Sì al nucleare ben sapendo che…

Di Ernesto Pedrocchi
31 Luglio 2003
Egregio dott. Giorgio Vittadini, ho letto il Suo articolo “Energia nucleare? Si, grazie” sul numero 27 di Tempi

Egregio dott. Giorgio Vittadini,
ho letto il Suo articolo “Energia nucleare? Si, grazie” sul numero 27 di Tempi. Condivido pienamente l’aspetto sostanziale del Suo intervento e sono sempre stato un sostenitore dell’energia nucleare, come risulta da diversi articoli da me scritti negli anni passati, ma mi permetto di segnalarLe alcune imprecisioni.
Innanzitutto carbone, petrolio e gas naturale contribuiscono significativamente alla produzione di energia elettrica (nel 2000 carbone 40%, petrolio 8%, gas naturale 18%, nucleare e idroelettrico si spartiscono egualmente il restante 34%). Ovviamente questo comporta immissioni in atmosfera di inquinanti (ossidi di zolfo, ossidi di azoto e articolato) e di anidride carbonica, Co2, “sospettata” di essere responsabile dei cambiamenti climatici. Sarebbe augurabile poter rinunciare al carbone e al petrolio, le fonti più inquinanti, ma non è semplice: il sistema di produzione dell’energia elettrica è una struttura con lunghi tempi di ricambio ed è difficile apportarvi cambiamenti significativi in tempi brevi. Il carbone, che è la fonte più usata per produrre energia elettrica nel mondo ma non in Italia, nei paesi sviluppati viene bruciato con tecnologie di controllo delle emissioni sempre più avanzate che permettono di contenere il livello di inquinanti. Esso è abbondante sulla Terra ed ha il vantaggio di essere più economico, a pari energia liberata, rispetto agli altri combustibili fossili. Il petrolio e il gas naturale, destinati a costare sempre di più, sarebbe opportuno fossero preservati per usi più specifici. Non mi pare poi, che, come Lei afferma nell’articolo, le centrali idroelettriche siano «responsabili di distruzioni enormi in Italia e in tutto il mondo», almeno dal punto di vista ambientale. Purtroppo in Italia si ebbero due grandi disastri a seguito di impianti idroelettrici a serbatoio: la caduta della diga del Gleno nel 1923 che provocò circa 600 morti e nel 1963 la tragedia del Vajont con i suoi circa 2000 morti. In ogni caso in Italia, dove tutta quella facilmente disponibile è stata sfruttata, non ci sono praticamente più possibilità di recuperare energia idroelettrica, ma certamente vi sono grosse disponibilità nei paesi in via di sviluppo ed è augurabile che vengano utilizzate. In ogni caso il ritorno al nucleare, anche risolvesse tutte le questioni che Lei dice, in Italia non è certo facile, sia perché con una grave campagna di disinformazione senza alcuna base scientifica si è creato nell’opinione pubblica un ingiustificato pregiudizio, sia perché è stata distrutta la competenza tecnica qualificata e infine per i problemi legati alla sicurezza soprattutto a fronte del pericolo di attacchi terroristici.
Ernesto Pedrocchi: Professore di Energetica, Politecnico di Milano

Articoli correlati

0 commenti

Non ci sono ancora commenti.