Simone. Al mio compagno di cella auguro di non essere mai tranquillo

Di Antonio Simone
06 Ottobre 2012
«Il mio compagno di cella ha gli anni di mia figlia e io, probabilmente, quelli di suo padre. Se vivesse con un compito, la sua vita sarebbe una potenza». Quarantottesima lettera da San Vittore

Quarantottesima lettera inviata a tempi.it da Antonio Simone, detenuto nel carcere di San Vittore a Milano. Qui trovate la lettera che monsignor Luigi Negri, vescovo di San Marino-Montefeltro, ha scritto a Simone (la lettera può essere sottoscritta). Qui l’intervista di Simone al Corriere della Sera. Qui gli articoli di Simone pubblicati sul Foglio (1 e 2). Qui la lettera a Repubblica. Qui la lettera al convegno “Aspettando giustizia”.

Il mio compagno di cella ha gli anni di mia figlia e io, probabilmente, quelli di suo padre. È uno sano, è buono ed ha un solo problema: far “esplodere” tutto quel che ha di positivo dentro, anziché quella parte cupa che lo ha portato fino in galera.

È molto premuroso con me. Non vuole che io faccia i lavori più pesanti, è attento ai miei bisogni, la sera controlla che io dorma e, con un gesto affettuoso della mano, mi stringe la spalla, quasi volesse proteggermi. Mi vede come uno un po’ anziano, simpatico e rompicoglioni. Una volta ha sfondato il muro dell’indifferenza e mi ha detto: «Secondo me, tu sei buono».

Sono convinto che se abbattesse quello strano muro che a volte ci tiene lontani – come se temesse di invadere la sfera personale altrui, come se temesse di non essere pronto a chissà cosa – e se vivesse la sua esistenza con un compito, ecco, sono persuaso che la sua vita sarebbe una potenza. Ma un compito, da soli, anche quando lo si intravede, è difficile da scegliere e da seguire. Invece, se chiamati da qualcun altro, può farci “esplodere”.

Sto con lui per dirgli che può fare tutto, se risponde, se non sta mai tranquillo.
Ringrazio don Giussani per avermi sempre ricordato e augurato di “non essere mai tranquillo”.

Antonio Simone

Lettere precedenti

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46. Caro Sallusti, ti aspetto a San Vittore. Serve un altro innocente in carcere

45. Col catetere in attesa di operazione. Si può vivere così?

44. I sapienti dei giornali e gli ultimi di San Vittore

43. L’estorsore che mi ha rispiegato don Giussani

42. Spero di uscire per disintossicarmi dal rito dei telegiornali

41. Leggere Dostoevskij al gabbio. «Senza scopo non si può vivere»

40. Il mio grazie commosso a Festa e una richiesta ai 5mila del Meeting

39. I tre miracoli dello “scopino” di San Vittore

38. Anche voi dite: “Ci vorrebbe la pena di morte”

37. Il lavoro, la passeggiata e il mio nuovo soprannome (“zio”)

36. Dio è morto e anche noi non stiamo bene. Ma si risorge

35. Cosa ci sostiene? La coscienza di essere voluti

34. Ho cambiato cella e raggio. E la porta è aperta

33. «Scusa. Sono un pirla. Ti amo» 

32. Quel che ho ricevuto in dono e non riesco a trattenere

31. San Francesco riletto da noi carcerati

30. Il segreto (rivoluzionario) del nuovo compagno di cella

29. Quando Repubblica mi chiederà scusa?

28. La preghiera non è superstizione, ma domanda

27. Leggere “L’annuncio a Maria” dietro mura alte 5 metri

26. Sono un corpo sequestrato perché non dico “tutto”

25. Devo mentire su Formigoni per uscire?

24. L’autolesionismo e una domanda: perché fare il bene?

23. Il carcere può esser casa se l’orizzonte è l’infinito

22. Per le vostre preghiere ho vergogna e vi ringrazio

21. Il gioco dei 30, 50, 70, 100 milioni

20. Lo sciopero della fame, i cani e la spending review

19. Sciopero della fame. Appello da San Vittore

18. Che me ne faccio del prete in carcere?

17. In carcere l’Italia gioca in trasferta e comandano gli albanesi

16. Leggo Repubblica solo per capire se posso chiedere i danni

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10. Gli scarafaggi, il basilico e l’urlo nella notte

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