
Romano Magrini, che da 30 anni cura la figlia in stato vegetativo: «Non voglio onorificenze, ma un aiuto concreto per la mia Cristina»
«Non mi aspettavo queste onorificenze e, se devo essere sincero, neanche le volevo. Certo, mi fa piacere, ma alla fine cosa stringo tra le mani? Mi servono a poco, invece io vorrei qualcosa in grado di aiutare mia figlia quando io non ci sarò più». Romano Magrini ha 78 anni e sembra avere ben chiaro che cosa conta nella vita. Sua figlia, Cristina, in stato vegetativo da 30 anni, è stata insignita della cittadinanza onoraria di Bologna, massima onorificenza cittadina, grazie a un voto unanime del Consiglio comunale. In precedenza, il 10 novembre, il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva nominato Romano Cavaliere della Repubblica. «Ma se da queste cose non nasce un aiuto concreto per mia figlia, io che cosa me ne faccio?» si chiede il padre.
Romano si occupa giorno e notte di Cristina dal 18 novembre 1981, da quando, all’età di 15 anni, è stata investita da un auto di ritorno da scuola. Da nove anni lo fa senza l’aiuto della moglie, che nel 1992 «se n’è andata in cielo». Cristina oggi ha 45 anni, è perfettamente in salute e non ha neanche una piaga da decubito. Romano non si lamenta della sua condizione – «sono contento, non mi pesa curare mia figlia» – e la accudisce con una passione incessante. Però ha qualcosa da chiedere alle istituzioni: «Io ho bisogno di essere aiutato, ho bisogno di un posto dove lasciare mia figlia quando non potrò più occuparmi di lei. Ho 78 anni, chi prenderà il mio posto quando io morirò? La signorina» spiega Romano a Tempi.it parlando di Cristina. «è giovane, è sana come un pesce, però ha bisogno di attenzioni. Bisogna cambiarle posizione, perché altrimenti le vengono le piaghe, e bisogna imboccarla per mangiare. Non voglio onori, voglio aiuti concreti».
«Ha ragione Romano, siamo in debito nei confronti della famiglia Magrini» dice a Tempi.it Marco Lisei, capogruppo del Pdl in Consiglio comunale. «Bologna ha tolto a Cristina una parte delle sue possibilità, poi non ha fatto niente per aiutarla, costringendo il padre a cambiare città. Per questo mi sono impegnato perché a Romano venisse assegnata questa onorificenza, che è solo un primo passo, l’inizio di un lavoro che porti Bologna ad avere più attenzione per la disabilità». La proposta di assegnare a Cristina la cittadinanza onoraria è stata avanzata dal Comitato di famiglie supportate dal Resto del Carlino: «Sarebbe un incoraggiamento per tutte le famiglie dei sofferenti, riconoscendo in lei [Cristina] una persona degna di rispetto, che nella totale infermità non perde la cifra dell’umanità e merita un patronato in terra così come in cielo». Il Consiglio comunale, dopo molte discussioni e qualche obiezione di troppo da parte dei partiti di centrosinistra, ha approvato la proposta perché, spiega a Tempi.it il consigliere del Pdl Valentina Castaldini, «questa è una storia di vita, di dolore ma anche di speranza, di un padre che si dedica a sua figlia per 30 anni e nonostante la fatica non si arrende di fronte a una figlia che soffre ma che c’è. Questa storia dimostra che si può vivere anche in stato vegetativo, che una persona non perde la sua dignità ma che è importante non essere soli ad affrontare queste situazioni di dolore. Che anche i consiglieri del Movimento 5 stelle e del Pd alla fine abbiano votato a favore della cittadinanza onoraria è un piccolo miracolo, un piccolo seme di speranza gettato nella società. È merito di Cristina ed è bello che il Comune riconosca che la sua è vita vera e ha una sua grandezza, al di là di tutto. Cristina è riuscita a metterci d’accordo».
Cristina oggi non abita più nei dintorni di Bologna. La famiglia di Romano si è dovuta trasferire a Sarzana, per i problemi della moglie e perché le istituzioni non li aiutavano in alcun modo. «Non hanno fatto niente per noi» continua Romano, «noi ci trovavamo benissimo, la gente ci dava una mano, ancora mi telefonano, ma i politici ci hanno ignorato. Qui invece ci hanno accolto bene, il Comune manda due volontari, un’altra persona è pagata dalla Cassa di Risparmio e tutte le domeniche da 18 anni viene una signora a titolo personale». Quello che il padre di Cristina chiede è molto semplice: «Purtroppo qua non ci sono istituti che si prendono cura delle persone come mia figlia e quelli che ci sono in Italia hanno pochi posti. Quello che voglio è che si trovi una casa anche per mia figlia, per quando io non ci sarò più e non potrò più occuparmi di lei».
Romano è felice della vita che conduce, felice di poter curare la figlia e di stare con lei 24 ore su 24. Solo una cosa lo angoscia: non avere la certezza che alla sua morte qualcuno si prenderà cura di Cristina: «Il mio guaio è che io non sono un uomo di fede, non sono credente. La signora che da 18 anni viene a casa mia, mi ringrazia perché dice che le dò la possibilità di aiutare qualcuno. E mi dice anche che mi sono guadagnato il Paradiso insieme a Cristina per tutto quello che abbiamo sofferto. Tutti quelli che mi danno una mano sono cattolici e sono sereni, ma io non ho la fede e ho paura che quando me ne sarò andato mia figlia sarà lasciata morire di stenti, oppurre le faranno venire le piaghe o invece di imboccarla le attaccheranno la Pec. Io non potrei sopportarlo».
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