Perché insistiamo tanto sulla scuola in presenza

Di Paola Cevasco - Emanuele Boffi
18 Marzo 2021
C'è un problema di dati, di effetti collaterali e, soprattutto, di scelte politiche. Se è una priorità, si può e si deve agire di conseguenza

Salve, sono una sostenitrice di Tempi. Non capisco perché tanto accanimento contro la chiusura delle scuole (Chiudere la scuola frena il Covid? Il governo non lo sa: «Mancano i dati»). Altre volte vi avrei voluto scrivere (come dopo il vostro articolo sulla Dad e Recalcati), poi ho lasciato perdere. Insegno in una scuola primaria a Monza: ogni settimana da settembre ci viene richiesto di raccogliere dati dettagliati sulla positività degli alunni in classe. Quindi perché diffondete notizie imprecise sull’assenza di dati? Forse questi dati non sono stati elaborati, ma allora il problema è diverso. Nelle nostre classi numerose i contagi sono stati percentualmente maggiori, indicazione che la diminuzione di distanziamento conta. In una mia classe ci sono attualmente 8 bambini positivi, tutte trasmissioni scolastiche portate alle famiglie a loro volta contagiate. Se si vuole analizzare la situazione, il ragionamento si fa complesso. Qualsiasi posizione precostituita fatica a comprendere i dati. Anche io vedo il dramma degli adolescenti che tendono a spegnersi… sappiamo tutti che non è purtroppo solo un problema di Dad o di essere presenti in classe. Ritengo la posizione di chiusura sulla Dad preconcetta. (Cosa sa Cacciari di scuola primaria o secondaria? Quando la vostra ultima indagine con chi lavora nelle varie scuole?) Perché non raccontate anche di quando la didattica a distanza funziona? Io sono certa di non aver perso i miei alunni in questo anno di scuola. Certo, fatica triplicata per noi insegnanti per raggiungere ciascuno e offrire percorsi personalizzati anche attraverso nuove modalità di insegnamento. In questo anno ho la soddisfazione di aver visto maturare i miei alunni: non sono stati discorsi, ma nuove competenze acquisite, più capacità di affrontare il mondo per loro e per me. A me non interessa difendere un modello o un altro, ma rispettare i dati emersi e verificati… specialmente quando siano positivi e indicatori di una possibile costruzione.
Cordiali saluti,

Paola Cevasco via email

Pubblichiamo la lettera di Paola Cevasco per due ragioni: la prima è che, sapendo di chi si tratta, siamo certi che a scrivere è una di quelle insegnanti che si dà anima e corpo per i suoi studenti, che non svolge la sua professione in modo “impiegatizio” e che ha saputo far fruttare anche questo periodo di scuola in Dad. Non ne dubitiamo. Anzi, come già avemmo modo di scrivere, siamo sicuri che gli insegnanti, al pari di medici e infermieri, siano gli “eroi” di questo frangente storico. Già un anno fa, su Tempi (Per le scuole non sarà solo un anno di “videocose”) avevamo provato a raccontare come i vari istituti si ingegnassero a mantenere vivo il rapporto con gli studenti anche in una situazione difficile. Certamente su questo fronte vi sono tanti esempi positivi, sia nelle scuole statali sia in quelle paritarie.

Per come la intendiamo noi, l’educazione non è solo la trasmissione di un sapere, ma di un senso delle cose. Questo avviene tramite una relazione e, da questo punto di vista, l’insegnante può essere “assente” anche con la didattica in presenza o, viceversa, come nel caso di Paola, essere “presente” con la didattica a distanza. Detto questo, però, noi la Dad non la amiamo: resta un ripiego, una toppa, un surrogato. Utile quanto si vuole, ma comunque una barriera nella relazione fra le persone.

La seconda ragione per cui pubblichiamo la lettera è che ci permette di chiarire alcuni punti della posizione di Tempi a proposito dell’ennesima chiusura degli istituti scolastici.

1. I dati

Se Agostino Miozzo, ex coordinatore del Cts, dichiara a Repubblica che «il ministero non ha dati, non sa quanti docenti sta vaccinando, non conosce i contagi interni agli istituti scolastici», qualche domanda ce la poniamo. In base a quale fatto sono stati allora chiusi gli istituti? Ieri sul Fatto quotidiano è apparsa un’intervista a Sara Gandini, epidemiologa, biostatistica e docente di Statistica medica all’Università di Milano. Gandini ha di recente presentato uno studio e anche nell’intervista al Fatto ribadisce che «la scuola resta uno dei posti più sicuri». Attenzione: Gandini non dice che la scuola è a rischio zero (il rischio zero non esiste), ma afferma che, in base ai numeri da lei elaborati, non è nelle aule che si diffonde maggiormente il virus.

