
Sephora si schiera con le calciatrici col velo islamico: «Sono inclusive»

Parigi. Séphora, multinazionale di profumerie e cosmetici fondata nel 1973 e acquistata nel 1997 dall’impero del lusso Lvmh di Bernard Arnault, conta più di due milioni di follower su Instagram: quando vuole mandare un messaggio, attraverso una pubblicità, un video o un semplice scatto, l’impatto è dirompente. Lo scorso 11 settembre, il gigante francese ha pubblicato un filmato che la dice lunga sulle nuove tendenze ideologiche modaiole, dove le protagoniste sono le “hijabeuses”, collettivo fondato nel 2020 con l’obiettivo di difendere l’uso del velo islamico per le giocatrici di calcio durante le competizioni.
Nel video, Séphora afferma che «queste donne incarnano il superamento di sé, lo spirito di squadra e di combattività, e l’inclusione». Prima di aggiungere: «Le abbiamo seguite, nella loro routine beauty fino al campo di gioco. È anche questo “The Unlimited Power of Beauty” (lo slogan di Séphora, ndr)».
Sephora si schiera a favore del hijab nel calcio
Peccato che quel velo che lascia scoperto soltanto l’ovale del viso sia stato vietato per questioni di neutralità dalla Federazione francese di calcio (Fff), poiché non si stratta di un semplice pezzo di stoffa ma di uno strumento di proselitismo islamista. È proibito «l’uso di qualsiasi simbolo o abito che manifesta in maniera ostentata un’appartenenza politica, filosofica, religiosa o sindacale», così come «qualsiasi proselitismo o manovra di propaganda», si legge nell’articolo 1 dello statuto della Fff. Il giro di vite della Federazione di calcio francese è stato in seguito convalidato da una sentenza del Consiglio di Stato, ossia della più alta istanza della giurisdizione amministrativa francese, secondo cui l’uso del velo nelle competizioni calcistiche è contrario al principio di neutralità.
Ciononostante, Séphora France ha deciso di schierarsi dalla parte delle “hijabeuses” e di quell’islam separatista che le strumentalizza per far passare una nuova norma di pudore. «Benvenuti nel club della banalizzazione del velo islamico Séphora France. Séphora France fa la promozione delle hijabeuses nella loro “battaglia”. Accettare l’hijab come qualcosa di “normale” non è una prova di diversità culturale e di apertura delle società europee, bensì di islamizzazione di queste società», ha commentato su X l’intellettuale e fondatore del Consiglio degli ex-musulmani di Francia Waleed Al-husseini.
Tra opportunismo e islamismo
Sui social, un’utente manifesta il suo sconcerto dinanzi alla promozione ostentata dell’hijab da parte di Séphora France: «Delle hijabeuses come modello per vendere i propri prodotti di bellezza?! Una strategia rischiosa». Altri, con l’hashtag #BoycottSephora, accusano Séphora di opportunismo: «Boicotto sistematicamente le marche che banalizzano il velo islamico servendosene come strumento di promozione». Séphora si iscrive in una lunga lista di aziende che, per questioni allo stesso tempo ideologiche e commerciali, si sono sottomesse all’islamismo.
Nel novembre del 2021, Benetton, attraverso il rapper italo-tunisino Ghali come testimonial, aveva messo in vendita un hijab unisex. La scelta del marchio veneto aveva fatto reagire persino la deputata macronista Aurore Bergé, che sui social aveva scritto: «L’hijab inclusivo o la follia identitaria… È talmente delirante che di primo acchito si pensa a una fake news. E invece è proprio in vendita. Il vantaggio? Si può decidere di non acquistarlo. E non andare più da Benetton». L’azienda di fast fashion svedese H&M aveva dal canto suo lanciato la sua linea di vestiti “pudica” per andare incontro alle richieste delle ragazze musulmane. Lo stesso aveva fatto il gigante giapponese della moda Uniqlo: testando una “modest fashion” in collaborazione con Hana Tajima, blogger inglese convertista all’islam.
0 commenti
Non ci sono ancora commenti.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!