
La Spagna si inventa l’aborto spensierato

Dopo il reato d’intralcio all’aborto, in Spagna si sono inventati l’aborto senza prediche. Siccome sono innumerevoli i bambini usciti sani, salvi e ancora in pancia dalle cliniche dopo che madri titubanti, vulnerabili eccetera, sono “inciampate” in un impresentabile antiabortista (rivedersi Juno, la ragazzina che, dopo averne incontrato uno, invece di uscire dalla clinica abortiva con la pancia vuota e il preservativo al lampone in mano, torna a casa col suo bambino – che, diamine, ha già le unghie), il ministero per le Pari opportunità di Irene Montero marcia spedito per abbandonarne il più possibile nella clinica che «puzza da anticamera di dentista» (sempre Juno).
Non è un film: non bastava l’idea di introdurre nel codice penale da 3 mesi a un anno di detenzione per chiunque si riunisca in prossimità delle cliniche a fare il prolife – cioè a pregare, agitare cartelli, far banchetti e distribuire volantini che dicono cose impresentabili in modo impresentabile tipo «tuo figlio ha già le unghie» –, un nuovo reato da iscrivere alla voce “molestie” e che fa a cazzotti con la libertà di espressione e riunione costituzionalmente garantita in Spagna: Montero ora vuole che il feto in discarica ci finisca senza patemi d’animo.
Aborto senza perdere tempo e denaro
E così, nel disegno di legge di riforma dell’aborto appena approvato da governo Sánchez, tutte le ragazze di 16 e 17 anni potranno abortire senza dirlo ai genitori. E senza pensarci un attimo: la bozza elimina per tutte i tre giorni di riflessione obbligatori e solo chi ne farà richiesta potrà ricevere informazioni su cosa significa abortire. Nessuno dovrà inoltre perdere tempo e denaro: i centri sanitari distribuiranno la pillola del giorno dopo gratuitamente, in tutti gli ospedali pubblici sarà possibile abortire e chiunque si appelli al quel diritto costituzionalmente garantito chiamato obiezione di coscienza verrà schedato in appositi registri per permettere alle donne di non «perdere tempo con gli obiettori» (sic, il Fatto quotidiano).
Lo stigma dell’obiezione di coscienza
Lo abbiamo scritto tante volte: da quando abortire è un diritto (non lo è, ma tant’è) si può dubitare di tutto, fare del dubbio una religione spianando la strada a leggi sull’autodeterminazione di genere, eutanasia e suicidio assistito, ma dubitare dell’assolutismo dell’autodeterminazione no: vietato parlarne se non per promuovere, vietato ascoltare campane diverse, si torna all’orizzonte Zapatero (era stato Rajoy nel 2015 a cambiare la norma inserendo la necessità di una autorizzazione dei genitori per i minori), si propone una idea di gravidanza pari a quella di un male da prevenire e curare. Saranno gratis le pillole anticoncezionali di ultima generazione e il farmaco per limitare i danni (il costo attuale nelle farmacie spagnole della pillola del giorno dopo è di circa 20 euro), e chiunque interrompe una gravidanza potrà poi godere di un periodo di congedo per malattia.
E poiché, come va ripetendo Montero, «il diritto dei medici all’obiezione di coscienza non può essere superiore al diritto di scelta delle donne», la nuova legge formalizza il ruolo di capro espiatorio dell’obiettore e rende manifesta ragione di biasimo pubblico la coscienza individuale (cosa «cattiva, inaccettabile, illegale e ingiusta», denunciava pochi mesi fa il Consiglio generale dell’ordine dei medici, ricordando che «la garanzia che un’offerta del sistema sanitario nazionale sia disponibile e accessibile, trascende la sfera individuale, si articola attraverso le reti sanitarie e ha come protagonisti i dirigenti, anziché i medici»).
Le mestruazioni dolorose
Per l’applicazione della nuova legge è stato previsto uno stanziamento pari a circa 104 milioni di euro, 23,8 milioni per l’unica cosa che di tutta questa riforma ha fatto notizia in Italia: l’introduzione del congedo mestruale. La Spagna diventa il primo paese in Europa a stabilire che le mestruazioni dolorose rientrano nel novero delle cause di invalidità temporanea, e che come tali la donna potrà disporre di alcuni giorni di riposo al mese certificati da un medico e interamente retribuiti dallo Stato.
Per combattere la “povertà mestruale” saranno inoltre distribuiti prodotti gratuiti in istituti, carceri, centri per le donne, centri civici, centri sociali o organizzazioni pubbliche; per insegnanti, funzionari carcerari e dipendenti pubblici saranno inoltre attivate iniziative di formazione in “educazione sessuale e mestruale”. Come spiega il Post, il testo verrà sottoposto al parlamento con procedura d’urgenza, e trattandosi di una legge organica relativa all’attuazione dei diritti fondamentali e delle libertà pubbliche, a differenza delle leggi ordinarie per essere approvata richiederà la maggioranza assoluta del parlamento.
Assorbenti e pillole per l’aborto
Assorbenti e pillole abortive, malattie invalidanti e aborti senza pensieri: c’è una strana specularità nel trattare il ciclo mestruale e la gravidanza come problemi di salute pubblica, là dove per “problemi” si intende sempre e solo lo “stigma” e il “senso di colpa”: da un lato c’è il pieno riconoscimento materiale di un dolore fisiologico per molte donne in età fertile, dall’altro la corsa ad eliminare e nascondere qualunque motivo di sofferenza legata al “disservizio” delle interruzioni di gravidanza.
È questa l’unica dimensione del dolore riconosciuta all’aborto: non c’è più nulla di tragico e immorale nello sbarazzarsi di un bambino, ma nell’intralciarne l’uccisione sì. Osannata al grido “archiviamo il tabù “ mestruale, la riforma spagnola arriva paradossalmente a cementare il tabù dell’aborto e lo stigma della coscienza: qualsiasi persona o pensiero possa dare adito all’idea che interrompere la gravidanza sia meno di un bene viola l’ortodossia di partito. E come tale finirà schedato in un apposito registro.
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