
Come pensa di sopravvivere la Scozia senza Regno Unito? Con il petrolio. Il caso Aberdeen fa sognare gli indipendentisti
Viaggio ad Aberdeen, Scozia, da dove partono molti dei sogni d’indipendenza dei cittadini britannici al di là del Vallo di Adriano, che tra tre mesi (18 settembre) andranno alle urne per decidere se restare nel Regno Unito o lasciarlo per sempre. In questa città, dove batte il cuore dello Scottish National Party, il partito del premier Alec Salmond che spinge per la separazione da Londra, tutto si costruisce attorno alla ricchezza garantita dagli ingenti giacimenti petroliferi nelle acque poco a largo dalla costa. Un’ora di elicottero e si raggiungono i pozzi d’estrazione che stanno rivoluzionando questo centro di 220 mila abitanti: l’oro nero, scoperto nel 1970, ha portato in città più di 900 compagnie a servire il settore energetico, dando lavoro a quasi 40 mila persone e abbassando i tassi di disoccupazione sotto il 2 per cento. Eppure non tutti sono soddisfatti dalle conseguenze di questo boom.
IL SOGNO DEGLI INDIPENDENTISTI. È stato il Guardian a dedicare l’altroieri un lungo reportage dalla città scozzese, secondo centro più ricco della Gran Bretagna dopo il city center di Londra. Negli ultimi quarant’anni qui sono stati prodotti qualcosa come 40 miliardi di barili di greggio, con un incasso in tasse che solo nel 2013 è stato superiore ai 7 miliardi di sterline: si capisce perché gli indipendentisti stiano cercando in ogni modo di dirottare tutti questi soldi da Londra alle casse di Edimburgo, con l’obiettivo di trasformare il paese in una specie di nuova Norvegia.
STIPENDI ALTI E LAVORO GARANTITO. A livello “lavorativo” la città sembra un paradiso: chi è impiegato sulle piattaforme guadagna in media 67 mila sterline l’anno, quando lo stipendio medio si attesta intorno a 39 mila sterline, 12 mila in più del resto dell’isola. «Una compagnia multinazionale del petrolio sta pagando mio nipote di 17 anni 12 mila sterline all’anno per studiare ingegneria meccanica al college», spiega un taxista all’inviato del Guardian. «Si laureerà con un lavoro già garantito. E prima di aver compiuto 25 anni guadagnerà già 100 mila sterline». Ma non solo gli operai e i dipendenti, tutta la città fiorisce attorno ai suoi pozzi: pure la squadra di calcio locale, l’Aberdeen Fc, è tornata a rimpinguare la sua bacheca di trofei (negli anni Ottanta arrivò a vincere anche una Coppa delle Coppe) aggiudicandosi quest’anno la Scottish League Cup. Il giorno dopo la finale c’erano 100 mila persone in piazza ad attendere il club di ritorno da Glasgow.
POVERI SEMPRE PIÙ POVERI. Non c’è però solo la ricchezza tra le conseguenze del successo di Aberdeen, ma pure qualche ombra, proiettata dal rapido sviluppo economico della città. Dove il divario tra ricchi e poveri si è allargato a dismisura e il costo della vita è lievitato paurosamente: gli affitti delle case, ad esempio, sono aumentati del 17 per cento in un anno, con pigioni medie pari a 1000 sterline al mese. Di conseguenza sono sempre di più le persone che non riescono a pagarsi da vivere: il Guardian fa l’esempio di Craig, un ragazzo di 27 anni che dorme sul divano della casa di un amico, facendo la spesa in un banco di solidarietà. Come lui tanti altri, single e famiglie, si affidano alle food banks, dove le richieste sono cresciute vistosamente negli ultimi anni, al pari dei servizi d’assistenza delle altre opere caritative della città. E in più rimangono le paure legate al petrolio: «Probabilmente abbiamo davanti ancora 30 o 40 anni di estrazione», spiega Robin Watson, amministratore delegato di Wood Group Psn, una delle aziende più grandi in città. L’oro nero non è infinito, già adesso l’estrazione è in calo del 6 per cento ogni anno da 10 anni. E in più crescono i costi del lavoro, oltre a mancare alcune infrastrutture cardine, come i collegamenti via treno con gli aeroporti principali. Tutti fattori che contribuiscono a rafforzare le convinzioni di chi crede che la Scozia lontana da Londra non potrà mai farcela.
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