l’ex ministro della Difesa Carmen Chacón. Sánchez ha ricevuto una valanga di voti dagli iscritti andalusi, e il suo primo incontro con un notabile del partito dopo la sua elezione è stato con la Díaz. Quel che vale l’uomo nuovo del Psoe lo si vedrà in autunno, quando si terranno le primarie per decidere lo sfidante di Rajoy alle elezioni politiche del 2015.

@@RodolfoCasadei

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1 commento

  1. augusto

    E’ uno dei tanti servi della troika, farebbe solo danni alla Spagna, come i suoi predecessori zapatero e rajoy .

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