
Non scrivere “ebreo”, “checca” o “gesuita”. Il nuovo Scarabeo woke

Circa due anni fa, Hasbro e Mattel, proprietarie di Scrabble (Scarabeo in italiano), celebre gioco in cui si vince componendo su un tabellone parole con lettere a cui sono associati punteggi diversi, hanno deciso di vietare nei tornei professionistici 296 parole considerate “offensive”. Si era sull’onda lunga delle proteste razziali negli Stati Uniti, ed ecco che per non offendere nessuno si decise di non assegnare più punti a chi componeva parole discriminatorie nei confronti delle minoranze. Dal 1° gennaio di quest’anno le parole vietate sono 419, e tutto fa pensare che il loro numero aumenterà con il passare del tempo, dato che c’è sempre qualcuno che si offende per qualcosa.
«Scrabble deve essere più inclusivo»
Tutto è iniziato tre anni fa, quando il presidente dell’associazione di giocatori professionisti di Scrabble in Nord America (e dove se no?), John Chew, ha deciso che dopo 91 anni di vita il gioco che appassiona milioni di persone in tutto il mondo dovesse diventare «più inclusivo». La cosa non è piaiciuta a gran parte dei giocatori professionisti, ovviamente, ma altrettanto ovviamente la decisione sembra essere irremovibile. Lo scrittore inglese Darryl Francis ha lasciato la World English-Language Scrabble Players’ Association in segno di protesta, dicendo: «Le parole nei dizionari e nelle liste di Scrabble non sono insulti. Diventano insulti solo se usati con uno scopo o un intento dispregiativo o usati con un tono e in un contesto particolari».
Francis parla di rimozione delle parole «per scopi di pubbliche relazioni mascherate da promozione di una sorta di miglioramento sociale». È il solito tic politicamente corretto della cultura woke, la paura delle parole, il terrore di offende, l’idea che cancellare qualcosa sia progresso. Il fatto è che, scrive Jonathan Maitland sullo Spectator, questo divieto ha tolto ai giocatori parole che davano punteggi molto alti, e di cui pochi conoscono il significato. È il caso di “bufty”, “gammat” e “lubra”. “Lubra” è un termine obsoleto per indicare una donna aborigena, “gammat”, si riferisce all’accento dei meticci sudafricani, e “bufty” è slang scozzese per gay. «Sono felice di scoprirlo ora», commenta Maitland, «e rispetto il fatto che siano parole considerate offensive. Tuttavia, abusarne durante una conversazione è una cosa, ma posizionare quelle lettere su una lavagna è un’altra».
Scarabeo e «la brigata woke»
La furia cancellatrice woke ha risvolti grotteschi come questo: l’idea che se uno compone qualcuna delle parole vietate sul tabellone per ottenere un punteggio alto di fatto ne approva l’utilizzo. Meglio censurare, dunque, ma per non offendere chi? «Di certo non le nonnine ottantenni con cui io e il mio amico Vernon giochiamo regolarmente e che spesso usano parolacce e poi ridono». Ma poiché al ridicolo non c’è fine, sono state vietate anche le parole “ebreo”, perché può essere usata per indicare una persona scaltra e ingiusta, e “gesuita”, perché può essere usata per indicare una persona dagli atteggiamenti censori. Appunto. Con esse tutte le parole con un significato non offensivo ma che se usate nello slang possono esserlo (“dyke”, diga ma anche “lesbicaccia”, “poof”, onomatopeico per qualcosa che sparisce ma anche “checca”, e così via).
«La brigata woke ci sta prendendo in giro», ha detto Craig Beevers, campione del mondo di Scrabble nel 2014, «questi divieti saranno l’ultimo chiodo sulla bara dei giocatori competitivi». Una persona mediamente ha un vocabolario di 50.000. Sono circa 180.000, in inglese, le parole che danno punteggio a Scrabble. Che l’idiozia progressista della cancel culture sia arrivata anche nei salotti delle case dove ci si sfida a un gioco di parole è un segnale grottesco ma inquietante della censura in corso. È andata bene all’inventore di Scrabble che sia morto quasi vent’anni fa. Ha con buona probabilità evitato di vedere censurato anche il suo cognome. Si chiamava Alfred Mosher Butts (culi, in inglese).
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