
Record negativo. In quattro mesi in Sicilia hanno chiuso 1500 piccole e medie aziende
Oltre millecinquecento piccole e medie aziende siciliane hanno chiuso tra gennaio e aprile di quest’anno. È il peggior dato a livello nazionale; il Pil è il peggiore dal dopoguerra ad oggi. Sono dati che emergono dal rapporto dell’Istituto di ricerca siciliano Res, presentato ieri mattina a Palermo, e che Adam Asmundo, responsabile delle analisi economiche dell’Istituto, illustra a tempi.it.
Asmundo, qual è la situazione dell’economia e dell’imprenditoria siciliana che emerge dalla ricerca?
Da gennaio ad aprile 2013 sono state chiuse 1.557 piccole e medie imprese commerciali in Sicilia, secondo quanto emerge dai dati che ci ha fornito Confesercenti. Si tratta di un record negativo a livello nazionale. In Lombardia nello stesso periodo hanno chiuso 1.263 pmi, in Campania 1.470 e in Piemonte 1.019. Complessivamente, nell’ultimo quinquennio, da quando cioè è iniziata la crisi, in Sicilia hanno chiuso 19.697 imprese di ogni genere e settore. Si tratta soprattutto di piccole imprese legate al commercio al dettaglio. A questo si aggiunge un dato più grave: se nel 2007, che è stato il picco massimo della produttività in Sicilia, le imprese con più di un milione di fatturato erano 7.400, oggi le grandi industrie sono meno di 5.700, su un totale complessivo di 374 mila. È un dato su cui riflettere, perché la flessione per le grandi imprese, quelle che danno più occupazione e generano sviluppo, è stata addirittura del 23 per cento. Non stupisce quindi che il Pil siciliano nel 2013 (e quello che abbiamo stimato per il 2014) sia il peggiore dal dopoguerra ad oggi: in particolare quest’anno è al -3,8 per cento.
Quali le cause di questa moria di imprese?
Il motivo principale è una fortissima crisi di domanda: il prodotto regionale è essenzialmente tradizionale e molto spesso legato al consumo locale. Inoltre la Sicilia è molto debole nel settore export. Perciò una crisi interna dell’occupazione e dell’economia, comportando minori redditi e lavoro, porta anche ad una flessione significativa della domanda e dei consumi. In Sicilia ciò avviene semplicemente in modo più forte che nel resto del paese. In una regione dove il reddito pro capite è al 60-70 per cento di quello nazionale, anche i consumi alimentari, quindi di beni primari, sono diminuiti. Questo a fronte del crollo dei consumi di beni voluttuari: per le telecomunicazioni (cioè i cellulari) del -22 per cento nel 2013, per alberghi e ristoranti del -5 per cento, persino per i beni sanitari del -6,9 per cento. Crescono, per fortuna, i consumi privati per l’istruzione, settore in cui si registra un positivo +4,9 per cento: come risposta alla crisi si investe di più sulla formazione e il futuro dei figli.
E cosa avviene invece per quanto riguarda il credito alle imprese siciliane?
Nella seconda parte del rapporto abbiamo inoltre investigato sulla crisi del credito bancario in Sicilia. Se, da una parte, c’è stato un aumento dei depositi e del risparmio bancario, attraverso i dati Bankitalia vediamo che, dall’altra parte, c’è stata una maggiore difficoltà delle banche ad erogare prestiti. Questo anche perché i crediti concessi negli anni precedenti spesso non sono tornati indietro. Inoltre, quando il prestito viene concesso, ciò avviene con tassi leggermente più alti, ma proibitivi. Le imprese medio grandi, in Sicilia, hanno visto una diminuzione del credito dell’1,8 per cento, le famiglie produttrici (o piccole imprese) del 2,5 per cento, le famiglie consumatrici dell’1 per cento.
Si parla molto in queste ore in Sicilia del problema della mancata spesa dei fondi europei. Questo aspetto ha inciso nella chiusura delle pmi dell’isola?
Sì. Un’intera sezione del nostro rapporto è dedicata alla spesa e agli investimenti della Regione, che sarebbero la forma più importante di contrasto alla crisi perché riferiti al medio e lungo periodo. In Sicilia, anziché aumentare, la maggior parte di questi investimenti dal 2011 sono diminuiti o sono rimasti bloccati: questi investimenti erano tutti cofinanziati dall’Unione Europea. Dal 2009 al 2013 si è registrato un -36 per cento degli investimenti regionali con fondi europei. La spesa effettivamente impegnata di questi fondi, al 31 maggio, per i Progetti operativi Fesr è del 27, 4 per cento, mentre per i fondi sociali Fes oscilla tra il 27 e il 40 per cento. Entrambi queste voci dovrebbero raggiungere il 100 per cento entro il 31 dicembre 2013. I fondi sono impegnati al 70 per cento sui progetti delle imprese e quindi potrebbero avere un grandissimo potenziale per l’economia regionale. Tuttavia, dopo cinque anni, in alcuni casi non si è investito nemmeno un quinto della somma a disposizione.
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