
Schwazer, le lacrime di un uomo in marcia «affacciato sull’abisso»
È triste constatare come nel nostro Paese ci sia una puntuale corsa al moralismo e un becero quanto improbabile pietismo di fronte alla persona che sperimenta, sotto gli occhi di tutti, la propria debolezza e il proprio limite. L’ultimo e disgustoso teatrino si era dipanato mentre la Costa Concordia veniva inghiottita dalle acque del Giglio, facendo emergere il colpevole dei mali di quel mondo tutto lustrini, apparenze e effetti speciali quale quello delle crociere: il comandante Schettino, definito dall’opinione pubblica e da molta stampa, “piccolo uomo” e un codardo.
Ora è il turno del corridore altoatesino Alex Schwazer, trovato positivo all’Epo proprio alla vigilia di quella gara, la 50 km di marcia, che l’aveva visto vincitore a Pechino 2008, osannato dai vertici dell’atletica italiana e da quel pubblico che generalmente si ricorda di questi sport e dei loro interpreti una volta ogni quattro anni. Quasi tutti concordano nell’indicare questo corridore ventottenne come il simbolo di quello che non si deve essere nello sport e ancor più nella vita. Un infingardo traditore che per fortuna è stato stanato e neutralizzato. Per usare le parole di Petrucci: «Medaglie in meno (= un uomo in meno), pulizia in più».
Sia ben chiaro tutti concordano che, in qualsiasi gara, le regole vadano rispettate e in un’Olimpiade ancora di più. Tutti concordano sulla sanzione decisa che dev’essere inflitta a chi commette un’irregolarità; ma di qui a innalzarsi a moralizzatori e uomini senza macchia, sgomenti, sorpresi e indignati dal limite di un altro uomo, mi sembra urticante.
Nel Mestiere di vivere Cesare Pavese dice: «Ciò che un uomo cerca nei piaceri è un infinito, e nessuno rinuncerebbe mai alla speranza di conseguire questa infinità». Mi sembra tutta qui descritta la dinamica del cuore dell’uomo di tutti i tempi, Schwazer compreso. Quel desiderio di medaglia, di migliorarsi e di riconfermarsi agli occhi di un mondo che non accetta cadute, il piacere di vedere il tricolore sventolare più in alto accompagnato dalle note dell’inno di Mameli, non sono altro che il segno del desiderio di infinito e dell’infinito desiderio (passatemi il gioco di parole) che costituisce il cuore dell’uomo. C’è gente come Aldo Cazzullo che ritiene un’Olimpiade luogo privilegiato dove poter «esplorare i nostri limiti, misurarli, assumerli come parte di noi», scoprendo che viviamo tutti «affacciati sull’abisso». Personalmente l’esperienza del mio limite e di quello altrui io la faccio tutti i giorni in particolare al mattino, momento nel quale mi rendo conto (in maniera più evidente) che i miei occhi si riaprono non grazie a una mia capacità.
In un mondo dove tutti soffrono di ansia da prestazione (non solo gli atleti alle Olimpiadi), dove il senso del proprio limite e del limite delle cose schiaccia sempre più gente che ormai ha perso il concetto più vero e profondo di speranza, mi sovvengono le parole di Charles Péguy ne Il portico del mistero della seconda virtù, che diventano l’augurio che ogni giorno faccio a me stesso e che sento di rivolgere ad Alex Schwazer: «Per sperare, bimba mia, bisogna essere molto felici, bisogna aver ottenuto, ricevuto una grande grazia».
Articoli correlati
1 commento
I commenti sono chiusi.
I commenti sono aperti solo per gli utenti registrati. Abbonati subito per commentare!
Voto 10 !