Riscoprire la Dottrina sociale della Chiesa

Di Luigi Patrini
28 Gennaio 2019
Anziché da un nuovo partito, i cattolici italiani ripartano dalla costruzione di una rete di rapporti tra le numerose Opere Sociali presenti nell'ambito cristiano

Concordo pienamente con Peppino Zola sull’opportunità che, più che da un nuovo partito (merce ormai inflazionata), i cattolici italiani ripartano dalla costruzione di una rete di rapporti tra le numerose Opere Sociali che sono nate e continuamente nascono dall’ambito cristiano: sono molte, spesso di altissimo livello e hanno generato una grande competenza, perché la Chiesa – come ha detto bene Paolo VI nella Populorum Progressio – è «esperta di cose umane» (PP, 13: «rerum humanarum peritissima») e, operando, opera davvero per il bene dell’intera società umana.

La Dottrina sociale della Chiesa, fin dal suo inizio evidenzia questo, perché essa unisce operatività concreta di carità alla riflessione teologica e alla riflessione sulla stessa esperienza concreta. Lo evidenzia con un’osservazione geniale, ripresa spesso anche con parole diverse dal successivo Magistero sociale, lo stesso Leone XIII nella sua stupenda enciclica Immortale Dei munus, che precede di 6 anni la più nota Rerum Novarum, osservando che

«Quell’immortale opera di Dio misericordioso che è la Chiesa, sebbene in sé e per sua natura si proponga come scopo la salvezza delle anime e il raggiungimento della felicità celeste, pure anche nel campo delle cose terrene reca tali e tanti benefìci, quali più numerosi e maggiori non potrebbe se fosse stata istituita al precipuo e prioritario scopo di tutelare e assicurare la prosperità di questa vita terrena» (ID, 1).

Partire dalle opere va bene, è essenziale, ma non bastano le opere: lo ha detto espressamente anche papa Francesco. Il 14 marzo 2013, nell’omelia tenuta pochi giorni dopo la Sua elezione al soglio pontificio, durante la celebrazione eucaristica con i cardinali, egli ha detto «Noi possiamo camminare quanto vogliamo, noi possiamo edificare tante cose, ma se non confessiamo Gesù Cristo, la cosa non va. Diventeremo una ONG assistenziale».

La Chiesa non è una ONG “assistenziale”. In vero il termine “assistenziale” appare un po’ edulcorato, perché, con un’espressione più “colorita” – come ricordo di aver sentito io stesso nella diretta televisiva e si può verificare nel filmato del Centro Televisivo Vaticano presente nel sito stesso – nel suo discorso “a braccio” papa Francesco ha usato l’espressione “una ONG pietosa”: evidentemente egli ha usato il termine “pietosa” nel senso di “assistenziale”, ma all’ascoltatore italiano non sfugge che il termine ha anche una valenza sottilmente ironica e quasi spregiativa, che mi piace evidenziare. In effetti, una Chiesa che dimenticasse il richiamo del Papa (la Chiesa cammina solo se e quando “confessa Gesù Cristo”), qualunque opera “buona” facesse, si comporterebbe come i bambini quando sulla sabbia costruiscono i loro castelli: si renderebbe inutile e un po’… ridicola. È uno spunto interessante su cui riflettere, uno spunto che richiama per analogia l’inno alla Carità di Paolo: «… se non avessi la carità, sono come un bronzo che risuona o un cembalo che tintinna!» (I Cor, 13). Già, se la Chiesa – qualunque cosa faccia – non confessa Cristo, … diventa una cosa pietosa, una cosa “che fa pietà” e che non merita di essere presa in seria considerazione!

La dimensione “culturale” è dunque necessaria, e non può essere che quella della Dottrina sociale elaborata a partire dalla riflessione di Leone XIII, il Papa della Rerum novarum, ma anche della Aeterni Patris, l’enciclica con la quale rilanciò lo studio del pensiero di san Tommaso d’Aquino! Anche il messaggio di papa Francesco al Meeting di Rimini 2018 mi pare contenga una forte sollecitazione al lavoro culturale (a fare, cioè, esattamente l’opposto di quanti, “cedendo al fascino” della prospettiva rivoluzionaria del ’68, “fecero della fede un moralismo”!). Bellissimo il fatto che papa Francesco abbia posto a confronto la frase che faceva da titolo al Meeting (“Le forze che muovono la storia sono le stesse che rendono l’uomo felice”) con la riflessione che spinse san Benedetto (“C’è un uomo che vuole la vita e desidera giorni felici?”) a dar vita alla sua riforma del monachesimo, da cui è nata la nostra civiltà: è un invito a quella “metànoia” che la crisi del nostro tempo sembra aver definitivamente dimenticato con gli effetti che il Papa stesso ricorda (“si torna ad erigere muri, invece di costruire ponti. Si tende ad essere chiusi, invece che essere aperti all’altro diverso da noi”. Cresce l’indifferenza, insomma, e prevale la paura!).

