Si vota in Nigeria, e l’esito non è così scontato

Di Rodolfo Casadei
25 Febbraio 2023
Tra gli sfidanti musulmani Tinubu e Abubakar s'è infilato il cattolico Obi. Il paese sprofonda nell’insicurezza economica e quella causata dalla criminalità e dai terroristi jihadisti
Un momento della campagna elettorale, Lagos Nigeria, 21 febbraio 2023 (Ansa)
Un momento della campagna elettorale, Lagos Nigeria, 21 febbraio 2023 (Ansa)

Le più incerte elezioni presidenziali da quando è stata restaurata la democrazia multipartitica in Nigeria (1999) si terranno oggi 25 febbraio in 176.600 seggi elettorali sparsi in un territorio grande tre volte l’Italia.

In un paese dove soltanto una volta le presidenziali non sono state vinte dal candidato del partito al potere, i motivi di incertezza sono rappresentati sostanzialmente da due novità.

I due sfidanti

La prima consiste nel fatto che l’All Progressives Congress (Apc), il partito del presidente uscente Muhammadu Buhari che non può ripresentarsi perché ha già espletato due mandati quadriennali, presenta un ticket composto da due musulmani, il candidato alla presidenza Bola Tinubu, ex governatore dello stato di Lagos (la Nigeria è una federazione composta da 36 stati più il distretto federale della capitale Abuja) e il candidato alla vice presidenza Kashim Shettima, senatore già governatore dello stato di Borno.

Normalmente i due partiti principali del paese (l’Apc e il People’s Democratic Party, Pdp, attualmente all’opposizione) presentano ticket presidenziali composti da un musulmano e da un cristiano, a seconda della religione del candidato alla presidenza uscito vincente dalle primarie, per evitare di essere visti come la cinghia di trasmissione degli interessi di una sola delle due principali religioni del paese.

C’è scontentezza anche fra le file del Pdp, che candida Atiku Abubakar, un politico sperimentato, in passato vice presidente e più recentemente candidato presidente sconfitto nel 2019, musulmano del nord: cinque governatori affiliati al partito, fra i quali spicca quello dello stato petrolifero di Rivers, protestano che la sua candidatura consolida il controllo nordista-musulmano sul partito e hanno chiesto le dimissioni del segretario del partito, anche lui del nord, per riequilibrare il potere rispetto alla sua base meridionale. Il Pdp non vince più le elezioni dal 2011, quando Goodluck Jonathan, un cristiano dello stato di Bayelsa, travolse l’attuale presidente uscente Buhari prendendo il doppio dei suoi voti.

Il terzo incomodo

La seconda novità è rappresentata dalla candidatura, a nome del Partito laburista, di Peter Obi, uomo d’affari, ex governatore dello stato di Anambra nel profondo sud, già candidato alla vice presidenza per il Pdp nel ticket perdente che comprendeva Abubakar nel 2019. Stando ai sondaggi elettorali, Obi sarebbe addirittura in testa nelle intenzioni di voto, pur non essendo appoggiato da un partito nemmeno lontanamente paragonabile per organizzazione e risorse ai due principali.

Gli osservatori si dicono scettici sul valore di queste inchieste, condotte attraverso i social, e ritengono che sul terreno l’ex governatore non possa competere con le macchine dei partiti che sostengono Tinubu e Abubakar. Tuttavia un buon risultato di Obi potrebbe portare per la prima volta in assoluto alla svolgimento di un voto di ballottaggio. Per risultare eletti presidente infatti occorre non solo raccogliere la maggioranza almeno relativa dei voti, ma anche superare il 25 per cento di consensi in almeno due terzi dei 36 stati della federazione. Obi potrebbe rompere il monopolio di Apc e Pdp, ed è questa suggestione che genera simpatie attorno al suo nome soprattutto presso la popolazione urbana del sud e soprattutto fra i giovani, che rappresentano la maggioranza dei 93,5 milioni di elettori registrati per il voto (in un paese di 213 milioni di abitanti).

Cattolico del Sud

Quando nell’ottobre 2020 in Nigeria scoppiarono le proteste #EndSars, dirette contro un’unità speciale della polizia tristemente nota per estorsioni, brutalità ed esecuzioni extragiudiziarie che prendeva a bersaglio soprattutto i giovani, Obi fu l’unico politico che appoggiò da subito il movimento e fece proprie le loro richieste. Un’altra carta che l’uomo d’affari (con interessi nel settore bancario e nell’industria della birra) può giocare è quella dell’affiliazione religiosa: cattolico e originario del sud, è l’unico candidato cristiano che può competere coi musulmani Tinubu e Abubakar.

Va tuttavia precisato che Tinubu è uno yoruba, etnia del sud-ovest della Nigeria presso la quale la caratterizzazione religiosa non ha la stessa importanza che ha in altre regioni del paese. Basti dire che, diversamente da quanto accade nel nord a dominanza hausa-fulani, fra gli yoruba le conversioni dall’islam al cristianesimo (come pure viceversa) sono ampiamente tollerate, ed è molto facile incontrare famiglie dove entrambe le fedi sono rappresentate. La conferenza degli Oba yoruba, cioè dei re tradizionali, ha dato il suo appoggio all’unanimità alla candidatura di Tinubu, senza nessuna distinzione fra re cristiani e re musulmani.

Jihad e criminali

Il paese arriva alle elezioni presidenziali e politiche (che si tengono nello stesso giorno) in condizioni come sempre molto difficili: nonostante sia stata governata per otto anni da un generale in pensione, la Nigeria sprofonda nell’insicurezza causata dalla criminalità comune e dai terroristi jihadisti in quasi tutte le regioni del paese; la principale attività criminale è diventata quella dei sequestri di persona, praticata sia dalle gang che dai terroristi.

Buhari è riuscito a ridimensionare fortemente la presenza di Boko Haram nel nord del paese, anche grazie a dissidi interni all’organizzazione, ma non riesce a mettere all’angolo la formazione che le è succeduta, cioè la Provincia dello Stato islamico nell’Africa occidentale (Iswap). Negli otto anni della presidenza Buhari sono state assassinate 60 mila persone per gli attacchi jihadisti, le violenze dei pastori fulani e le rapine condotte dai briganti di strada.

La situazione conomica

Nonostante una crescita media del 3-3,5 per cento del Pil all’anno, l’economia è sempre in stato di sottosviluppo con un tasso di disoccupazione del 33 per cento, un tasso di inflazione del 21 per cento e una produzione petrolifera inferiore alla quota Opec assegnata al paese (poco più di 1 milione di barili al giorno contro gli 1,8 che potrebbe benissimo estrarre se l’industria petrolifera non fosse sottocapitalizzata e soggetta a sprechi).

Il debito pubblico è pari a 103 miliardi di dollari, alimentato soprattutto dalle sovvenzioni al prezzo del carburante che da sole si portano via 9 miliardi di dollari del bilancio pubblico ogni anno. Tutti i candidati si dicono intenzionati ad abolirle o ridimensionarle fortemente, ma difficilmente adotteranno una misura così impopolare. Tutto fa comunque pensare che il tasso di partecipazione al voto stavolta sarà decisamente superiore al misero 34,7 per cento del 2019.

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