
Sammy Basso: «La mia vita degna di essere vissuta»

A Padova quando ci si laurea gli amici del festeggiato preparano il “papiro”. Una sorta di lungo testo rimato nel quale vengono raccontate le gesta più o meno eroiche del laureato. Il tutto completato da foto e da una caricatura che occupa il centro dell’opera. Durante la festa il protagonista dei festeggiamenti si trova a leggerlo, con annessi penitenze e lancio di farina, uova e altre porcherie da parte dei partecipanti. È una tradizione, un rito goliardico che si passa da generazioni. A prepararlo ci vogliono ore e lunghi incontri tra gli amici per ricordare gli episodi e metterli in rima. Alla fine il festeggiato è imbrattato e sporco fino alle ossa ma (quasi) sempre felice. Della gente che ha intorno e dell’affetto di chi si è dedicato a preparare il tutto.
Per capire qualcosa di Sammy Basso, ricercatore vicentino scomparso a 28 anni il 4 ottobre ad Asolo (Tv), forse ha senso partire da qui. Certamente lui è stato anche quel ragazzino emozionato nel 2015 di fronte al microfono di Carlo Conti a Sanremo. A raccontare a tutti cosa fosse la progeria, la malattia di cui era ammalato fin dalla nascita, in elegante giacca verde abbinata al papillon. A salutare tutti con un congedo che sembra ancor più bello oggi («tante buone cose a tutti»). Ma il punto sembra un altro. Sembra lui che parlava della sua vita quotidiana. Quel giovane ricoperto dai suoi amici di «besciamella, farina e cibo per cani» per festeggiare il traguardo accademico. A sentirlo parlare si scopriva un ragazzo estroverso, gentile, ma molto saldo. Era evidente che di fronte al suo modo di fare non c’era nessuna ipocrisia, non c’era un desiderio di apparire. E questo conquistava.
In dialogo con il mondo
Per capire questo si rimanda agli ultimi minuti di Muschio Selvaggio, noto podcast di intrattenimento sul web, quando Fedez (proprio lui) si trova a dialogare con il giovane ricercatore veneto. A un certo punto il conduttore comincia a chiedergli consigli, a confrontarsi a viso aperto. Sammy non si scompone, ma nemmeno si impone. Rimane esattamente se stesso, solamente si “propone”. Come traspira da ogni intervento facilmente rintracciabile sul web.
Lui si definiva un ragazzo «semplice». Si alzava tardi, poi durante il giorno studiava, mandava mail, organizzava incontri. Insomma, faceva il suo lavoro di ricercatore. Una volta a settimana andava a fare fisioterapia, la sera usciva con gli amici. Se gli chiedevano se era mai stato innamorato, diceva che si «imbarazzava», ma che sì, era successo. Che «stava ancora cercando il suo sogno più grande». Ma soprattutto lui sapeva che la ricerca che stava compiendo e i soldi che stava raccogliendo non erano solo per lui. Lui non sarebbe potuto guarire dalla malattia, forse migliorare. Ma a tanti, anche con malattie genetiche rare diverse, sarebbe stata di aiuto la sua attività.

I sogni e le fatiche
Sammy accennava che forse il suo desiderio più grande era che un giorno una famiglia potesse venire a conoscenza che il loro figlio era affetto da progeria e che i medici potessero assicurare ai genitori che il nuovo nato «sarebbe stata una persona assolutamente sana».
Due sono stati i momenti della vita in cui è stato preso dallo sconforto. A dodici anni, quando aveva cominciato le sperimentazioni per guarire e, in preda a pesanti effetti collaterali, aveva iniziato a mettere tutto in dubbio: la fede, la possibilità di una felicità. E poi la fatica di capire dove orientarsi nello studio, nelle sue scelte professionali a diciannove anni. Ma fino pochi giorni fa, raccontava tutto con un trasporto travolgente.
La fede e la testimonianza
Sammy stava nei suoi motti che si declinavano in tante piccole frasi che ha seminato qui e là tra interviste e amicizie, da quel bigliettino ricordato dal suo amico ristoratore («La vita è bella, ricordatelo Sergio»), a quel pensiero ripetuto più volte, «la mia vita è degna di essere vissuta». Tutto si legava a una fede molto concreta che forse è descritta da questa semplice frase: «La fede aiuta molto, ma cerco di non farla diventare un’ancora di salvezza. Altrimenti è una cosa che uso così, quando serve». Non aveva mai smesso di ringraziare Dio per la vita che aveva ricevuto.
Una cosa, però, da tenere a mente. Che ritornava spesso nel sentirlo parlare, Sammy non voleva passare come il “bravo ragazzo”. Non era un santo, a lui piaceva divertirsi, vivere sbagliando. Cadere. C’erano giorni in cui si guardava allo specchio e si chiedeva chi era. Ma a quanto pare poi si girava e se lo ricordava. E ce lo testimonia.
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