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La mattina prima della Messa Santa Maria in Trastevere è ancora nella penombra. Entri, e gli occhi si abituano all’oscurità. Stai un po’ come nei lembi di una gonna materna, di quelle lunghe, in cui una volta i bambini si rifugiavano.
Ma, in fondo, l’abside già risplende, colpita com’è, a quest’ora di febbraio, dal primo raggio di sole da est. Non certo un caso: inclinazione e cammino del sole attentamente studiati dagli artefici di quei mosaici – quando gli artisti sapevano a che cosa serve, una chiesa.
Splende l’abside degli ori degli ultimi mosaici bizantini a Roma, commissionati nel secolo XII da papa Innocenzo II. Cristo Re con Maria accanto nelle mani regge il Cantico dei cantici. I santi attorno, a corona e, sotto, un gregge di pecore candide, piccole, che piacciono molto ai bambini.
Nella cavità dell’abside, benché la basilica sia ancora nell’oscurità, le tessere brillano come di luce propria, sfiorate dal raggio che torna, fedele. E da quasi mille anni generazioni di cristiani...
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