
Silvio Scaglia, Mario Rossetti e la carcerazione preventiva
È tornato in libertà un mese fa, l’ex amministratore delegato di Fastweb, Silvio Scaglia, imputato nel processo per riciclaggio. Scaglia si trovava agli arresti domiciliari, accusato di associazione per delinquere finalizzata all’evasione fiscale. Il Tribunale di Roma ha concesso la libertà anche a Mario Rossetti, ex componente del cda di Fastweb.
Gabriele Capolino, direttore di Milano Finanza, lo scorso anno metteva per iscritto il suo sconcerto: «Conosco Mario Rossetti da più di dieci anni. Da martedì 23 febbraio era in prigione, uno dei 56 arrestati per l’inchiesta Fastweb-TI Sparkle-Di Girolamo etc. Alle 5 del mattino si erano presentati i militi a casa sua, ammanettandolo di fronte a moglie e figli, mettendo a soqquadro la sua casa con una perquisizione durata ore. Condotto a San Vittore. Sequestrati tutti i suoi beni, compreso i conti correnti con cui fare la spesa».
Perché tenerlo in carcere per cento giorni? Inoltre, ricorda Capolino, «l’accusa di incrementare il fatturato per far apparire risultati migliori del previsto non prevede simili carinerie. Le banche sono state solite per anni fare raccolta e impieghi negli ultimi giorni dell’anno e poi dismettere la stessa raccolta e gli stessi impieghi pochi giorni dopo il capodanno, allo scopo di meglio risaltare l’attività dell’istituto. Per non parlare delle case automobilistiche che erano solite staffare i concessionari di auto alla fine dell’anno per far figurare conti migliori agli analisti e gestori. Non sembra che si sia mai assistito a retate in quei casi. Quanto all’evasione dell’Iva, conoscete mai qualcuno che abbia fatto un giorno di galera preventiva per questo reato?».
In sintesi: «Il punto non è stabilire se Rossetti sia innocente o no, non è questa la sede. Il punto è capire se davanti alla legge siamo tutti uguali, o se siamo tutti uguali a Totò Riina». A un anno di distanza, e ad un mese dalla scarcerazione, l’ex direttore finanziario di Fastweb Mario Rossetti racconta al blog dedicato a Silvio Scaglia (una pagina web aggiornata dagli amici dell’imprenditore e dal team di Babelgum, la società da lui creata) la sua esperienza di detenuto. Il suo regime, molto restrittivo, non gli consentiva nemmeno di andare a Messa. Le carceri? «Un luogo perfino difficile a raccontarsi, dove le sigarette sono la moneta di scambio comune e avere pillole per dormire è come tenere un lingotto in tasca».
Rossetti delinea un iter che è comune a molti. «Sono stato detenuto esattamente un anno e un giorno: un anno di isolamento e solitudine. A suo modo, è stato anche un viaggio interiore e di approfondimento. Di sicuro un esercizio di sopravvivenza: spesso era difficile non pensare alla violenza che veniva fatta a me e alla mia famiglia, ma più ci pensi più rischi di perdere la testa. Ecco perché devi riuscire a volgere la tua mente verso immagini positive, verso quello che hai e nessuno ti può togliere, come la tua famiglia. Il problema è che anche la famiglia finisce sotto stress. Ad esempio, si pensa comunemente che passare dal carcere ai domiciliari sia quasi la fine di ogni problema. Certo che il carcere è orrendo, ma la verità è che a finire ai domiciliari è tutta la tua famiglia, il tuo stato detentivo si trasmette a tutti loro. I miei figli, ad esempio, hanno dovuto aspettare 4 mesi perché un amichetto potesse venirli a trovare. E solo dopo una formale istanza al Tribunale è potuto accadere. Inoltre, l’aver ancora oggi sequestrati tutti i beni miei e di mia moglie ha creato una difficoltà ulteriore nell’affrontare i problemi della vita quotidiana. E oggi la libertà sicuramente mi permette di affrontare personalmente queste situazioni ma l’esercizio di sopravvivenza ancora continua».
I radicali, Rita Bernardini in testa, hanno seguito il caso Rossetti da molto vicino. Perché quella di Mario Rossetti è una storia di ordinaria carcerazione preventiva, una delle 1.700 storie del carcere romano di Rebbibia: carcerazione che in un paese civile non deve rischiare di trasformarsi in abuso. Sia per i ricchi e potenti, sia per tutti gli altri: in Italia la metà dei detenuti è in attesa di processo. La posizione dei radicali è nota: visto il sovraffollamento,sarebbe ipotizzabile un indulto o un’amnistia. Secondo la deputata dei radicali, sul tema della carcerazione preventiva le corti sono sottoutilizzate, perché le istanze si concentrano soprattutto sulla durata eccessiva dei processi.
Non solo: «È chiaro che, in una situazione del genere, ai magistrati viene la tentazione di finire solo quelli che vogliono, che offrono maggiore visibilità e magari l’occasione di fare carriera, come accadde con il povero Enzo Tortora».
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