Dice, infatti, rispondendo a una domanda:

«Intendiamoci: il rischio zero non esiste. Le scuole non sono “sicure in assoluto” come nessun luogo durante una pandemia, ma ci sono protocolli da seguire. E come per ogni scelta, va fatto un bilancio tra rischi e benefici».

Qui sta, a nostro avviso, la questione: perché il governo chiude la scuola sebbene non ci siano dati completi sui contagi? E perché è stata chiusa sebbene ci siano altri dati che dicono che il contagio avviene maggiormente fuori dalle aule? Non vorremmo farla troppo facile, ma ci chiediamo se – dal punto di vista della diffusione del virus – la chiusura delle scuole non sia controproducente: svuotare le aule dove i ragazzi si igienizzano le mani, restano a distanza, tengono le mascherine sul volto e lasciare che i parchi si affollino di nonni e bambini a spasso, forse non è un’idea geniale.

2. Gli effetti collaterali

A fronte di questi numeri, ne abbiamo poi altri che riguardano gli effetti collaterali psicologici di queste chiusure. Sono i numeri dei pronto soccorsi psichiatrici e delle depressioni, cui si aggiungono quelli sull’incremento dei disturbi alimentari nell’anno del Covid (+30 per cento). Nell’articolo di Tempi, Grotti ne elencava alcuni e notava giustamente che, per molto meno, «è stato sospeso il vaccino AstraZeneca».

«Negli Stati Uniti gli accessi ai pronto soccorsi psichiatrici degli ospedali pediatrici americani sono aumentati del 24 per cento fra i bambini di 5-11 anni e del 31 per cento fra gli adolescenti di 12-17 anni. I Cdc, Centri per il controllo delle malattie, organismi che gestiscono le crisi sanitarie negli Stati Uniti, hanno concluso in uno studio pubblicato alla fine dell’anno scorso che un giovane americano su quattro aveva avuto pensieri suicidi durante la pandemia».

3. La scelta

C’è poi per noi un discorso più importante di quello sui dati e che riguarda la scelta di chiudere le scuole. Perché di “scelta” fra due opzioni si tratta e non è vero che essa è “obbligata”. In un anno, molto si sarebbe potuto fare, mentre nessun piano trasporti è stato presentato e nessun tentativo di coinvolgimento delle comunità e associazioni territoriali è stato avanzato. Si è chiuso tutto secondo un motto che potremmo riassumere così: “Tanto c’è la Dad”.

Questo l’abbiamo fatto noi, altri paesi hanno ragionato diversamente. Lo ricordava ieri Claudio Cerasa sul Foglio:

«Le scuole, in questo momento, come da rilevazione fatta dall’Unesco all’inizio di questa settimana, sono aperte in Francia, Spagna, Svizzera, Austria, Croazia, Finlandia, Bielorussia, Ucraina, Moldavia, Romania. Sono parzialmente aperte in Gran Bretagna, nei Paesi Bassi, in Polonia, Ungheria, Grecia, Albania (ad aver chiuso di meno, in questi mesi, sono state la Svizzera, solo 6 settimane; la Francia, solo 9 settimane; e la Spagna, solo 15 settimane). Sono chiuse – oltre che in Italia, che in Europa è il paese, dopo la Repubblica Ceca, la Polonia, la Slovacchia e la Macedonia, ad aver avuto più settimane di chiusura (29) – in Germania, Irlanda e Portogallo, dove però le settimane in cui le scuole sono state chiuse, totalmente o parzialmente, sono state pari a 23 in Germania, a 17 in Portogallo e a 22 in Irlanda».

4. La priorità

Il fatto che noi contestiamo, quindi, è che è stata fatta la scelta più sbrigativa: chiudere le scuole e scaricare il peso di questa opzione sulle spalle di insegnanti e famiglie. Per decidere in maniera diversa bisognerebbe porre la questione educativa in cima alle nostre priorità e agire di conseguenza. Questo non è stato fatto e secondo noi è un errore. Certo, occorre accettare un rischio, ma è un “rischio calcolato” che tiene conto dei contagi e degli effetti psicologici.

NB: Forse se ne è accorto anche il ministro Bianchi che proprio l’altro giorno durante un’audizione ha detto di essere «assolutamente convinto che serva riprendere la scuola in presenza, a partire dalle aree periferiche», anche se poi ha subito aggiunto che «il calendario lo fanno le Regioni».

Foto di Kelly Sikkema per Unsplash

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