Riunione del Brics, il G8 delle economie del futuro che odiano l’Occidente

Di Rodolfo Casadei
13 Aprile 2011
Nell'isola di Hainan in Cina si sono riuniti Brasile, Russia, India, Cina e per la prima volta Sudafrica. Sono le economie del futuro, con tassi di crescita elevatissimi, ma che non hanno niente in comune tra di loro se non l'avversione per gli Stati Uniti e l'Occidente in generale

Il significato politico e simbolico sopravanza abbondantemente quello della cooperazione economica: i cinque paesi che da dicembre scorso organizzano riunioni di vertice sotto l’acronimo “Brics” (prima di allora il gruppo era formato da Brasile, Russia, India e Cina, ora risulta allargato al Sudafrica) non hanno affatto gli stessi interessi economici, ma sono accomunati dall’antipatia e dal desiderio di rivalsa geopolitica sugli Stati Uniti e i loro alleati europei.

Alla riunione che oggi si è tenuta nell’isola di Hainan in Cina ha partecipato per la prima volta il Sudafrica, e questo rende l’associazione ancora più zoppa dal punto di vista macroeconomico, ma ancora più significativa dal punto di vista della competizione per l’egemonia internazionale.

La lettura del comunicato finale della riunione dei ministri (alcuni dell’Economia, alcuni del Commercio e un viceministro degli Esteri) che si sono riuniti sul suolo cinese è una collezione di ovvietà, di buone intenzioni e di impegni generici che ricordano i peggiori documenti conclusivi del G8 e del G20: espresse le proprie preoccupazioni per lo stato dell’economia mondiale ancora in convalescenza e per gli effetti negativi che l’instabilità in Medio Oriente e lo tsunami in Giappone stanno avendo sulla ripresa, i ministri «hanno fatto appello a tutti i paesi a rafforzare il loro coordinamento a livello di politiche macroeconomiche allo scopo di garantire la ripresa economica e una crescita forte, durevole ed equilibrata. Allo stesso tempo, i paesi Brics devono affrontare le sfide dell’inflazione, le bolle finanziarie e il surriscaldamento delle economie. Hanno deciso di approfondire la cooperazione fra i paesi membri attraverso l’intensificazione del commercio e degli investimenti e hanno promesso di opporsi ad ogni genere di protezionismo commerciale».

Nessuna di queste parole corrisponde a politiche effettivamente seguite dai cinque paesi. Che riuniscono tre economie centrate sull’esportazione di materie prime (Brasile, Russia e Sudafrica) con due economie essenzialmente manifatturiere (Cina ed India), mentre in prospettiva una sola di esse potrà diventare un’economia di manifatture e servizi autonoma dal punto di vista energetico e delle materie prime: il Brasile. Dunque alcuni di questi paesi sono interessati a prezzi sempre più alti delle materie prime, comprese quelle per l’energia, altri hanno l’interesse opposto.

Fino alla riunione di Ekaterinenburg nel giugno 2009 l’entità Bric esisteva solo sulla carta, dove era stata evocata da un rapporto di Goldman Sachs del 2003 nel quale si scriveva che nel 2050 i quattro paesi oggetto del rapporto avrebbero potuto essere le quattro economie dominanti del pianeta. Con l’allargamento al Sudafrica, i Brics hanno sempre più l’aria di un’alleanza che si contrappone al G8 scimmiottandolo. Del resto la Russia, unico paese invitato a entrambi i summit, non è affine ai paesi del vecchio G7 né dal punto di vista della cultura politica interna, né da quello delle alleanze e delle politiche internazionali. E il G20 è visto dai governi dei Brics come un contentino che i paesi occidentali hanno deciso di riservare alle economie emergenti.

Non bisogna però mai dimenticare che i Brics sono sempre più uniti dal comune antioccidentalismo che da qualunque altra prospettiva geopolitica in positivo. Così, mentre i ministri riuniti nell’isola di Hainan hanno reiterato il loro sostegno all’ingresso della Russia nel Wto, i colloqui faccia a faccia fra la presidentessa brasiliana Dilma Rousseff e il presidente cinese Hu Jintao non hanno condotto all’esito sperato dai brasiliani: un sostegno cinese all’ingresso del Brasile fra i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Per proprio conto, ciascuno dei cinque paesi persegue politiche di egemonia regionale o di vicinato. Anche il Brasile, il meno propenso dei cinque sotto questo aspetto, sta battendo a suo modo la strada dell’influenza regionale: se in Perù l’ultrapopulista di sinistra Ollanta Humala ha vinto il primo turno delle presidenziali e può sperare nella vittoria finale, lo deve ai consiglieri dell’ex presidente brasiliano Lula che gli hanno insegnato a presentarsi come un moderato.

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