Nel risvolto di copertina del bellissimo libro di Benedetto XVI (Liberare la libertà) è riportata una frase stupenda:

«La speranza nei cieli non è nemica della fedeltà alla terra. Confidando in ciò che è più grande e definitivo, noi cristiani possiamo e dobbiamo infondere la speranza anche in ciò che è provvisorio, nella dimensione politica e nella sfera delle istituzioni».

Questa frase è la sintesi della Dottrina Sociale della Chiesa. È una frase che ridice ciò che nella DSC è detto con insistenza, a partire dal memorabile incipit della “Immortale Dei munus” di Leone XIII sopra ricordato.

La fede vera implica quell’unione profonda che la cultura cristiana ha sempre proposto in ogni epoca, poiché, come ha ben esemplificato Giovanni Paolo II nella sua Fides et ratio (1998): «La fede e la ragione sono come le due ali con le quali lo spirito umano s’innalza verso la contemplazione della verità». Un’ala sola non basta; ce ne vogliono due, la fede e la ragione – come ci documentano i frequenti richiami del Magistero di tutti i Pontefici a far tempo almeno da Leone XIII – si sostengono e si implicano reciprocamente: «simul stabunt, simul cadent», come la storia continuamente ci mostra, soprattutto negli ultimi secoli.

Giovanni Paolo II ci ha detto espressamente che «una fede che non diventa cultura è una fede non pienamente accolta, non interamente pensata, non fedelmente vissuta». Credo che il compito che il nostro tempo ci richiama continuamente sia quello di mostrare la convenienza e l’utilità di quella legge naturale, che altro non è che la legge voluta da Dio per ben regolare la vita dell’uomo, credente o meno che sia.

Nel nostro tempo (ma forse è sempre stato così anche in passato) non basta dare “buoni esempi” che esprimono solo una sorta di “attivismo sociale”. Nel Vangelo di Matteo, Gesù, dopo aver detto ai suoi discepoli che sono il sale della terra e la luce del mondo, dice che gli uomini devono vedere le nostre opere buone e rendere gloria al Padre che è nei cieli (cfr. Mt., 5, 16). Credo che il compito della cultura sia proprio questo: mostrare l’oggettiva convenienza che l’agire dell’uomo sia in linea con la legge che Dio ha messo nella natura umana e in tutto il cosmo. Dobbiamo operare nel campo della carità concreta e operativa, ma lo scopo delle “opere” è quello di tenere desta la fede in noi, di non farla morire, e di far vedere la gloria di Dio: non nobis, Domine, sed nomini tuo da gloriam!
Fede e ragione si integrano vicendevolmente. La DSC è lo strumento più adatto per imparare ad attivare queste due “ali” che Dio ha dato all’uomo.

La DSC è come la lettera della morosa: la si legge, poi si mette in tasca; poi la si tira fuori e la si rilegge e, a poco a poco, l’affetto cresce. La DSC non è un’ideologia da contrapporre all’ideologia del mondo: è piuttosto una mentalità, cioè una “cultura” da assimilare in modo osmotico, a poco a poco, cambiando la nostra mentalità, così che a poco a poco l’uomo nuovo comincia a manifestarsi. L’assimilazione avviene insieme alla crescita della nostra affezione a Cristo, sperimentando che tale affezione non cresce se non contestualmente alla crescita della nostra affezione alla Chiesa, ad una Chiesa “esplicita”, non idealizzata, fatta da «peccatori che – come ha detto papa Francesco riferendosi a se stesso – si riconoscono guardati da Dio». Come Egli ci ricorda, il cristiano non può rinunciare a sognare che il mondo cambi in meglio, visto che «una fede autentica implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo»: anche noi “vogliamo la vita e desideriamo giorni felici”, come l’interlocutore a cui si rivolgeva san Benedetto.

Nel periodo tra la fine degli anni ’80 e i primi anni ’90, in concomitanza con il compiersi del primo centenario della Rerum Novarum, c’è stato nel movimento di Comunione e liberazione un vasto interesse per la Dottrina sociale e ci fu un fiorire anche di testi scritti da amici autorevoli del Movimento stesso. Poi l’interesse è venuto meno. Ora forse è il caso di ravvivarlo e di tornare ad accostarci alla Dottrina Sociale, perché nessuno tra noi creda che la DSC è un insieme di contenuti ideali astratti, una sorta di ideologia. La sfida del nostro tempo è il dialogo tra chi ha fede e chi la fede la nega, ma conserva la capacità di usare bene la ragione. Se non abbiamo il coraggio di affrontare questo dialogo, noi che magari diciamo di essere “uomini di fede”, “peccatori, ma di fede”, in realtà dimostriamo di non avere una fede “vera”: forse è proprio pensando a noi che Gesù un giorno si chiese “Ma il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?” (Lc.18,8).

Luigi Patrini via email

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