
Scusateci, siamo stati razzisti ma la razza non esiste
«Sono il decimo direttore di National Geographic dalla sua fondazione nel 1888. Sono la prima donna e la prima persona ebrea – un membro di due gruppi che una volta subivano discriminazioni anche qui. Fa male condividere le storie sconvolgenti del passato della rivista. Ma quando decidemmo di dedicare il nostro numero di aprile al tema della razza, pensammo che avremmo dovuto esaminare la nostra storia prima di rivolgere il nostro sguardo ad altri». Cinquant’anni dopo l’assassinio di Martin Luther King, Susan Goldberg dedica il numero di aprile del suo National Geographic alla complicata questione della razza, “The race issue”, proponendo in copertina un ritratto delle gemelle Marcia e Millie Biggs, la prima che assomiglia tutta alla mamma, nata in Inghilterra, la seconda che è tutta il papà, che è di origine giamaicana.
L’inchiesta di National Geographic vuole dimostrare che non ci sono differenze razziali perché il concetto stesso di razza «non ha basi genetiche o scientifiche». E che per superare il passato, visto che tra un paio d’anni meno della metà dei bambini negli Usa sarà bianco, è necessario un esame di coscienza, «ammettere che per anni ci siamo comportati in maniera razzista nel nostro giornale. Non abbiamo fatto abbastanza per portare i nostri lettori oltre gli stereotipi della cultura bianca americana». In altre parole la celebre rivista soffre l’ormai codificata sindrome dell’“essere figlia del suo tempo”, da qui l’apostolato contemporaneo ci vorrebbe tutti immuni e vaccinati. Col buffo paradosso di svilire una storia di successo lunga 130 anni – con le sue fisiologiche magagne, omissioni, le sue parzialità e persino le censure, in quel combinato disposto tra limiti atavici degli uomini chiamati alla cronaca e l’aggiornamento culturale – e lo stesso sguardo al tempo che un giornale racconta, appunto, con occhi contemporanei.
Non chiamate gli aborigeni “selvaggi”
Per esempio: in un articolo del 1916 gli aborigeni australiani vengono chiamati «selvaggi» appartenenti «al rango più basso di intelligenza di tutti gli esseri umani». Nel 1930 dedica un imponente servizio all’incoronazione di Hailé Selassié, Re dei re d’Etiopia, ma, ammette oggi tristemente, che se questa cerimonia, con trombe, incensi, sacerdoti, guerrieri armati di lancia, fosse avvenuta in America la storia non avrebbe avuto di certo alcuna copertura e se Selassié fosse vissuto negli Stati Uniti non sarebbe mai diventato nemmeno un membro di National Geographic. Nel 1941 per descrivere i lavoratori del cotone californiani che aspettavano di caricare una nave, viene usato il termine dell’era della schiavitù “pickaninny”, negretti, «banjo e balle sembrano quelle che potresti vedere a New Orleans». Nel 1962 il fotografo Frank Schreider mostra ai nativi di Timor Island la sua macchina fotografica, la rivista infatti spesso utilizzava foto di indigeni affascinati dalla tecnologia degli occidentali. Sempre in quell’anno si narra di cercatori d’oro incantati dai tamburi e dalle danze tribali in Sudafrica e vengono fornite rappresentazioni glamour degli isolani del Pacifico, come Tarita Teriipaia, immortalata a Bora Bora nello stesso anno in cui recitò con Marlon Brando ne Gli ammutinati del Bounty.
Ma Tarzan lo fa
La testata ha dunque chiesto al professore John Edwin Mason, docente di storia africana e storia della fotografia all’Università della Virginia, di passare in rassegna la storia del giornale: ebbene, il docente ha concluso che fino agli anni 70 la rivista ha sistematicamente ignorato le persone di colore che vivevano negli Stati Uniti, concentrando la propria narrazione sugli “indigeni”, esotici, nudi, cacciatori e selvaggi perpetuando ogni tipo di cliché. A differenza di Life, National Geographic ha fatto ben poco per spingere i suoi lettori oltre gli stereotipi radicati nella cultura bianca americana, «gli americani si sono fatti un’idea del mondo con i film di Tarzan». Secondo il professore la rivista con la sua grande autorità invece di informare ha rinforzato questi messaggi, «non enfatizzava semplicemente la differenza, ma faceva la differenza»: nato al culmine del colonialismo, ha diviso il mondo in colonizzatori e colonizzati. «Non ci sono voci di neri sudafricani. Gli unici neri fanno solo balli esotici, sono servi o lavoratori, le donne a seno nudo». Ci sono troppe immagini di nativi affascinati dalla tecnologia occidentale che rafforzano «questa dicotomia tra noi e loro tra civilizzati e incivili», e un «eccesso di immagini di bellissime donne delle isole del Pacifico». Stereotipi, femmine in posa glamour, l’impietosa rassegna appellandosi al discorso democratico della discriminazione necessita ora dei suoi “mea culpa” per attaccare senza posa le distinzioni ereditate (e che fa National Geographic? Con slancio neopuritano e indignato le ripubblica tutte, le foto infamanti, le didascalie politicamente scorrette).
La razza non esiste, il gender sì
La storia, notano soddisfatti, cambiò quando arrivarono le battaglie per i diritti: nel 1977 si parla finalmente di apartheid in Sudafrica e si pubblica una foto di Winnie Mandela, moglie di Nelson e fondatrice della Black Parents’ Association, e così via, fino al 2015 quando National Geographic consegna le sue macchine fotografiche direttamente ai giovani haitiani per raccontarsi. Insomma la storia è cambiata e perché un futuro direttore possa guardare d’ora in avanti al passato in modo soddisfatto e non terrificato come Goldberg è necessario continuare a cambiarla. Il nuovo numero apre infatti con un lunghissimo pezzo della giornalista Elizabeth Kolbert, Pulitzer per la saggistica con La sesta estinzione. Una storia innaturale, che spiega che quello di razza è un costrutto umano senza alcuna base scientifica, usato per definire e dividere le persone per millenni.
Le foto del servizio sono di Robin Hammond, lo stesso autore della foto di Avery Jackson, di anni nove: con rinnovata coscienza liberal civile National Geographic lo sbattè sulla copertina del numero del 27 dicembre 2016 con lo strillo «la cosa migliore di essere una ragazza è che ora non devo più fingere di essere un ragazzo», trasformando il suo e altri casi assai rari di transgender in simboli di una battaglia culturale contro una società che li perseguita. Sì perché il gender non esiste ma National Geographic, proclamando a tutta pagina l’inizio della “Gender Revolution”, lo ha messo in copertina. Come era quel discorso sul non enfatizzare semplicemente la differenza, ma fare la differenza?
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